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PALERMO - Via
Leonardo da Vinci, 111 - Tel. 091.6820331 - 331.2058233 -
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Descrizione sintetica delle
nostre procedure di cura nei Disturbi d'Ansia
- le descrizioni
fornite, inclusa l'indicazione della durata media della psicoterapia
negli specifici casi, sono indicazioni generali e non possono tenere
conto delle moltissimi variabili individuali e personali -
- Cliccare qui per accedere alla nostra
"Psicoterapia Convenzionata" |
|
Cura dei disturbi di:
-
ANSIA
GENERALIZZATA
(senza depressione)
-
ANSIA
SOCIALE
-
FOBIA SOCIALE
-
ANSIA RELAZIONALE
(quando si esprime in
occasione della vita sociale, incontri nuovi, esami, ecc.)
|
ansia a
I passi della terapia, dopo avere già effettuato il primo colloquio
con lo specialista, per i disturbi d'ansia
generalizzata,
ansia sociale e ansia nelle relazioni,
sono:
-
Definizione
e analisi dei sintomi e del disturbo specifico per la
data persona (si deve definire il quadro clinico della singola
persona).
-
Anamnesi
storica e familiare (si individuano gli elementi causali
che risalgono al passato della persona).
-
Anamnesi
attuale (si individuano gli elementi causali e/o
scatenanti nel presente della persona).
-
Questa fase (anamnesi e diagnosi), richiede mediamente le prime
3-4 sedute di psicoterapia
, successive al primo colloquio. In questa fase, in alcuni casi,
se il paziente dà il consenso e se lo psicoterapeuta lo ritiene
necessario, si effettua anche una visita con uno degli
specialisti dello studio, diversi dallo psicoterapeuta (il
neurologo o lo psichiatra).
-
Dopo
le prime 4 sedute (mediamente), si procede con altre sedute,
dove si applicano specifiche tecniche iniziali, che consentono
alla persona di diventare consapevole di come certi suoi
automatici e sub-consci sistemi di pensiero e interpretazione,
provocano i sintomi d'ansia, spesso in forma di
"pensiero previsionale". Per questa fase occorrono
mediamente altre 2-4 sedute di psicoterapia.
-
A
questo punto, conclusa la prima fase di terapia (diagnosi,
anamnesi e applicazione delle tecniche iniziali), la maggior
parte delle persone ha maturato un sufficiente livello di
consapevolezza sul proprio disturbo e in genere è capace di
controllare e ridurre la propria ansia, rispetto a prima. Quindi
si può cominciare ad applicare i metodi e le procedure di
cura per risolvere i disturbi d'ansia.
-
I
metodi e le procedure di cura, più frequentemente usati, sono:
-
1- tecniche di
psicoterapia cognitiva della serie RET
(Rational-Emotive Therapy), con prevalenza d'uso dei metodi RSA
(Rational Self-Analysis) e DIB (Disputing Irrational Beliefs).
Lo psicoterapeuta insegna al paziente cosa/come applicare su di
sè queste tecniche. Nel corso di circa 4-6 sedute di
psicoterapia
in genere il paziente ottiene già, grazie a questo metodo, un
decremento dell'ansia di circa il 30/40% rispetto all'intensità
dei sintomi che accusava all'ingresso in psicoterapia. La stima
è desunta dall'analisi del campione interno allo Studio PSIMED.
-
2- in alcuni casi può essere necessaria la prescrizione e
somministrazione di psicofarmaci, a seguito della
valutazione di uno dei nostri specialisti (neurologo o
psichiatra). La nostra metodologia di terapia è specialistica e
integrata nella combinazione fra il trattamento psicoterapeutico
e il trattamento medico: in questo modo si ha la massima
probabilità di definire la migliore diagnosi psico-medica e
ottenere una guarigione completa e definitiva. Per questo motivo
nella nostra organizzazione clinica, lo psicoterapeuta, lo
psichiatra e il neurologo operano in coordinazione. E poichè
alcune volte i disturbi d'ansia possono essere causati o in
comorbilità con patogenesi organiche che vedono coinvolti i
sistemi endocrini (ormoni) o metabolici, nella nostra
organizzazione si affianca al gruppo
psicologico-psichiatrico-neurologico, anche la specialista
endocrinologa.
-
3- tecniche di psicoterapia transazionale e/o psicoterapia
gestaltica: applicazione in seduta della confrontazione
frontale (2 sedie contrapposte), dove lo psicoterapeuta aiuta il
paziente a "spurgare", "proiettare fuori di sè", le
consapevolezze che ha imparato a conseguire nelle sedute
precedenti. Questa fase richiede di solito circa 3-4
sedute di psicoterapia.
-
4- tecniche di analisi transazionale e gestaltiche: lo
psicoterapeuta può usare diversi modi, uno dei quali si fonda
sull'alleanza e la fiducia che intanto il paziente ha
conquistato nei confronti dello psicoterapeuta. Si adopera
allora una tecnica (3 sedie: due occupate dal paziente e il
terapeuta e una terza vuota), nella quale il paziente avrà un
potente guadagno di liberazione e crescita di assertività,
"collocando" metaforicamente, sulla sedia vuota, chi o ciò per
lui/lei è necessario, a secondo la propria storia personale.
Questa fase richiede di solito altre 3 sedute di
psicoterapia.
-
5- tecniche di analisi transazionale: con procedure
analitiche specifiche + tecniche di rilassamento + tecniche
ipnotiche (quando necessario), il paziente può adesso
approfondire l'analisi del Se' (analisi dei "giochi psicologici"
e del proprio "copione di vita"), imparando a conoscere e a
dominare, in parte, il proprio sistema inconscio. Questa fase
richiede mediamente 5 sedute di psicoterapia.
-
6- tecniche di psicoterapia cognitiva-comportamentale: lo
psicoterapeuta assegna al paziente degli "homeworks" (compiti a
casa) e insegna al paziente i modi per diventare potente
nell'apprendimento di nuovi comportamenti. Si applicano alcune
tecniche di desensibilizzazione dell'ansia residua. Questa fase
richiede mediamente 5 sedute di psicoterapia.
La durata media dell'intero
ciclo di psicoterapia, per la cura dei disturbi d'ansia
generalizzata, sociale e relazionale, oscilla da 20 a 30
sedute di psicoterapia, da effettuare con la frequenza di
una seduta alla settimana, senza interruzioni.
QUI
è possibile consultare il Tariffario per la Psicoterapia presso
il nostro Studio PSIMED a Palermo, Via L. da Vinci, 111 - tel.
091.6820331
Vedi anche la descrizione del disturbo
|
Di cosa ci occupiamo nello Studio
PSIMED a Palermo |
|
Chi è lo psicoterapeuta: il dott.
Sergio Angileri
|
|
Come si svolge la
psicoterapia: dal primo colloquio
in poi |
|
Organizzazione clinica dello Studio PSIMED |
|
La Psicoterapia: teorie, tecniche e
metodi |
Cura dei disturbi di:
-
ANSIA COLLEGATA
A FOBIA SPECIFICA
- Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di questa forma di ansia,
clicca sul nome e vedrai la descrizione sintetica o
dettagliata.
|
ansia fob
I passi della terapia per il
disturbo d'ansia collegato a fobie specifiche,
sono:
-
Analisi
accurata della correlazione fra: situazione - oggetto del
quale si sente la fobia - comportamenti di evitamento, da parte
del paziente: questo serve per delineare il quadro clinico della
singola persona. Occorrono circa 2 sedute di psicoterapia.
In questa fase, nei casi in cui lo psicoterapeuta lo ritiene
necessario e se il paziente dà il consenso, a volte si effettua
anche una visita con uno degli specialisti dello studio, diversi
dallo psicoterapeuta (il neurologo o lo psichiatra).
-
Si
continua con l'inizio dell'applicazione delle tecniche e delle
procedure terapeutiche specifiche per le fobie e l'ansia
collegata alle fobie. I metodi e le procedure di cura, più
frequentemente usati, sono:
-
addestramento alle tecniche di rilassamento psico-somatico
-
in alcuni casi, prescrizione e somministrazione di psicofarmaci,
quali alcune specifiche benzodiazepine mirate nei casi fobici
(alcune volte in combinazione con alcuni SSRI o altri), a
seguito della valutazione di uno dei nostri specialisti
(neurologo o psichiatra), se ha precedentemente visitato il
paziente.
-
applicazione di tecniche di psicoterapia cognitiva abbinate a
modalità RET (in assetto covert), quali la tecnica REI
(Rational-Emotive Imagery). Lo psicoterapeuta addestra e
accompagna il paziente in assetto "covert", alla
rappresentazione in studio, della situazione fobica. Analisi e
consapevolezza degli stili cognitivi adoperati per la propria
rappresentazione della realtà. Analisi delle correlazioni
causa-effetto fra pensiero e risposta ansiosa-fobica. Occorrono
circa 6 sedute di psicoterapia.
-
inizio
della fase della psicoterapia comportamentale:
desensibilizzazione semplice e sistematica; flooding in covert
e/o oggettuale; ecc. Occorrono circa 4 sedute di
psicoterapia.
-
tecniche di psicoterapia analitica transazionale, per
consolidare e concludere la terapia: il paziente viene aiutato a
divenire consapevole del "significato simbolico" della fobia;
viene aiutato a divenire assertivo, per mezzo delle tecniche
specifiche AT adatte per questo; viene aiutato a saper
"sostituire" la fobia con nuovi comportamenti decisionali.
Occorrono mediamente 8/10 sedute di psicoterapia.
La
durata media dell'intero ciclo di psicoterapia, per la cura
dei disturbi d'ansia generalizzata, sociale e relazionale, è di
20/22 sedute di psicoterapia.
QUI
è possibile consultare il Tariffario per la Psicoterapia presso
il nostro Studio PSIMED a Palermo, Via L. da Vinci, 111 - tel.
091.6820331
Vedi anche la descrizione del disturbo
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Tariffario Ordinario di Psicoterapia |
|
tariffario
Agevolato di Psicoterapia |
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PSICOTERAPIA CONVENZIONATA |
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Di cosa ci occupiamo nello Studio
PSIMED a Palermo |
|
Chi è lo psicoterapeuta: dott. Sergio
Angileri
|
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Cura dei disturbi di:
-
ANSIA
collegata a
PANICO
-
DISTURBO DI PANICO
(con Agorafobia)
-
AGORAFOBIA
(senza Panico)
- Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di ciascuno di queste forme di
ansia, clicca sui loro nomi e vedrai la descrizione
sintetica o dettagliata.
|
ansia panic
I passi della terapia per il disturbo d'ansia collegato a
Panico
e ad
Agorafobia,
sono:
-
Analisi
accurata della situazione familiare e di appartenenza del
paziente. In questa fase, se il paziente dà il
consenso, si effettua anche una visita con uno degli specialisti
dello studio, diversi dallo psicoterapeuta (il neurologo o lo
psichiatra).
-
Definizione e analisi dei sintomi e del disturbo
specifico per la data persona (si deve definire il quadro
clinico della singola persona).
-
Anamnesi
storica e familiare (si individuano gli elementi causali
che risalgono al passato della persona).
-
Anamnesi
attuale (si individuano gli elementi causali e/o
scatenanti nel presente della persona).
-
Lo
psicoterapeuta informa il paziente che potrebbe essere utile
convocare le persone a lui/lei vicine, per spiegare elementi del
panico/agorafobia: spesso, infatti, questi disturbi risultano
molto ostici e incomprensibili alle persone e nella terapia, a
volte, serve la collaborazione di alcune persone prossime al
paziente.
-
Inizio dell'applicazione delle tecniche e delle procedure
terapeutiche specifiche per il disturbo di panico e/o
l'agorafobia e l'ansia collegata. I metodi e le procedure di
cura, più frequentemente usati, sono:
-
tecniche di terapia
cognitivo-comportamentale: lo psicoterapeuta
avvia il paziente ai metodi di "monitoraggio continuo del
panico"; tecniche di "ristrutturazione cognitiva focalizzata".
-
tecniche di rilassamento
psico-somatico e addestramento al riconoscimento delle
somatizzazioni; rieducazione della respirazione
-
prescrizione e
somministrazione degli adeguati psicofarmaci: la
cura del panico e dell'agorafobia, spesso richiede la
combinazione integrata fra psicoterapia e psicofarmaci
-
psicoterapia analitica
transazionale: vengono dedicate alcune sedute
analitiche, per consentire al paziente di acquisire la
consapevolezza dei paradossali "vantaggi secondari" della
sindrome panico/agorafobia; questa consapevolezza è spesso
necessaria per prevenire le ricadute
-
psicoterapia in gruppo:
spesso le persone affette da panico/agorafobia, giovano della
psicoterapia in gruppo, per guarire definitivamente dalla loro
patologia.
La
durata dell'intero ciclo di psicoterapia è, nel caso di panico e
agorafobia, molto variabile da soggetto a soggetto.
Vedere anche le procedure applicate per Ansia
Generalizzata, perchè spesso esse si combinano con quelle più
specifiche per il Disturbo di Panico.
QUI
è possibile consultare il Tariffario per la Psicoterapia presso
il nostro Studio PSIMED a Palermo, Via L. da Vinci, 111 - tel.
091.6820331
Vedi anche la descrizione del disturbo
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Come si svolge la
psicoterapia: dal primo colloquio
in poi |
|
Organizzazione clinica dello Studio PSIMED |
|
La Psicoterapia: teorie, tecniche e
metodi |
|
Tariffario
Ordinario |
|
tariffario
Agevolato |
|
Cura dei disturbi di:
-
ANSIA collegata a
OSSESSIONI e
COMPULSIONI
-
DISTURBO
OSSESSIVO-COMPULSIVO
-
Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di ciascuno di queste forme di
ansia, clicca sui loro nomi e vedrai la descrizione
sintetica o dettagliata.
|
ansia ox
I passi della terapia per il disturbo d'ansia collegato a
Ossessioni e Compulsioni,
sono:
-
Analisi
accurata della costellazione ossessiva e/o compulsiva del
paziente: il paziente viene addestrato a compilare un
"diario comportamentale", più un "diario dei rituali"; quando la
sindrome è resa invasiva a causa di forti implicazioni del
"dubbio" e della "incertezza", alla persona vengono fornite
specifiche tecniche di intervento.
-
Contestualmente
il paziente viene visitato anche da uno dei nostri specialisti -
neurologo o psichiatra - per l'anamnesi medica da
abbinare a quella psicodiagnostica.
-
Si
fanno poche
sedute di
psicoterapia iniziale per stabilire, fra paziente e
psicoterapeuta, le migliori modalità: cioè quelle che sono più
sintoniche con le "necessità" del paziente di
evitare qualcosa o di
preferire qualcosa altro, a secondo l'ansia che certe
situazioni possono provocargli, a causa delle sue ossessioni. Lo
psicoterapeuta nella fase iniziale terrà in gran conto la
sensibilità di questo tipo di paziente.
-
Definizione e analisi dei sintomi e del disturbo
specifico per la data persona (si deve definire il quadro
clinico della singola persona).
-
Anamnesi
storica e familiare (si individuano gli elementi causali
che risalgono al passato della persona).
-
Anamnesi
attuale (si individuano gli elementi causali e/o
scatenanti nel presente della persona).
-
Inizio dell'applicazione delle tecniche e delle procedure
terapeutiche specifiche per il disturbo ossessivo-compulsivo e
l'ansia collegata. I metodi e le procedure di cura, più
frequentemente usati, sono:
-
psicoterapia
comportamentale: di solito si inizia con la
psicoterapia comportamentale, per verificare la resistenza dei
sintomi alle tecniche che tendono alla riduzione dei
comportamenti compulsivi e delle idee ossessive collegate
(tecniche di mantenimento/attacco ai rituali; tecniche di
immissione di nuovi comportamenti neutralizzanti; tecniche di
gestione degli impulsi ossessivi; tecniche specifiche elaborate
nella nostra esperienza clinica, applicate ai comportamenti
superstiziosi, perfezionisti, ripetitivi dell'ordine e della
pulizia ossessiva.
-
psicoterapia
cognitivo-comportamentale: in questa sindrome
l'esperienza clinica ha favorito la "desensibilizzazione
sistematica", il "flooding" e il "modeling"; le tecniche
cognitive applicate riguardano specialmente il repertorio
relativo alla "prevenzione della risposta", aiutando la persona
ad acquisire progressivamente sempre più potere decisionale e
diminuendo il penoso "sentirsi obbligato a fare".
-
psicoterapia cognitiva:
vengono fornite al paziente modelli tecnici che progressivamente
lo aiutano a sapere "arrestare il pensiero" e a farlo
"ripartire", con la propria volontà; con altre tecniche
cognitive e analitiche transazionali combinate, lo aiutiamo a
imparare a "ritardare progressivamente la risposta
comportamentale dovuta al comando ossessivo"; a volte
applichiamo le tecniche "blow-up".
-
psicoterapia analitica:
accompagniamo il paziente a sapere decidere rituali obbligati e
paradossali, man mano che con l'analisi comprende il significato
dei suoi sintomi.
-
prescrizione e
somministrazione degli adeguati psicofarmaci: la
cura del disturbo ossessivo-compulsivo, molto spesso, se non
sempre, richiede la combinazione integrata fra psicoterapia e
psicofarmaci
La
durata dell'intero ciclo di psicoterapia è, nel caso del disturbo
ossessivo-compulsivo, molto variabile da soggetto a soggetto.
Vedere anche le procedure applicate per Ansia
Generalizzata, perchè spesso esse si combinano con quelle più
specifiche per il Disturbo di Panico.
QUI
è possibile consultare il Tariffario per la Psicoterapia presso
il nostro Studio PSIMED a Palermo, Via L. da Vinci, 111 - tel.
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PSICOTERAPIA CONVENZIONATA |
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Di cosa ci occupiamo |
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Chi è lo psicoterapeuta: dott. Sergio
Angileri
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Come si svolge la
psicoterapia: dal primo colloquio
in poi |
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La Psicoterapia: teorie, tecniche e
metodi |
*
La struttura, la diagnosi e la terapia dei Disturbi d'Ansia
In questa
pagina saranno descritti e trattati argomenti relativi ai disturbi di ansia,
sia dal punto di vista descrittivo sintomatico e quindi clinico, sia dal punto
di vista delle valutazioni diagnostiche consigliate anche al medico generico e
di base o di famiglia e sia dal punto di vista della cura dei disturbi stessi.
Cominciamo con il leggere un commento
introduttivo del Prof. Ferdinando Pellegrino, psichiatra ed esperto in medicina
psicosomatica:
|
"L' approccio ai disturbi dello
spettro ansioso è un problema di notevole rilevanza in medicina generale
sia per l'alta incidenza di questi disturbi, sia per la frequenza con cui il
medico di famiglia viene consultato.
Si tratta di disturbi che incidono
molto sulla performance del soggetto, compromettendone la sua funzionalità
lavorativa e familiare, e che inducono a frequenti richieste di consulti medici
e al ricorso a strutture di emergenza, sia ospedaliere che territoriali. Ne
consegue la necessità di definire delle linee guida che consentano:
1. il precoce riconoscimento di questi
disturbi, considerando che possono avere molteplici manifestazioni, alcune delle
quali riscontrabili prevalentemente presso lo studio del medico di famiglia;
2. di elaborare, in tali ambiti,
efficaci programmi terapeutici.
Tale possibilità, peraltro oggi più
realistica grazie allo sviluppo di sempre più numerosi progetti che prevedono un
rapporto di stretta collaborazione tra lo specialista ed il medico di base,
ripropone il concetto di medicina psicosomatica, inteso come modalità di
approccio globale al paziente, nella sua dimensione fisica e psichica."
Prof. FERDINANDO PELLEGRINO - Medico
psichiatra - Medicina psicosomatica
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino

|
Leggiamo
adesso un esempio reale, descritto da una paziente cui si riferisce il Prof.
Pellegrino:
|
«Mi sento molto
nervosa, non ho pazienza. Quando cammino ho l'impressione di non mantenermi
in equilibrio, di barcollare; mi sento frastornata. Mio figlio deve operarsi di
adenoidi, ma è già la seconda volta che arriviamo all'ospedale e costringo mio
marito a riportarci indietro.
Gli occhi mi bruciano continuamente,
come se avessi la febbre. Cerco di reagire e mi sento in continuo allenamento
per convincermi di potercela fare.
Otto mesi fa ho sospeso la terapia
farmacologica e mi sentivo benissimo .Avevo la sensazione di essere rinata, ma
mi ero illusa, ora sono al punto di partenza, e mi sento scoraggiata».
In parte
tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino |
La storia di questa donna è simile a
quella di tanti altri pazienti che giungono alla osservazione degli specialisti
della salute mentale e testimonia come l'inquadramento e la terapia dei disturbi
d'ansia è tutt'altro che semplice, quanto piuttosto un percorso lungo, "un
braccio di ferro", come la paziente lo ha definito, tra la forza di reagire per
migliorare la qualità della vita e "la forza oscura dell'ansia", non sempre
definibile, non sempre comprensibile.
Diamo qualche riferimento sulla sua
situazione e storia personale, anche per capire come non sempre è ragionevole
collegare in relazione di causa-effetto il disturbo d'ansia con la realtà
situazionale, mentre invece risulta più evidente il fatto che l'ansietà
patologica discende come conseguenza dell'interpretazione cognitiva che il
soggetto fa della realtà, dal suo proprio punto di vista e cioè suo proprio
stile di pensiero.
|
E' sposata da oltre cinque
anni, ha recentemente acquistato una casa, ha due figli
"meravigliosi" ed un marito di cui "non si può lamentare".
I primi sintomi sono iniziati tre anni fa - ora ne ha 26 -, dopo la
nascita del secondo figlio, con un attacco di panico a cui è seguito
l'instaurarsi di un quadro psicopatologico caratterizzato da una
condizione di ansia generalizzata con una particolare tendenza alla
somatizzazione che l'ha indotta a chiedere più volte l'intervento
del proprio medico e a praticare diverse indagini
clinico-strumentali (TAC, EEG, ecografia epato-biliare ... ). Solo
con l'inizio di un terapia con antidepressivi e benzodiazepine, ( le
benzodiazepine sono sostanzialmente farmaci ansiolitici, cioè
destinati a sedare l'ansia ), si è avuto un miglioramento
progressivo dei sintomi che ha portato alla sospensione del
trattamento in sette mesi. La riacutizzazione attuale del quadro
clinico senza apparenti motivi, in una condizione di discreto
benessere personale familiare, ripropone la necessità di valutare la
ripresa del trattamento farmacologico. Il trattamento farmacologico,
destinato al controllo dei sintomi, spesso deve essere ripetuto in
diversi cicli intervallati, poichè gli psicofarmaci, formidabili per
sedare i sintomi, sono tuttavia abbastanza impotenti rispetto alla
sorgente dei sintomi stessi. |
L' esempio citato è soltanto uno dei
tanti che continuamente incontriamo nella nostra pratica clinica con molti
pazienti che ci consultano. I disturbi d'ansia, spesso associati a quadri
depressivi, come vedremo, sono le forme più frequenti nelle quali si presenta il
disturbo psicologico e rappresentano le più frequenti condizioni patologiche
dove è richiesto l'intervento dello psicologo clinico, dello psicoterapeuta e
dello psichiatra, affinchè possano essere adeguatamente trattati nell'ottica di
una cura completa, cioè valida sul piano immediato del controllo sintomatico (
psicofarmaci ) e sul piano della risoluzione radicale per mezzo della
psicoterapia.
In ogni caso il paziente va sempre
visto in un'ottica psicosomatica, evitando di operare soltanto una diagnosi
sintomatica, ma operando invece una più completa diagnosi psicologica, che
consente di tracciare la sua storia, di osservarlo nel corso degli anni -
approccio preferenziale per il medico di famiglia - e di evidenziare le
principali modalità di espressione del soggetto (lo stile di vita): le
sue emozioni, il suo modo di ragionare, il suo comportamento. Ciò favorisce la
conoscenza degli "elementi chiave" (la sintomatologia) attraverso cui
procedere per arrivare ad una diagnosi clinica ben definita e la possibilità di
intraprendere un trattamento che possa risultare il più efficace possibile.
|

Leggiamo ancora un altro esempio di un
paziente riportato dal Prof. Pellegrino:
|
«Penso che possa
succedere qualcosa di spiacevole a me o a qualche mio familiare, sono
preoccupato per il futuro».
«Mi considero un soggetto apprensivo,
che si preoccupa facilmente per cose di scarsa importanza».
«Mi capita di sentirmi interiormente
teso, nervoso, di non riuscire a rilassarmi».
«Mi capita di sentirmi veramente
"distrutto", "esaurito" delle mie energie».
«Avverto una sensazione di malessere
interno, di inquietudine».
«Provo sensazioni di disagio, mi sento
irrequieto e non riesco a concentrarmi».
«L'ansia mi impedisce di essere
attivo, produttivo, di prendere iniziative».
«Mi sento in preda al panico, ma non
so cosa fare».
In parte
tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino |
Uno stato d'ansia si caratterizza
essenzialmente per la presenza di una condizione di apprensione e indecisione.
Ciò che va subito definito al momento della prima visita è l'esatta collocazione
dei sintomi presentati all'interno di una specifica categoria diagnostica,
considerando la possibilità che gli stessi sintomi possono essere significativi
per diverse condizioni cliniche.

Vediamo
cosa e come suggerisce il Prof. Pellegrino di procedere in una fase iniziale
di diagnosi, suggerendo le seguenti linee guida anche al medico di base. Il
Prof. Pellegrino suggerisce di chiedersi, visitando il paziente:
|
a.
Sono espressione di
uno stato di apprensione fisiologico?
Possono essere espressione di una
condizione di preoccupazione ansiosa legata ai ritmi della vita odierna?
Vi sono dei particolari
motivi che possono giustificare i sintomi presentati? (ansia
fisiologica)
b.
Rappresentano "uno stile di vita disfunzionale", stabile nel tempo e
caratteristico di quel singolo soggetto? (personalità ansiosa)
c. I sintomi sono da mettersi in correlazione ad eventi
traumatici recenti?
Possono essere
espressione di un "contraccolpo" rispetto ad un evento stressante?
(ansia di adattamento o situazionale)
d.
Possono essere
secondari a disturbi di natura organica o psichiatrica? (ansia secondaria)
e. Questi sintomi sono tali da essere
considerati entità cliniche?
Sono "strutturati" e indicativi
di un disturbo clinicamente significativo, "primario"? (disturbo d'ansia).
In parte
tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino |
|
Tratto da "I segreti dell'ansia" ed.
Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
La risposta a questi interrogativi può essere utile
per orientare il medico ad inquadrare il disturbo secondo le tabelle
diagnostiche ufficiali.E' importante valutare l'intensità dei sintomi e quanto
essi interferiscono nella vita quotidiana e sul funzionamento globale del
soggetto. Occorre inoltre porre molta attenzione al periodo di insorgenza dei
sintomi, eventuali precedenti o attuali trattamenti farmacologici, la tendenza
ad assumere di propria iniziativa farmaci (ad esempio analgesici),
il modo di porsi nei confronti di questi sintomi e la presenza all'anamnesi di
quadri sintomatologici di diversa natura. Tutti questi sono elementi che vanno
raccolti per avere un'idea precisa del quadro clinico; ciò consente anche una
migliore definizione del programma terapeutico, nel senso che non può mai
stabilirsi una corretta cura se non dopo un'accurata diagnosi, oltre che clinica
principalmente psicologica, cioè che tenga conto complessivamente della persona.

Seguiamo ancora il Prof. Pellegrino:
|
Alcune
considerazioni possono ulteriormente agevolare il percorso clinico:
• la diagnosi di un disturbo psichico
comporta l'esclusione di una patologia organica; in particolare l'esordio di
quadri clinici in età adulta, laddove l'esordio si ha mediamente in età
adolescenziale, impone sempre un approfondimento sulle condizioni fisiche del
soggetto;
• è possibile la presenza di più
disturbi ("comorbidità"), come ad esempio quadri misti ansioso-depressivi. In
questo caso vi sono importanti implicazioni sia in termini di prognosi che di
terapia;
• la struttura di personalità di un
soggetto è un elemento da prendere sempre in considerazione; la conoscenza del
suo "stile di vita", può essere di notevole aiuto ai fini diagnostici e
terapeutici;
• esistono espressività cliniche
monosintomatiche o "sotto-soglia"; si tratta di quadri clinici sfumati che, pur
comportando elevati livelli di sofferenza soggettiva e disabilità - oltre che
frequenti cause di assenza dal lavoro e di richieste di visite mediche - non
soddisfano completamente i criteri diagnostici previsti dai sistemi nosografici
attualmente in uso (vedi la sezione
diagnosi). Riuscire a dare una giusta risposta anche a questi pazienti
contribuisce a migliorare la loro qualità di vita e previene la possibilità di
insorgenza di quadri clinici di maggiore entità.

|
Alcuni esempi
illustrano ancora meglio le diverse possibili manifestazioni dell'ansia
nella vita di tutti i giorni:
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
|
Sara ha appena superato il
concorso per magistrato; a soli 26 anni è riuscita ad ottenere
quanto desiderava ma ha trascorso più di un anno a studiare, senza
concedersi un attimo di pausa. Ora dovendo affrontare un altro
esame, di scarsa importanza e indipendente dagli altri, è in preda
al panico: «Non riesco a concentrarmi, ho paura, non voglio fare
brutta figura, non riesco a studiare. Non dormo, sento il cuore
battere in gola, ho un continuo mal di testa, tremo tutta». Le
"energie" di Sara si sono momentaneamente esaurite, è presente in
questo momento uno stato d'allarme conseguente allo stato di
attivazione che l'ha tenuta impegnata nei mesi precedenti il
concorso. Non è in grado di rilassarsi. Pur inibendo completamente
la funzionalità di Sara, i sintomi presentati meritano attenzione ma
non sono da considerare patologici, bensì legati a particolari
circostanze e ad una struttura di personalità tendenzialmente
ansiosa. Un breve ciclo di psicoterapia, mirato a rafforzare le
difese di Sara, ha consentito la remissione dei sintomi.
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Antonio ha 58 anni, è
pensionato da circa un anno, sposato e con due figli. Ha sempre
lavorato come manovale nell'edilizia ed ora non accetta l'idea di
dover restare a casa ed è alla continua ricerca di piccole
occupazioni; l'anamnesi è negativa per patologie somatiche di
rilevanza clinica, ha sempre goduto di buona salute. Da alcune
settimane si sente "stanco e affaticato". Di notte non dorme ed ha
dei "vuoti di memoria", «è come se mi sentissi preoccupato per
qualcosa, sono teso, non riesco più a concentrarmi, sono sempre
stanco. Penso ai miei figli, sono preoccupato per loro». Una
richiesta di esami di laboratorio ha evidenziato una alterazione dei
parametri comuni, in particolare una marcata ipoalbuminemia.
Ricoverato in ospedale gli è stato diagnosticato un tumore
polmonare. L'anamnesi negativa, la solida struttura di
personalità, l'assenza di valide motivazioni che potessero
giustificare tale quadro clinico, l'esordio dei sintomi in età
adulta, hanno orientato verso la richiesta di esami clinici. La
sintomatologia psichica può ritenersi in questo caso strettamente
collegata al processo neoplastico, avendo come punto di partenza la
progressiva astenia.
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Ilda è alla sua terza gravidanza, ha
un figlio di sette anni ed una bimba di quattro. «Sono al terzo mese, ma non so
cosa mi stia succedendo. Non dormo, sono terrorizzata dall'idea di avere un
altro figlio, anche se al tempo stesso lo desidero, mi sento in colpa e
soprattutto sono preoccupata di non essere in grado di accudirlo, pur avendo già
allevato due figli. Non riesco a concentrarmi e non sto andando a lavoro, ho
chiesto a mio marito di starmi vicino e di non lasciarmi sola. Non mi è mai
successo niente di simile».
Per Ilda l'adattamento a questa
nuova situazione appare più difficile dei previsto. Anche le "buone notizie"
possono essere fonte di stress: tutto ciò che determina un cambiamento e un
riadattamento può infatti essere motivo di ansia. E' stato sufficiente
rassicurare Ilda che progressivamente ha ritrovato l'equilibrio. Diversamente è
stato, nella medesima situazione, per Amelia, alla cui anamnesi ritroviamo
episodi di attacchi di panico e periodici trattamenti farmacologici.
In tale circostanza sono stati programmati controlli clinici più frequenti, ed è
stato necessario l'utilizzo di farmaci, anche se in modo occasionale e sotto
controllo medico.
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed.
Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Il Prof.
Pellegrino, medico psichiatra psicosomatista, precisa e sottolinea l'importanza,
nel settore dei disturbi psicologici, della diagnosi e cura della persona, non
del "caso" o della "malattia". Egli infatti afferma: "Ogni soggetto ha una sua
storia e la sofferenza psichica ne rappresenta l'epilogo." Indubbiamente l'ansia
patologica, nelle sue diverse manifestazioni cliniche, rappresenta una
condizione disadattiva quale espressione di un modo di reagire disfunzionale
dell'individuo nei confronti dei propri conflitti: è una soluzione inadeguata ai
problemi della vita, un tentativo nevrotico di sopravvivere alle difficoltà dei
quotidiano, una risposta inappropriata agli eventi della vita in rapporto alla
loro intensità e durata.
Credo che vada precisato che
"condizione disadattiva" e "tentativo nevrotico", sono definizioni che si
riferiscono al repertorio cognitivo a disposizione della persona, poichè
ciascuno opera le proprie decisioni sulla base del repertorio dei propri modi di
vedere se stesso, il mondo e gli altri.
Nei Disturbi d'ansia (Tabella
1) i sintomi dello spettro ansioso assumono caratteristiche di entità cliniche
distinte, ciascuna delle quali con una storia evolutiva a se stante e con
precise caratterizzazioni diagnostiche e terapeutiche.
Si tratta di quadri clinici ben
definiti, pur nella molteplicità delle loro manifestazioni, che assumono una
particolare rilevanza per il loro carattere invalidante e per la tendenza a
cronicizzare; essi richiedono una diagnosi accurata e trattamenti specifici.
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed.
Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Dal
sintomo alla diagnosi
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Come meglio descritto nella sezione
diagnosi
di questo sito, per ciò che riguarda i disturbi psichici difficilmente è
applicabile la normale procedura medica per la diagnosi.
Infatti, poichè la manifestazione
psicopatologica per mezzo dei sintomi non esprime la presenza di una causa
aggredibile, essa esprime, invece, il disagio complessivo della persona e della
storia della sua vita. Quindi classificare i disturbi psicologici per mezzo dei
sintomi è più che altro una procedura utile a snellire le comunicazioni fra gli
addetti ai lavori. Molto meno utile è, invece, al fine di stabilire la terapia.
A differenza delle normali malattie
mediche, i disturbi psicologici sono incurabili se ci si attiene
fondamentalmente alla diagnosi dei sintomi, nel senso che, mentre nelle malattie
mediche generali riconoscendo i sintomi si riconoscono spesso anche le cause,
quindi diagnosticare per mezzo dei sintomi è corretto ai fini della cura, nei
disturbi psichici, invece, per mezzo dei sintomi non si riconoscono le cause,
quindi la diagnosi sintomatica è da sola inefficace ai fini della cura. Di
conseguenza la classificazione e l'etichettatura diagnostica per mezzo dei
sintomi, se utilizzata da sola, rischia banalmente di ricalcare anche in
psicopatologia, la procedura medica generale, commettendo un errore clinico non
indifferente.
Nei disturbi psichici si deve
diagnosticare ben oltre i sintomi. Nella maggior parte dei casi il paziente non
è affetto da alcuna malattia organica. Viceversa, al posto di una malattia che
spesso non c'è, c'è sempre una persona con tutto il carico della sua storia di
vita ed è infine la persona che va curata, nel senso che va aiutata a ridecidere
e a indirizzarsi verso nuove scelte, mentre frattanto la solleviamo
sintomaticamente per mezzo degli psicofarmaci. Tutto ciò rende la psicopatologia
e la psichiatria qualcosa di molto differente rispetto alla medicina generale.
Va sempre compiuta la diagnosi
differenziale riguardo la probabilità di eventuali malattie organiche: quando
sono presenti sintomi psicologici va sempre eseguita un'accurata esclusione di
malattie neurologiche ed endocrinologiche in particolare. In tutti i casi,
tuttavia, anche quando, come accade la maggior parte delle volte, la persona non
è organicamente ammalata, è indispensabile o di grande aiuto la somministrazione
degli psicofarmaci, perchè essi comunque hanno il potere di sollevare
rapidamente dai sintomi, pur essendo completamente inefficaci verso le cause. Il
sollievo dai sintomi per mezzo degli psicofarmaci, sgombra la strada della
terapia verso le cause del disturbo, da praticarsi per mezzo dei metodi e delle
tecniche della psicoterapia.
"Uno dei principali problemi della psichiatria moderna - ci dice il Prof.
Pellegrino - è quello della classificazione dei disturbi mentali che oggi,
grazie ai due sistemi diagnostici maggiormente in uso - DSM-IV edizione Masson,
Milano, 1996), dell'American Psychiatric Association (APA) e I'ICD-10 (Masson,
Milano- dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - è stato affrontato con
attenzione nell'intento di fornire al clinico precisi criteri diagnostici utili
per la gestione del paziente con disturbi psichici."
Non è sempre facile far rientrare un
paziente in un preciso ambito diagnostico, soprattutto per la variabilità dei
quadri clinici che contrastano con l'apparente rigidità dei sistemi diagnostici;
un criterio valido consiste nell'identificazione del sintomo chiave e
nella comprensione graduale della natura del disturbo in esame. Tale percorso è
particolarmente utile in medicina generale in quanto può contribuire, secondo
quanto suggerisce l' OMS, ad identificare e trattare gran parte dei disturbi
psichici al pari di altre patologie, come per esempio l'ipertensione e il
diabete, rinviando allo psichiatra l'esame e la gestione di quadri clinici più
complessi e difficili."
Altre CONSIDERAZIONI
DIAGNOSTICHE
Recenti indagini indicano che oltre il
50% dei pazienti psicopatologici soddisfa la diagnosi di almeno un secondo
disturbo, ed il 75% dei soggetti in trattamento per abuso o dipendenza da
sostanze presenta almeno un altro disturbo mentale. Per molti soggetti, inoltre,
risulta difficile identificare la categoria diagnostica dì appartenenza, come
evidenziato da alcuni studi epidemiologici che indicano la presenza di
un'elevata percentuale di pazienti in cui è possibile utilizzare solo delle
categorie diagnostiche residue, "non meglio specificate".
Tali difficoltà, presenti in tutta la
medicina, in psicopatologia assumono un particolare significato, con notevoli
conseguenze sul piano terapeutico e sottolineano l'importanza di un approccio
psicosomatico al paziente: bisogna attingere informazioni dal suo percorso
storico, dalle sue difficoltà, dal suo modo di affrontare i problemi della vita,
dalla sua personalità, dal suo disagio manifesto, dalle tante variabili
extracliniche (compresi gli eventi della vita) che condizionano a volte in modo
determinante l'evoluzione del quadro clinico.
La presenza di un quadro depressivo in
soggetti con disturbi d'ansia è un evento costante, tanto che alcuni studi
sottolineano come oltre il 70% degli stati d'ansia presenti una sintomatologia
depressiva.
Le problematiche relative al rapporto
ansia-depressione appaiono tutt'altro che risolte, come si rileva dalla presenza
di numerosi studi sull'argomento. In letteratura d'altra parte è noto che,
nonostante il termine "nevrosi" sia ritenuto superato, la diagnosi più frequente
che ancora oggi viene fatta, sia a livello specialistico che dal medico di
famiglia, è quella di "nevrosi ansioso-depressiva".
Dal punto di vista clinico il riconoscimento del tipo di depressione è
fondamentale per l'elaborazione della prognosi e per la corretta gestione
terapeutica del paziente. Una condizione di scoraggiamento, o
demoralizzazione
in cui prevalgono vissuti di tristezza e di rabbia per Io stato di salute,
per non sentirsi in forma, è strettamene collegata ai disturbi d'ansia. In
questi casi il soggetto conserva l'interesse per l'ambiente circostante, per la
vita, e riesce a provare piacere per ciò che ama («Fra quattro mesi devo
sposarmi, sono contenta, sto preparando ciò che serve, ho solo la preoccupazione
di non riuscire a gestire la mia ansia»); nei confronti del futuro si è
preoccupati ma fiduciosi («Potrei vivere felice se riuscissi a liberarmi di
questi sintomi»). Non prevale la paura della morte, l'ideazione suicidaria ed i
sensi di colpa non hanno un'intensità rilevante, non vi è la sensazione di
essere dei falliti o di aver commesso errori imperdonabili, si è comunque in
grado di progettare il proprio futuro, anche se con molto timore. Viceversa, la
diagnosi di depressione come entità clinica a se stante (episodio depressivo
maggiore) è prevalentemente caratterizzata dai seguenti sintomi:
1. umore depresso (sentirsi giù di
tono, demotivati, vuoti, tristi e pessimisti);
2. disinteresse per l'ambiente
circostante e per tutto ciò che può dare piacere;
3. significativa perdita o aumento di
peso;
4. problemi di insonnia (è tipico il
risveglio precoce mattutino);
5.
rallentamento psicomotorio o stato di agitazione;
6. perdita di energie (sensazione di
stanchezza e prostrazione);
7. pensieri di morte (vissuti spesso
con un sentimento liberatorio rispetto all'angoscia del vivere);
8. sentimenti di colpa, di
autosvalutazione, di fallimento totale;
9. difficoltà a concentrarsi, a
gestire il quotidiano, tutto sembra difficile e impossibile da realizzare.
Naturalmente solo l'esperienza clinica
aiuta il medico a cogliere l'aspetto "qualitativo" della depressione, ad
individuare nel corso del colloquio clinico la disperazione dell'esperienza
depressiva come vuoto assoluto, incolmabile e devastante («Deve nascere mio
figlio, ma non mi interessa, non provo alcun piacere, soffro per la mia
insensibilità, per il vuoto che ho dentro, riconosco la grandezza dell'evento,
ma mi sento completamente disinteressato») che si differenzia dall'esperienza
ansiosa in cui prevale la preoccupazione per il futuro ed uno stato di allarme.
Valutare la diagnosi dei disturbi dello
spettro ansioso comporta, per definizione, l'esclusione di una patologia
organica
che possa giustificare i
sintomi ed in ogni caso va valutato il quadro fisico generale del paziente e
l'importanza che può assumere la consistenza di un qualsiasi disturbo
fisico. Dietro ogni sintomo ansioso può infatti mascherarsi un disturbo organico
che va identificato e trattato, anche se nella pratica clinica occorre valutare
di volta in volta il reale significato da attribuire alla componente psicologica
e a quella organica.
In particolare:
1. Il sintomo può essere
eziologicamente correlato a fattori fisici (ansia secondaria). Alcune
patologie organiche e l'assunzione di sostanze medicamentose o di abuso (Tabella
7) possono infatti causare sintomi simili a quelli che si osservano nei disturbi
d'ansia; in questi casi vi è un rapporto diretto tra disturbo fisico, che
va identificato e trattato, e lo sviluppo e il decorso dei sintomi mentali.
2. In uno stesso soggetto disturbi fisici e psichici possono coesistere, avere
pari importanza e influenzarsi reciprocamente (comorbidità). Nella
pratica clinica l'osservazione della frequente associazione di alcune patologie
(ad esempio il prolasso della mitrale con il disturbo da attacchi di panico) non
ha ancora consentito di chiarire il problema, che resta oggetto di osservazione
e di ulteriori studi. Particolarmente interessante è in tale ambito è lo studio
della comorbidità dei disturbi di panico con l'epilessia, i disturbi
vestibolari, l'emicrania, l'aninesia globale transitoria o con le disfunzioni
tiroidee; pari interesse riveste la comorbidità del disturbo
ossessivo-compulsivo con il disturbo di Tourette e altri disturbi da tic, con
l'epilessia del lobo temporale e, occasionalmente, con le complicazioni dei
traumi e delle encefaliti. Si tratta di quadri clinici complessi in cui è
opportuna una collaborazione tra il medico di medicina generale ed altri
specialisti. Inoltre, soprattutto in medicina generale, è frequente il riscontro
di patologie croniche, quali l'ipertensione, il diabete, la cardiopatia
ischemica, l'artrite, l'enfisema, tutte condizioni che possono avere un ruolo
nello sviluppo o
nell'evoluzione di un disturbo d'ansia. In tali circostanze è opportuno
considerare anche il fatto che si tratta per lo più di soggetti anziani spesso
sottoposti a trattamenti con più farmaci che possono ulteriormente influenzare
il quadro clinico.
3.
Il disturbo psichico rappresenta una
reazione al disagio causato da una patologia organica (ansia reattiva).
Oggi si parla di psicooncologia, psicogeriatria, di assistenza psicologica al
paziente infartuato o affetto da AIDS; in realtà si riscopre l'importanza di
valutare le difese del soggetto di fronte alla gestione di una patologia
cronica, invalidante o che conduce alla morte. La valutazione e la gestione
degli aspetti psicologici reattivi ad una patologia organica può contribuire
alla migliore gestione della patologia stessa; molti studi dimostrano che tale
valutazione migliora il decorso della patologia fisica, riduce ad esempio il
tempo di degenza medio di un paziente infartuato, favorisce l'adesione al
programma terapeutico e l'adozione di misure igieniche di vita, come avviene nel
diabetico che oltre all'assunzione regolare dei farmaci deve attenersi ad una
particolare dieta o nell'infartuato che deve assumere farmaci ed astenersi dal
fumo di sigaretta.
La morte di una persona cara, un tracollo economico, una crisi coniugale,
una violenza come lo stupro, o
qualsiasi esperienza che comporta un grave sconvolgimento della vita
affettiva di un soggetto possono avere un significato clinico manifestandosi
come quadri ansiosi che richiedono un intervento deciso da parte del
medico.
In tali circostanze, in cui è
privilegiato il ricorso al medico di famiglia, alla guardia medica o al pronto
soccorso, emerge in primo piano una profonda sofferenza in relazione ad una
perdita di sicurezza: l'individuo non riesce a padroneggiare la realtà, è
completamente disarmato di fronte ad un'esperienza non tollerabile e vissuta con
dolorosa impotenza.
L' importanza di affrontare in modo
adeguato queste circostanze, sia con interventi farmacologici che
psicoterapeutici, è importante per risolvere sia l'emergenza, sia il
cristallizzarsi della sintomatologia in quadri psichiatrici cronici.
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Si capisce da quanto scrive il Prof.
Pellegrino che si tenta di equiparare le procedure mediche generali e le
procedure cliniche in psicologia e psichiatria, pur ammettendo frattanto che
questa operazione in ambito della psicopatologia non equivale all'ambito medico
generale. Vediamo adesso la descrizione fatta dal Prof. Pellegrino di alcune
sindromi ansiose.

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Il disturbo d'
ansia generalizzato
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Considerato come una categoria residua
fino a qualche anno fa, il Disturbo d'Ansia Generalizzato (GAD) è entrato a
pieno titolo tra le patologie psichiatriche solo recentemente ed è
caratterizzato dalla presenza di ansia persistente ad andamento cronico. L'
attesa apprensiva (tensione psichica, preoccupazione) con anticipazione
pessimistica di eventi disastrosi per sé o per i propri familiari rappresenta il
sintomo cardine del disturbo, a cui si accompagnano segni di tensione fisica,
iperattività neurovegetativa e disturbi cognitivi come scarsa concentrazione e
facile distraibilità.
I pazienti affetti da questo disturbo
appaiono cronicamente ansiosi ed apprensivi, versano in uno stato di eccessiva
preoccupazione per le circostanze quotidiane che comporta una condizione di
allarme ed ipervigilanza tale da rendere la vita "impossibile": «Non posso più
accendere il televisore, si sentono tante brutte notizie, ho la sensazione che
possano capitare anche a me. Mi riesce difficile anche uscire, devo fare uno
sforzo notevole per non pensare a mio figlio che è a scuola, potrebbe
succedergli qualcosa; sono terrorizzata ogni qualvolta sento la sirena di
un'ambulanza, penso che possa essere successo qualcosa di terribile ad un mio
familiare».
Il GAD è un disturbo di comune
osservazione (le stime per la prevalenza ad un anno variano dal 3 all'8%),
soprattutto nella medicina generale; è il disturbo che più frequentemente si
associa ad un altro disturbo mentale (è di particolare rilievo la comorbidità
con i disturbi dell'umore) e solo un terzo dei pazienti con GAD si rivolge allo
specialista. La componente somatica del disturbo motiva infatti i pazienti a
consultare il proprio medico di famiglia, l'internista, il cardiologo, lo
pneumologo, il gastroenterologo, e solo in ultima istanza lo specialista dei
disturbi psicologici. Risultano tuttavia relativamente pochi i pazienti che
accettano la diagnosi di GAD ed un trattamento appropriato; è più frequente la
ricerca di ulteriori e sempre più numerosi consulti specialistici con frequente
ricorso a strutture sanitarie.
L' età di esordio, indicata nella
fanciullezza e nell'adolescenza, è tuttavia difficile da definire con esattezza
in quanto la maggior parte dei pazienti ha la sensazione di "essere stato sempre
ansioso", riconoscendosi una particolare struttura di personalità; non è
comunque infrequente l'esordio dopo i 20 anni. Circa il 60% di coloro che
soffrono di GAD sono donne.
Il decorso appare tendenzialmente
cronico, con andamento fluttuante e fasi alterne di riacutizzazione, soprattutto
in concomitanza con eventi stressanti.
Per poter fare diagnosi di GAD il
DSM-IV ha proposto alcuni criteri, che possiamo così riassumere:
1.
Presenza di ansia e preoccupazione eccessiva (attesa apprensiva), per
almeno sei mesi consecutivi, riguardo ad una quantità di eventi o di attività
(come prestazioni lavorative o scolastiche). Il paziente è incapace di
controllare tale preoccupazione e l'insieme dei sintomi causa un disagio
clinicamente significativo con compromissione della funzionalità sociale,
lavorativa, familiare, individuale.
2.
All'ansia e alla preoccupazione sono
associati almeno tre dei seguenti sintomi (nei bambini ne è sufficiente uno):
• irrequietezza, o sentirsi tesi e con
i nervi a fior di pelle;
• facile affaticabilità;
• difficoltà a concentrarsi o vuoti di
memoria;
• irritabilità;
• tensione muscolare;
• alterazioni del sonno (difficoltà ad
addormentarsi o a mantenere il sonno, o sonno inquieto e insoddisfacente).
Per I'ICD-10, che definisce il
disturbo come Sindrome ansiosa generalizzata, i sintomi associati sono descritti
più dettagliatamente (Tabella 2 ), e per la diagnosi ne sono sufficienti
quattro, di cui uno deve rientrare nei primi quattro. Questa precisazione
conferma la eterogeneità dei quadri clinici con cui il GAD può manifestarsi e la
possibilità che lo stesso possa presentarsi in modo diverso nel corso della vita
di un soggetto.
Il momento della diagnosi deve quindi
considerare tali variabili e deve essere attento a differenziare il GAD da altre
patologie; inoltre, è importante sottolineare ancora una volta la possibilità
che al disturbo si associno frequentemente altri quadri clinici il cui
riconoscimento consente un trattamento adeguato.
La diagnosi differenziale comprende
tutte le condizioni mediche che possono causare ansia. La richiesta di indagini
clinico-strumentali (in particolare esami ematochimici generali, comprensivi di
test per la funzionalità tiroidea ed un ECG) oltre che aiutare il clinico nella
definizione diagnostica, rappresentano elementi rassicuranti per il paziente,
soprattutto nella fase iniziale del disturbo. L' intossicazione da caffeina, per
l'elevato consumo di questa sostanza attraverso vari prodotti alimentari (caffè,
tè, cola, cacao, cioccolato), va sempre considerata.
Inoltre, poiché il GAD è
frequentemente associato a quadri depressivi, l' esame clinico deve essere
particolarmente attento all'individuazione di tali aspetti. In questi pazienti
un umore triste, un vissuto di scoraggiamento (dee di impotenza è quasi
sempre presente, è legato alla sofferenza psicologica che il GAD comporta e
migliora con la remissione dei sintomi ansiosi. La presenza invece
di un vero quadro depressivo, che ha certamente un impatto negativo sulla
prognosi, comporta l'adozione di misure terapeutiche specifiche.
Un particolare stato d'ansietà e di
preoccupazione, soprattutto con polarizzazione sulle problematiche della vita
quotidiana, può essere indicativo di una condizione iniziale di deterioramento
cognitivo. Il soggetto anziano può infatti reagire con ansia ai primi segnali di
deficit cognitivo in quanto, riscoprendosi meno efficiente e attento, è portato
a utilizzare meccanismi compensativi, come l'eccessiva scrupolosità e il
ricontrollare più volte quanto realizzato per paura di aver sbagliato. Ciò
determina una sensazione di incertezza, anche per compiti banali, con incremento
dell'ansia. E' vero anche il contrario: l'ansia, diminuendo la capacità
attentiva, può determinare la sensazione di avere "dei vuoti di memoria". L'
anamnesi negativa per precedenti episodi ansiosi, l'esordio tardivo dei
disturbi, l'assenza di eventi stressanti, la presenza di una buona struttura di
personalità, depone per un quadro organico e indirizza il clinico verso la
richiesta di esami specifici (TAC encefalo, RMN, test neuropsicologici).
Infine, l'intima relazione del GAD con
alcune caratteristiche di personalità (insicurezza, scarsa autostima, docilità,
labilità emotiva, rigidità ... ) pone alcuni interrogativi che ci portano a
riflettere su alcune modalità comportamentali (Tabella 3) di frequente
osservazione che possono esprimere uno stato d'ansia latente il cui
riconoscimento può aiutare a migliorare lo stile di vita di questi soggetti.
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In
parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino
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Il disturbo di
panico
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Criteri di diagnosi per il Disturbo di Panico e per l' Attacco di Panico
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La ricorrenza degli attacchi di
panico, che di solito compaiono inaspettatamente, spontaneamente (a ciel
sereno) e non sono associati a situazioni specifiche, costituisce la
caratteristica principale del Disturbo di Panico (DAP), definito
nell'ICD-10 come "Sindrome da attacchi di panico o ansia episodica
parossistica".
All'attacco di panico (Tabella 4), che
determina una significativa compromissione del comportamento, può associarsi o
meno l'agorafobia e, ai fini della diagnosi, a almeno uno degli attacchi deve
seguire un mese (o più di persistenza di un eccessivo timore di avere altri
attacchi con le relative conseguenze.
Il DAP, che può insorgere anche
durante il sonno o nel contesto di situazioni drammatiche (incidenti, morte di
persone care ... ), è di frequente riscontro nella popolazione generale, i dati
di prevalenza in un anno sono tra l'1 % e il 2%; le donne sono da 2 a 3 volte
più colpite degli uomini e l'età media di esordio può collocarsi tra la tarda
adolescenza e i 35 anni.
Le manifestazioni fisiche del disturbo
inducono il paziente a rivolgersi al pronto soccorso o al proprio medico di
famiglia, con tendenza a richieste ripetute di indagini clinico-strumentali.
Studi recenti sottolineano inoltre la presenza di attacchi minori, con
manifestazioni cliniche oligosintomatiche e di minore intensità, come vertigini,
palpitazioni, vampate di caldo. Tali dati suggeriscono un approccio graduale al
paziente, volto innanzitutto ad escludere la presenza di patologie organiche,
perché sottostimando il sintomo ed etichettandolo subito come "psichico", il
medico di base corre il rischio di non rivedere più il paziente che si rivolgerà
ad un altro medico. Secondariamente, si può valutare la possibilità di una presa
in carico del paziente gestita dal medico di famiglia, o l'invio allo
specialista dei disturbi psichici, psicologo clinico, psicoterapeuta o
psichiatra. In ogni caso, considerata, come vedremo, la presenza di diverse
patologie organiche in grado di simulare un attacco di panico, è sempre buona
norma valutare il paziente anche dal punto di vista fisico.
L' evoluzione del DAP, anche se il
decorso appare tendenzialmente cronico, è variabile ed è possibile che si
associno altre connotazioni cliniche che possiamo così riassumere:
- sviluppo di una condizione di ansia
anticipatoria: il paziente vive nel timore che le crisi possano ripetersi e
presenta uno stato di continua apprensione anche di notevole intensità;
- l'associazione di alcuni luoghi o
situazioni con la possibilità che si verifichi un attacco di panico comporta
l'adozione di condotte di evitamento. Tali luoghi o situazioni saranno
sistematicamente evitati e nulla potrà rassicurare il paziente;
-il soggetto appare sempre più
preoccupato e potrebbe temere (elaborazione ipocondriaca) di avere "una
brutta malattia" che non si riesce a comprendere; in tal modo aumentano le
richieste di intervento del medico;
-è frequente l'insorgere di vissuti di
tristezza e scoraggiamento (demoralizzazione secondaria), con sentimenti
di colpa e inadeguatezza rispetto al futuro quando ci si rende conto di essere
fortemente condizionati e non più in grado di realizzare i propri progetti.
Al DAP risultano frequentemente
associati altri disturbi d'ansia, come la fobia sociale e la fobia specifica, il
disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d'ansia generalizzato, i disturbi da
abuso di sostanze, come l'abuso di alcolici e di farmaci la cui assunzione
avviene a scopo autoterapeutico, e i disturbi dell'umore, in particolare
depressione che può manifestarsi in oltre il 65% d soggetti con DAP con un serio
aumento del rischio suicidiario.
La diagnosi precoce del disturbo,
l'instaurazione di un corretto programma terapeutico, il riconoscimento d quadri
psicopatologici associati, migliorano notevolmente la prognosi e consente di
ottenere buoni risultati.
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Seguono degli esempi di disturbo e
attacchi di panico:
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«Ero in discoteca,
una serata come le altre, lo ricordo come se fosse successo ieri, benché siano
trascorsi quasi quattro anni. Mi sentii soffocare, ebbi la sensazione di morire,
il mio corpo era congelato, sentivo il sangue salirmi alla testa. Mi sembrava di
impazzire. Fui portata all'ospedale e da allora non vado più in discoteca, evito
i luoghi affollati e la mia vita è profondamente cambiata, vivo con l'angoscia
che il panico si ripresenti, ho perso la mia libertà».
Amelia, 21 anni, studentessa
universitaria, descrive così la sua esperienza del primo attacco di panico; ora
chiede un sostegno psicologico ed una terapia: «non posso continuare a vivere in
questa condizione, sono giovane e non voglio rinunciare a vivere libera».
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In
parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino
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Agorafobia |
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Criteri diagnostici per l'
Agorafobia
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L'agorafobia, la più
disabilitante delle fobie, è la paura di ritrovarsi soli
(nell'impossibilità di essere soccorsi, di poter fuggire in caso di
panico) in luoghi pubblici, come una piazza, un supermarket o una
discoteca; essa limita in modo considerevole l'autonomia dei
paziente che per ogni spostamento, anche semplicemente per uscire di
casa, chiede la presenza di un accompagnatore, come nel caso di
Alessia, una giovane studentessa che lasciava la propria abitazione
esclusivamente accompagnata dalla madre, che le dava "sicurezza e
protezione".
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In parte tratto da "I segreti
dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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FOBIE |
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Più comuni di quanto fino ad oggi si
potesse immaginare, i disturbi fobici rappresentano quadri clinici in cui
l'elemento centrale è costituito da un timore patologico o da una paura
immotivata di venire a contatto
con un oggetto o con
particolari situazioni (fobia specifica), o ancora, con situazioni sociali o
prestazionali che possono creare imbarazzo (fobia sociale).
Si tratta di timori infondati, di una
paura irrazionale e assurda, che il paziente pur rendendosene conto non riesce a
superare; l'angoscia può essere tale da causare un evitamento di oggetti o
situazioni e da compromettere, in alcune circostanze in modo grave, il
funzionamento globale del soggetto.
Le Fobie Specifiche (FS) di più
frequente riscontro riguardano animali o insetti, altezze, sangue, ferite,
acqua, buio, aghi, alimenti, temporali, l'utilizzo di mezzi pubblici, ascensori,
ponti, luoghi chiusi; è nota inoltre la "fobia dello spazio" in cui si ha paura
di cadere se si è lontani da muri o altri supporti e, nei bambini, la paura dei
rumori forti o dei personaggi in maschera.
La prevalenza della FS è più frequente
nelle donne -
stimata dal 3 all'8%, ma solo
in una piccola percentuale di casi il disturbo raggiunge livelli di gravità tale
da richiedere l'intervento dello specialista; è tuttavia frequente il riscontro
della FS all'anamnesi in soggetti che consultano lo specialista per altri
disturbi d'ansia.
Nella maggior parte dei casi, il
paziente convive con il disturbo, evitando le situazioni ansiogene e senza
compromettere la propria performance: si può comunque viaggiare evitando di
prendere l'aereo o vivere evitando il contatto con gli animali, come nel caso di
Sabrina che evitava sistematicamente di andare a casa di alcuni suoi cari amici
perché avevano un gatto, trovando di volta in volta una scusa plausibile per non
rendere visibile il proprio disagio, oppure di Giovanni che, per non prendere
l'ascensore, era costretto ad utilizzare le scale, pur abitando al sesto piano.
Nella pratica clinica può essere utile
ricordare la fobia per gli alimenti associata alla avversione per alcuni cibi
(pesce, carni, spaghetti ... ), la cui presenza può determinare nausea e conati
di vomito, o associata alla ipereccitabilità del normale riflesso faringeo. In
questo caso può essere presente una notevole difficoltà o impossibilità di
deglutire cibi solidi: i soggetti non tollerano lo spazzolino da denti, la
camicia abbottonata, la cravatta o l'assunzione di compresse, capsule, confetti,
preferendo ad esempio fastidiosi cicli di terapia parenterale.

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FOBIA SOCIALE |
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La fobia sociale o
Disturbo da Ansia (DAS) rappresenta un disturbo altrettanto
frequente e certamente più invalidante; insorge mediaMente in un'età
compresa tra i 15 e i 20 anni ed è caratterizzata da una
ingiustificato ed eccessiva valutazione del giudizio degli altri con
conseguente disagio nelle relazioni sociali, incapacità o
impossibilità di controllare le proprie reazioni emotive in molte
situazioni o prestazioni (Tabella 5 ) tale da indurre la comparsa di
sintomi dello spettro ansioso. Il soggetto ha paura di essere al
centro dell'attenzione, di comportarsi in modo imbarazzante o
umiliante ed è portato ad evitare tutte le situazioni ritenute
ansiogene con conseguente inibizione e riduzione dei contatti
sociali, fino a compromettere in modo stabile - cronicizzazione del
disturbo - il rendimento familiare, lavorativo e sociale.
Le paure possono arrivare
a riguardare la maggior parte delle situazioni sociali (fobia
sociale generalizzata).
Il ricorso allo specialista avviene
(essendo un disturbo sottostimato) dopo molti anni dalla comparsa dei primi
sintomi e in concomitanza della comparsa di complicanze (abuso di alcolici) o di
altri eventi psicopatologici (attacchi d panico, episodi depressivi
... ). Ciò non è più giustificato, anche in considerazione delle recenti
acquisizioni terapeutiche sia psicofarmacologiche che psicoterapeutiche.

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DISTURBO
OSSESSIVO
- COMPULSIVO
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Il DOC ( Disturbo
Ossessivo Compulsivo ), ha una prevalenza annua dell'1,5-2,1%, con
la comparsa dei sintomi di solito in età giovanile (nella maggior
parte dei casi prima dei 25 anni), con un decorso tendenzialmente
cronico che per il 15% dei soggetti comporta una progressiva e grave
compromissione della funzionalità familiare e sociale. L'esordio
precoce ed insidioso, un decorso ingravescente, una familiarità del
disturbo, la concomitante presenza di un disturbo di personalità e
una scarsa adesione al trattamento sono tutti fattori che
influenzano negativamente l'evoluzione del DOC. Dal punto di vista
clinico la caratteristica fondamentale è legata all'ossessione (o
anancasmo), definita come un'idea, un pensiero, un impulso,
un'immagine, che irrompono nella mente di un soggetto, nonostante
gli sforzi per contrastarle, senza alcuna logica o giustificazione,
contro la sua volontà, come estranee e angoscianti. L'ossessione
domina il campo del- la coscienza, persiste senza motivo, tende a
ripetersi, diventando per il soggetto un motivo di profonda
sofferenza in quanto incapace di "dirigere il proprio pensiero".
Le ossessioni (Tabella 6) possono
avere diverse caratteristiche che variano nei singoli casi clinici. Accanto a
ossessioni troviamo la compulsione che rappresenta vissuto di costrizione, di
obbligo ad agire, a comportarsi in un certo modo: si tratta di comportamenti
(lavarsi mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (pregare, contare,
ripetere parole ... ) che il paziente è costretto a compiere in maniera ripetuta
e formalistica (i cosiddetti cerimoniali o rituali), per mitigare la propria
angoscia, allontanare le ossessioni e scongiurare il peggio, pur conoscendone
l'assurdità, come ci racconta Daniela che da alcuni anni - ora ne ha 18 - soffre
di DOC:
«Ogni sera devo sistemare i vestiti in
un certo modo, le scarpe devono andare al posto giusto e tutto nella mia camera
deve essere al proprio posto, anche i libri, che non posso lasciare aperti sul
tavolo. Devo controllare, ricontrollare tutto, riaprire i cassetti e l'armadio e
risistemare ogni cosa. Solo cosi facendo posso andare a letto».
Vediamo altri esempi:
Rita ha 45 anni e la sua vita è, un
inferno, vive ossessionata dall'idea di poter contrarre una malattia infettiva
(ossessione) e trascorre le notti in bagno a lavarsi le maNI (compulsione) nel
tentativo di mitigare la profonda angoscia legata all'ossessione. Consuma litri
di alcool e le mani portano i segni evidenti di questi rituali: «La mia vita è
un rituale continuo, non ho la forza per contrastare le mie ossessioni».
Sposata, con due figli, Rita combatte ogni giorno contro questa forza intrusiva
che limita la sua libertà di pensare e di agire.
Per Antonio, stimato notaio di un
piccolo centro cittadino, le ossessioni riguardano invece l'idea che il suo
studio possa incendiarsi ed ogni sera, alla chiusura, è costretto a controllare
e ricontrollare se tutto è in ordine, se ha staccato la corrente o se vi sono in
giro sigarette accese lasciate da qualche cliente. Il rituale dura non meno di
tre ore e condiziona in modo considerevole la sua vita: «Non posso accettare
nessun invito a cena, sono vittima e schiavo della mia mente, delle mie
ossessioni». Così descritto il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un
disturbo altamente invalidante di cui oggi si comincia ad avere una
maggiore considerazione anche al di fuori dell'ambito specialistico. Ciò
consente una precoce identificazione e l'invio allo specialista per un
trattamento specifico.
La presenza di tratti ossessivi di
personalità è molto frequente nella popolazione generale, le piccole ossessioni
risultano di comune riscontro e possono aiutare i soggetti ad essere più precisi
nei loro compiti; tra questi possono esservi soggetti con DOC che riescono a
convivere con i propri disturbi e a conservare un discreto equilibrio.
Una maggiore attenzione da parte del
medico non specialista, può contribuire a trattare precocemente il DOC. E'
infatti noto che questi pazienti arrivano allo specialista dopo molti anni
dall'esordio del quadro clinico, ed alcuni dopo essersi rivolti ad altre
categorie di specialisti, diversi dallo psicologo clinico o dallo psichiatra, o
al proprio medico di famiglia per chiedere consiglio e aiuto per alcune
conseguenze del DOC":
• le mani screpolate dai rituali di
pulizia inducono i pazienti a consultare un dermatologo o le lesioni gengivali
da eccessiva pulitura dei denti, il dentista;
• alcuni genitori si rivolgono al
pediatra perché il comportamento del figlio (di solito un'eccessiva pulizia)
sembra strano;
• un infettivologo può essere
consultato nel timore di aver contratto l'AIDS;
• al medico di famiglia possono essere
riferiti comportamenti indicativi di un DOC: permanenza in bagno per ore intere,
eccessivo consumo di carta igienica, ripetuti rituali (entrare e uscire da una
porta, salire e scendere da una sedia), eccessiva scrupolosità.
«Mio figlio
impiega giornate intere per ricontrollare gli esercizi svolti»
O estrema lentezza nel compiere alcuni
atti come mangiare o radersi.
Il DOC è frequentemente associato ad
altre patologie, come i disturbi dello spettro ansioso e i disturbi dell'umore
che vanno riconosciuti e trattati.
In particolare è nota la frequente
concomitanza di un quadro depressivo, che va distinto dalla semplice
demoralizzazione o scoraggiamento per la sofferenza derivante dal disturbo.
L'osservazione clinica indica che la
depressione può iniziare e svilupparsi prima, durante o dopo l'insorgenza del
DOC, ma i rapporti tra le due patologie non sono chiari e a tutt'oggi risultano
oggetto di studio. In ogni caso la copresenza di un quadro depressivo sembra
determinare una maggiore gravità della sintomatologia con un impatto negativo
sul piano della prognosi.
L' interesse degli studiosi è anche
rivolto allo studio del cosiddetto "spettro dei disturbi ossessivi-compulsivi",
un concetto recentemente introdotto sulla base di caratteristiche comuni sul
piano clinico, biologico e terapeutico di alcuni disturbi che ha già dato
importanti risvolti sul piano clinico-terapeutico.
Essi possono essere distinti in tre
gruppi:
a.
presenza di una marcata
preoccupazione relativa all'aspetto fisico. Rientrano in questo gruppo la di-
smorfofobia, l'ipocondria, l'anoressia, la bulimia, il disturbo da alimentazione
incontrollata;
b.
sono rappresentati disturbi in cui
prevale una condizione di impulsività: il gioco d'azzardo, lo shopping
compulsivo (oniomania), le compulsioni sessuali (come la masturbazione
compulsiva o la pedofilia), la cleptomania, la piromania, la tricotillomania,
l'onicofagia, i disturbi da dipendenza da alcool, nicotina o sostanze
psicoattive;
c.
è presente un disturbo neurologico con caratteristiche compulsive:
l'autismo, la sindrome di La Tourette, la corea di Sydenham, alcune forme di
epilessia, il torcicollo.
La conoscenza di queste problematiche
aiuta anche il medico di famiglia ad individuare situazioni cliniche complesse
ed ad identificare alcune condizioni, come
il gioco d'azzardo, non ritenute
comunemente patologiche, nell'intento di attuare specifici trattamenti, ora
possibili grazie a questi studi, in collaborazione con lo specialista.
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In parte tratto da "I segreti
dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Le
basi dell'ansia e la personalità
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Con molta probabilità esiste alla base
di ciascun individuo una predisposizione biologica a sviluppare una condizione
di disturbo psicologico. In realtà qualsiasi disturbo, sia fisico che psichico,
è intimamente connesso alla struttura di personalità la cui valutazione è di
fondamentale importanza nella pratica clinica.
Molti tentativi sono stati fatti per
cercare di associare alcune strutture di personalità a specifiche patologie, sia
in medicina che in psichiatria.
Ricordiamo gli studi di Meyer Friednam
e Ray Rosen man, due cardiologi californiani, che osservando l'atteggiamento dei
loro pazienti nella sala di attesa (..sull'orlo della sedia, incapaci di
attendere, irrequieti ... ) hanno descritto "la malattia della fretta" che in
seguito hanno etichettato come "personalità di tipo A", riconosciuta
successivamente da molti autori come fattore di rischio indipendente per la
patologia cardiaca: «Si tratta di soggetti coinvolti in modo aggressivo in una
lotta cronica e incessante per ottenere un numero illimitato di cose nel più
breve tempo possibile e, se necessario, contro gli sforzi opposti da altre
persone dello stesso ambiente». Descritti come ambiziosi, determinati,
autodisciplinati, dediti à lavoro e propensi ad assumersi ogni responsabilità,
consapevoli dei loro obiettivi e motivati a raggiungerli i qualsiasi costo, sono
soggetti rivolti al futuro e al successo, con una immagine idealizzata di sé e
capaci di sopprimere ogni emozione utilizzando la propria aggressività pur di
raggiungere gratificazioni professionali elevate.
Altri studi rilevano anche nei
pazienti affetti da patologie tumorali alcune caratteristiche comuni (che hanno
portato a definire l'esistenza di una personalità di tipo C - ), una
costellazione di tratti psicologici che esporrebbe al rischio di cancro: si
tratta di persone tranquille, pazienti, passive, meticolose, rinunciatarie,
accondiscendenti, sincere, tendenzialmente tristi e portate a reprimere la
rabbia e l'aggressività.
Analoghi studi condotti in ambito più
strettamente psichiatrico, hanno evidenziato la frequente associazione dei
disturbi d'ansia con specifiche strutture di personalità; è infatti un dato di
comune osservazione che in oltre l'86% d pazienti psichiatrici viene riscontrato
un disturbo di personalità o la presenza di tratti di personalità che comunque
compromettono la funzionalità del soggetto (Tabella 8).
Queste considerazioni possono avere
dei significati utilizzare nella pratica clinica:
- la personalità può rappresentare un
terreno di vulnerabilità psicologica che favorisce, in determinate condizioni,
lo sviluppo di una patologia psichica;
- la struttura di personalità ha
importanti implicazioni nel decorso di qualsiasi evento morboso;
- alcune strutture di personalità
pongono seri limiti al trattamento sia in ambito medico che psichiatrico.
Naturalmente non possiamo trarre delle
conclusioni su questo argomento, il cui dibattito è in pieno svolgimento. Ciò
che possiamo affermare con certezza è che qualsiasi programma terapeutico non
può prescindere dalla conoscenza della personalità del soggetto e che
l'intervento sulla sua struttura di personalità costituisce una acquisizione
scientifica da tenere in debita considerazione.
Alcuni esempi ci aiutano comprendere i
risvolti clinici di queste osservazioni:
Andrea è un noto avvocato, è sposato
ed ha due figli. Una carriera brillante, a 38 anni può vantare una vasta
clientela e quattro collaboratori; lavora moltissimo e non ha pause:
«Il sabato e la domenica li occupo per
studiare le cause che devo affrontare in settimana, e non mi resta mai un po' di
tempo libero. Sono anni che non entro in un negozio di vestiti; ho un amico che
ha i miei gusti e la mia taglia e quindi sceglie per me». Ho già avuto in cura
la moglie, per due episodi di panico, ora sta bene; però ha rinunciato alle
attenzioni del marito, ha cercato altri interessi e si occupa a tempo pieno dei
figli. Andrea, che da anni soffre di colon irritabile, da diversi mesi lamenta
"un forte bruciore alle mani e una sudorazione profusa, con sensazioni di
instabilità".
Il suo stile di vita, la sua totale
incapacità a comprendere il significato del disagio psichico e a collegarlo alla
vita di tutti i giorni, rende difficile qualsiasi approccio terapeutico.
Alessandro lavora in banca, ha 25 anni
e da oltre quattro anni è in trattamento psicoterapeutico per disturbi legati
all'ansia, insorti durante il servizio militare. Il lavoro lo affatica molto,
non lo gratifica, e sta cercando di portare a termine gli studi universitari - è
iscritto ad economia e commercio - per ampliare le possibilità di trovare un
lavoro più gratificante. E' fidanzato ed il rapporto è caratterizzato da
frequenti litigi, proprio a causa del suo star male: «Sul lavoro non riesco a
concentrarmi, mi ritrovo sempre a pensare a cosa può succedermi da un momento
all'altro, sono in uno stato di continua tensione con il cuore che mi batte in
gola ed il sangue che si gela nelle vene. Non mi concentro, mi distraggo
facilmente e ho un senso di profusa stanchezza».
Lo stato d'ansia di Alessandro è
costante, e il lavoro terapeutico è reso particolarmente difficile da alcune
caratteristiche di personalità. eccessiva dipendenza dalla figura materna,
mancanza di praticità, tendenza a "volere il meglio per sé, ma senza fatica "
(pretesa nevrotica di voler ottenere tutto e subito) e incapacità ad affrontare
le difficoltà della vita con marcata labilità emotiva ed instabilità.
I casi descritti ci fanno comprendere
dunque sempre meglio che la cura dei disturbi psicologici richiede:
1- attuare programmi terapeutici
personalizzati e elaborare una prognosi non della "malattia", ma della persona,
cioè di come quella persona potrà guarire
2- elaborare strategie terapeutiche
concrete, per quella data persona in cura, puntando concordemente su obiettivi
raggiungibili da quella persona
3- gestire nel modo ottimale il
rapporto con il paziente, il che significa "andare oltre il sintomo" e
dettagliare le problematiche della persona
Per il medico di famiglia - scrive il
Prof. Pellegrino, medico psichiatra ed esperto in medicina psicosomatica - tutto
ciò può sembrare difficile da realizzare avendo poco tempo a disposizione
essendo pressato da notevoli incombenze burocratiche. In realtà, l'approccio che
proponiamo rende la lettura del sintomo più agevole, facilita il programma
terapeutico, non comporta eccessivo impegno. Si richiede infatti al medico di
riflettere su quanto già ordinariamente in suo possesso, di inserire in un
contesto scientifico le conoscenze che ha del suo paziente, acquisite nel corso
degli anni grazie alle caratteristiche stesse del suo lavoro che gli consentono
di conoscere da vicino la storia di ogni assistito.
In particolare bisogna prestare
attenzione a tre aspetti essenziali:
emozioni
razionalità
comportamento
Il soggetto sembra sereno? Esprime con
naturalezza le sue emozioni, queste appaiono adeguate rispetto al contesto
familiare e sociale? Riesce a gestirle senza compromettere la propria stabilità
emotiva? Tende ad essere impulsivo, instabile? Si lascia condizionare
facilmente? Le sue richieste sono congrue? Qual'è il suo atteggiamento nei
confronti del sintomo?
Ha un buon rapporto con la
realtà e con se stesso? Riesce ad avere un buon programma di vita? Come reagisce
di fronte alle difficoltà? Tende ad assumersi le proprie responsabilità?
Il soggetto ha un buon funzionamento familiare e sociale? Riesce ad
attuare idonee strategie di difesa di fronte agli eventi stressanti? Il suo
comportamento appare coerente e funzionale? Segue i consigli terapeutici?
Si tratta di valutazioni soggettive,
spesso basate sull'intuito clinico, che tuttavia aiutano a riflettere sulle
capacità del singolo paziente di gestire l'evento patologico, come nel caso di
Anna - scrive il Prof. Pellegrino- una donna di 29 anni con sei figli a
carico, il più grande dei quali ha sette anni.
"E' venuta alla mia osservazione
presentando un quadro clinico di ansia generalizzata di moderata gravità insorto
da circa quattro mesi. Il trattamento farmacologico con benzodiazepine, durato
12 settimane, ha consentito la remissione clinica dei sintomi, ma la personalità
appare vulnerabile e disfunzionale: si fa carico di ogni problema, non riceve -
né chiede - alcun aiuto per la gestione del quotidiano (pur avendone la
possibilità, anche economica), non ha alcuna cura di sé e quando può riesce a
"caricarsi" di altri problemi (assistere la vicina di casa perché sola,
accogliere in casa un fratello che di recente ha divorziato ... ); ha
completamente trascurato una disfunzione tiroidea ed altri problemi fisici.
Tutto ciò rende Anna un soggetto a rischio e difficile da trattare."
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Terapia
dei disturbi d'ansia
del Prof. Ferdinando
Pellegrino, psichiatra |
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A proposito della cura dei disturbi
d'ansia, scriviamo insieme al Prof. Pellegrino, psichiatra, che oggi la cura
richiede un approccio integrato. In questo approccio devono integrarsi sia
l'intervento sui sintomi per mezzo degli psicofarmaci, che l'intervento a favore
della persona per mezzo della psicoterapia. Grazie alla disponibilità di farmaci
sempre più maneggevoli e di tecniche psicoterapeutiche più pratiche e
rispondenti alle esigenze dei pazienti, lo specialista riesce a formulare
adeguati programmi terapeutici. Inoltre, si va sempre più affermando la
possibilità per il medico non specialista di avvalersi di particolari tecniche
psicoterapeutiche da utilizzare ad integrazione di qualsiasi trattamento
psicofarmacologico, considerando la consistente prescrizione di questi farmaci
in medicina generale. Esaminando l'esperienza personale relativa ad un gruppo di
500 pazienti che hanno richiesto un consulto psichiatrico, l'intervento di
scelta è stato farmacologico nel 72% dei casi, nell'8.6% del cam- pione è stato
possibile associare una psicoterapia e nell'8% è stata proposta la sola
psicoterapia.
Tuttavia, anche nell'82% dei casi
trattati solo farmacologicamente è stato comunque possibile realizzare un
supporto psicologico che ha contribuito a rendere più efficace l'intervento
stesso; tale modello può essere ripreso in medicina di base, laddove un
intervento di supporto psicologico (interventi psicoterapeutici in medicina
generale) può risultare vantaggioso sia per il paziente che per lo stesso
medico. La stretta collaborazione con lo specialista attraverso la richiesta di
consulenza può aiutare ad identificare i pazienti per i quali si rende
necessario l'intervento specialistico.
La complessità dei quadri
psicopatologici dei disturbi d'ansia e l'elevata comorbidità rendono difficile
la prescrizione farmacologica e nella pratica clinica è frequente la necessità
di utilizzare, in associazione, classi di farmaci diversi (Tabella 9), come le
benzodiazepine e gli antidepressivi, per il trattamento di questi disturbi.
Le benzodiazepine (BDZ), grazie
alla loro attività ansiolitica, ipnoinducente, miorilassante e
anticonvulsivante, risultano indicate nella terapia dei disturbi dello spettro
ansioso ed in tutte quelle condizioni in cui l'ansia, come sintomo, assume una
rilevanza clinica.
Ad esse appartengono una serie di
molecole che presentano lo stesso meccanismo d'azione a livello del SNC;
agiscono cioè sul complesso recettoriale GABAIBDZ con conseguente potenziamento
dell'attività del GABA (l'acido gamma-aminobutirrico), un importante
neurotrasmettitore che gioca un preminente ruolo nel modulare il segnale
attivante, impedendo così una continua sovrastimolazione neuronale. La funzione
del recettore benzodiazepinico è infatti collegata, funzionalmente e
spazialmente, al sistema GAßAergico. Il GABA a sua volta determina l'apertura
del canale del cloro, a cui segue un passaggio di ioni negativi all'intemo della
cellula, causando un'iperpolarizzazione con conseguente aumento del potenziale
di membrana e quindi una minore eccitabilità della stessa cellula neuronale.
Grazie al comune meccanismo d'azione gli effetti delle BDZ sono sostanzialmente
sovrapponibili e le sole differenze note sono di natura farmacocinetica, cioè
relative alla durata dell'emivita plasmatica e al diverso tipo di metabolismo.
Le BDZ sono farmaci maneggevoli e gli
effetti collaterali riportati consistono in un'accentuazione delle loro
proprietà farmacologiche: eccessiva sedazione, astenia, diminuzione delle
prestazioni psicomotorie e cognitive, effetti "residui" al mattino successivo
all'assunzione di una dose serale per l'insonnia; questi ultimi, chiamati
"hang-over" sono caratterizzati da malessere generale, cefalea, senso di
stordimento simile ai postumi di una sbornia; sono controindicate nella
miastenia e non vanno prescritte al tossicodipendente.
Le BDZ vanno utilizzate con cautela
negli anziani e in associazione ad altri farmaci attivi sul sistema nervoso o a
sostanze d'abuso. Sono composti sufficientemente sicuri in caso di tossicità
acuta ma, in caso di sovradosaggio, la contemporanea assunzione di alcolici o di
altri farmaci deprimenti il sistema nervoso (come ad esempio può verificarsi in
caso di tentato suicidio) può essere particolarmente pericolosa. L'errore
clinico più comune con le BDZ è quello di decidere passivamente di continuare
l'assunzione del farmaco indefinitivamente, svincolati da ogni controllo medico;
questo atteggiamento determina un utilizzo inopportuno del farmaco.
Gli antidepressivi (AD) sono
rappresentati invece da un gruppo di farmaci appartenenti a classi diverse la
cui principale indicazione clinica riguarda la terapia della depressione. Essi,
tuttavia, vengono efficacemente utilizzati, spesso in associazione con le BDZ,
in alcuni disturbi d'ansia, come l'attacco di panico, il disturbo
ossessivo-compulsivo, e nelle fobie sociali.
Gli AD triciclici (TCA), come
l'amitriptilina, la clorimipramina e l'imipramina, agiscono intervenendo sui
meccanismi che regolano la neurotrasmissione cerebrale attraverso la riduzione
dei reuptake della noradrenalina e della serotonina; essi possiedono anche
un'attività anticolinergica, adrenolitica e antistaminica. La loro efficacia
clinica è ben documentata; tra gli effetti collaterali ricordiamo la secchezza
delle fauci,la visione offuscata, la stipsi, la ritenzione urinaria, la
tachicardia sinusale, un ritardo della eiaculazione, possibili disturbi della
memoria e della vigilanza, l'ipotensione ortostatica e l'aumento di peso. Sono
controindicati in presenza di ipertrofia prostatica, di glaucoma ad angolo
chiuso, di infarto del miocardio o nei disturbi del ritmo e della conduzione
miocardica.
Gli AD serotoninergici (SSRI) o
inibitori specifici del reuptake della serotonina, come la fluoxetina, la
fluvoxamina, la paroxetina, la sertralina ed il citalopram, sono farmaci che
regolano in modo specifico l'attività della serotonina, aumentandone la
disponibilità nei meccanismi della neurotrasmissione; rispetto ai triciclici
presentano un migliore profilo di tollerabilità pur presentando effetti
collaterali come nausea, diarrea, mal di testa, disfunzioni sessuali, insonnia o
sonnolenza, ansietà, nervosismo, anoressia, bocca secca.
La moclobemide rappresenta
invece il capostipite dei RIMA, gli inibitori reversibili delle
monoaminoossidasi di tipo A che agiscono potenziando il sistema noradrenergico,
serotoninergico e dopaminergico. E' stato anche studiato nella fobia sociale ed
è tra i farmaci che meglio rispettano la funzione sessuale; vengono segnalati
effetti collaterali come cefalea, secchezza delle fauci, insonnia, nausea,
vertigini e sonnolenza.
Il programma terapeutico dei disturbi
dell'ansia può quindi avvalersi di idonei strumenti farmacologici che vanno
utilizzati dal medico nel rispetto delle indicazioni terapeutiche fornite dal
Ministero della Sanità (Decreto Legge 27 maggio 1996, n' 291). Alcuni
suggerimenti possono aiutare a definire meglio il programma terapeutico:
Formulare una diagnosi precisa;
Scegliere il trattamento indicato e
assicurarsi di utilizzare un dosaggio terapeutico. Iniziare con dosi basse fino
a raggiungere la dose minima efficace; Programmare la durata del trattamento e
periodici controlli clinici, utili per monitorare la corretta esecuzione della
terapia e l'efficacia della stessa;
In caso di associazione di più farmaci
(evitare comunque l'associazione di farmaci appartenenti alla stessa classe o
di più di due farmaci di classi diverse) chiedersi quale risultato clinico
ci si aspetta dal singolo prodotto, in modo da provvedere alla sospensione dello
stesso non appena possibile;
Programmare con attenzione la
sospensione della terapia farmacologica che deve essere, in ogni caso, graduale.
Una tempestiva sospensione del trattamento può comportare una riacutizzazione
dei sintomi e compromettere l'esito della terapia, un trattamento protratto per
molto tempo espone il soggetto al rischio di "adattarsi" al farmaco e di
continuarlo ad assumere in modo indefinito, oppure al rischio di una dipendenza
dai farmaci. E' noto che, per la particolare gravità di alcuni disturbi e per la
loro tendenza a cronicizzarsi, si rende spesso necessario un trattamento
farmacologico protratto nel tempo. Essendo infatti molti disturbi dell'ansia per
definizione tendenzialmente cronici, si pone il problema della durata del
trattamento, che va definito di volta in volta, per ogni singolo paziente; esso
può variare da poche settimane a molti mesi e, in alcuni casi, a tutta la vita,
in relazione ad una attenta valutazione del quadro psicopatologico e sempre
sotto stretto controllo medico. La prescrizione di un farmaco per un tempo in-
definito non deve quindi essere un modo per "rassicurare" il paziente, quanto
una preoccupazione costante del medico nell'attuazione di protocolli di
intervento che tengano conto di una costante verifica dell'indicazione che ha
indotto il trattamento e della necessità di continuarlo.
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In
parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino
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La psicoterapia ha come obiettivo il
trattamento dei disturbi emotivi e della personalità attraverso strumenti
psicologici, nell'ambito del rapporto medico-paziente.
Esistono molte scuole di psicoterapia
e le difficoltà di orientamento in questo labirinto possono essere notevoli. Tra
esse ricordiamo la psicoterapia analitica classica freudiana (la psicoanalisi) e
le sue varianti create da teorici come Jung, Adler, Homey e Klein, quella
cognitiva, quella comportamentale, la terapia centrata sul cliente di Rogers, la
psicoterapia familiare e di coppia, la RET o terapia razionale-emotiva di Ellis.
Le ricerche finora condotte sembrano
dimostrare che non esiste una tecnica superiore a un'altra in senso assoluto e
che l'efficacia di ogni forma di psicoterapia, se ben condotta, è ampiamente
dimostrata. Alcuni fattori contribuiscono a rendere più o meno efficace
l'intervento psicoterapeutico:
•
la personalità dei paziente. Alcune caratteristiche di personalità
(rigidità, mancanza di introspezione ) non consentono o rendono
particolarmente difficile l'approccio psicoterapeutico;
• la patologia in esame. Esistono dei disturbi per i quali i
risultati sono ottimi, per altri meno buoni ed in certi casi la psicoterapia è
sconsigliabile; alcune forme di psicoterapia risultano particolarmente indicate
per specifici disturbi. Queste valutazioni sono di stretta pertinenza
specialistica;
•
la personalità del terapeuta. A livello statistico, i risultati positivi
sembrano essere molto più collegati alle caratteristiche di personalità del
terapeuta che alle "tecniche" o alla "teoria" usata; viene così ribadita la
centralità del "rapporto di fiducia medico-paziente".
In medicina generale è proprio
quest'ultimo aspetto che assume senso e significato consentendo di comprendere
come in ogni intervento medico è presente una dimensione psicoterapeutica,
conosciuta o meno, che può favorire o contrastare il programma terapeutico. Ogni
medico deve riconoscere ed usare quella quota psicoterapeutica che è
strettamente connessa al proprio operare; ciò gli consente di decifrare la
sofferenza di cui il paziente è portatore e di dare specifiche risposte alle sue
esigenze. Questo processo non richiede tempo, è immediato, come immediata è la
"fiducia fondamentale" tra medico e paziente. Ma la sua costanza - che
rappresenta la regola in medicina di base - diventa una premessa indispensabile
per rafforzare nel tempo la fiducia potendo così il medico dare al proprio
atteggiamento nei confronti del paziente dei contenuti terapeutici a livello
psicologico. Egli può infatti seguire lo sviluppo dei problemi della personalità
dei suoi pazienti ed è a lui che generalmente ci si rivolge per una richiesta di
aiuto. A lui si chiede, ci ricorda Michael Balint di «diventare più sensibile
rispetto a ciò che avviene, consciamente o inconsciamente, nella mente del
paziente quando medico e paziente sono insieme». In questo senso la dimensione
psicoterapeutica in medicina generale è una tensione costante verso la
comprensione del sintomo, inserito nel contesto della storia del paziente, della
sua personalità, delle sue relazioni, del suo modo di affrontare la vita.
N.B:= Ovviamente quanto suggerisce il
Prof. Pellegrino rischia di rimanere un'utopia se il corso di laurea in medicina
da una parte e i medici stessi dall'altra, non si adoperano a fornire almeno
delle basi accettabili di psicologia clinica. Allo stato attuale i medici
italiani non sono in generale in condizione di operare una valida psicodiagnosi
e tanto meno di adottare un valido atteggiamento psicoterapeutico.
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando
Pellegrino
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