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L'approccio clinico all'insonnia assume in tal senso un significato psicosomatico, mirato alla valutazione
complessiva del soggetto e delle sue problematiche, inserito nel proprio contesto di appartenenza.
L'insonnia è quindi un sintomo ed è espressione di disagio o di malattia: l'identificazione del problema
primitivo consente al medico di elaborare un programma terapeutico adeguato (tabella
1). Indubbiamente, in questo tipo di approccio, il medico di famiglia che conosce a fondo i propri assistiti svolge un ruolo di estrema importanza; riconoscendo e trattando l'insonnia, egli può aiutare il paziente - che a lui si
rivolge per qualsiasi esigenza - a gestire meglio il disagio quotidiano, contribuire a prevenire la cristallizzazione di insonnie transitorie in forme croniche, inviare a
specialisti o centri specializzati quei casi che richiedono approfondimenti diagnostici e terapie particolari. Tuttavia un dato deve farci riflettere: l'insonnia viene sottodiagnosticata e sottocurata" nonostante la
consapevolezza che gli individui deprivati di sonno presentano molti disturbi sul piano individuale (sonnolenza diurna, astenia cronica, riduzione della funzionalità globale e della qualità della vita) e sociale (aumento
dell'incidenza di incidenti stradali o di infortuni sul lavoro, maggiore vulnerabilità alle malattie). Negli Stati Uniti il 30% della popolazione adulta ha
problemi di insonnia; in Europa indagini epidemiologiche condotte su diverse popolazioni hanno stabilito che il 20-42% degli individui lamenta disturbi del sonno e che fino al 60% dei soggetti anziani soffre di disturbi
correlati al sonno. Si comprende la dimensione del problema e la necessità di
studiarne i principali fattori causali. Infatti, quando l'insonnia appare secondaria ad una patologia organica o psichica, come vedremo successivamente, lo sforzo sarà quello di curare la patologia primitiva, essendo in tali circostanze sintomo di un altro processo morboso. Nella realtà clinica invece l'insonnia appare sempre più
correlata ad uno stile di vita disfunzionale e quale espressione di un disagio esistenziale, di una incapacità a gestire in modo ottimale lo stress della vita quotidiana
(tabella 2). Alcuni studi hanno infatti dimostrato che i soggetti affetti da insonnia non secondaria ad altre patologia godono in genere di buona salute fisica. Altrettanto si potrebbe dire ad un primo esame psichico, in quanto non viene rilevata la presenza di quadri psicopatologici. Tuttavia questi
soggetti appaiono particolarmente vulnerabili allo stress, si definiscono tesi, ansiosi, depressi, insoddisfatti della vita che conducono, hanno problemi sul lavoro, in
famiglia, difficoltà relazionali o sessuali. In alcune circostanze ostentano sicurezza, determinazione, parlano
dell'insonnia in modo distaccato, vogliono liberarsene per poter "continuare a vivere liberamente in modo frenetico" e
inconcludente: «devo assolutamente liberarmi di questa
insonnia, mi rende improduttivo e nervoso». E' la richiesta di Marco, un avvocato di 37 anni nel pieno della carriera professionale. Non ha nessuna consapevolezza del proprio disagio esistenziale che è stato possibile evidenziare solo dopo sei mesi di terapia sintomatica con benzodiazepine e frequenti controlli clinici, non essendo stato possibile, per "i numerosi impegni", attuare un programma di
psicoterapia. La sua vita è costellata di successi professionali, ma deludente sul versante personale e familiare: è separato da circa quattro anni e dei suoi due figli ha solo sporadiche notizie; ha pochi amici ed una relazione - estremamente conflittuale - con una donna sposata. Fuma oltre 40
sigarette al giorno e nei confronti del futuro appare apatico e sfiduciato, senza un progetto ben definito. Il caso di Marco riconduce l'insonnia nell'ambito dei
disturbi disadattivi, come le cefalee, in cui è presente un'alterazione dei comuni meccanismi fisiologici, e la pone in stretta relazione con l'ansia e la depressione, i disturbi emotivi che con maggiore frequenza si
riscontrano nella popolazione generale.
In ogni momento della vita l'essere umano si trova in uno dei due stati di vigilanza: la veglia e il sonno, che si
alternano rispettando le regole di un equilibrio biologico. L'organismo è in continuo contatto con il mondo
esterno, anche quando si dorme: il fatto di avere gli occhi chiusi e di essere in una condizione di apparente passività, per
anni ha fatto ritenere il sonno un evento passivo, una condizione di perfetto riposo del corpo e della mente necessaria per il ristoro dalle fatiche della giornata. Oggi sappiamo che anche quando dormiamo il cervello continua la sua attività, elabora gli stimoli raccolti nel
corso della giomata, organizza un proprio sistema di archiviazione dei dati, procede ad associarli, ad
eliminare quelli ritenuti superflui, predispone l'attività cerebrale allo stato di veglia in cui è possibile utilizzare tutto il bagaglio di
nozioni così raccolto per elaborare idee, intuizioni, strategie e tutto ciò che consente all'individuo di lavorare per
esprimere il meglio di sé nei confronti della realtà. Durante il sonno il cervello dunque non smette di funzionare,
semplicemente si isola, ma continua ad elaborare in modo molto elementare gli stimoli
estemi, conservando la capacità di reagire agli stimoli sensoriali che avvertono della presenza di un pericolo, continuando ad essere vigile e attento a ciò che lo circonda. Il sonno è, quindi, un processo in
continuità con la veglia, biologicarnente predisposto a svolgere un ruolo di estrema utilità al fine di consentire
all'organismo di adattarsi al meglio all'ambiente circostante. Tutto ciò che altera questo equilibrio diventa fonte di
disagio; l'insonnia, l'ansia e la depressione sono indubbiamente espressioni di una risposta disadattiva allo stress della vita
(distress). Viceversa l'altemarsi del sonno e della veglia, vissuti entrambi con soddisfazione e nel
rispetto dei propri ritmi, è espressione di uno stile di vita funzionale, di un buon adattamento
(eustress). Dal punto di vista clinico queste riflessioni ci spiegano l'elevata incidenza con cui nel corso della vita nello
stesso soggetto si presentano, contemporaneamente e diversamente distribuiti nel tempo, disturbi del sonno, dell'ansia e
dell'umore. Probabilmente a questi eventi è sotteso un unico meccanismo: una condizione di vita
disadattiva.
L'intervento medico deve allora articolarsi su più fronti, considerando l'economia globale - psicosomatica -
del soggetto, i suoi meccanismi di difesa, la sua capacità di affrontare gli eventi della vita, il suo modo di reagire, secondo due percorsi fondamentali:
a. intervento
farmacologico, mirato, laddove il sintomo
predomina nel quadro clinico e limita la funzionalità del soggetto, ad alleviare il disagio del paziente. Ciò è
anche importante in quanto la richiesta di aiuto al medico è rivolta al sintomo; potrebbe essere un errore trascurare il sintomo - sia esso l'insonnia o l'ansia - ed etichettare immediatamente il paziente come un nevrotico;
b. intervento di supporto psicologico, che deve
innanzitutto informare il paziente sui principali meccanismi dello stress ed aiutarlo successivamente a ripristinare una condizione di equilibrio. Non si può eliminare il sintomo continuando a vivere in modo
disfunzionale.
Il
benessere soggettivo è una delle principali prerogative dell'uomo e richiede
una gestione individuale dello stress. Ogni individuo ha un suo modo di reagire,
di porsi in relazione a se stesso e all'ambiente, di rispondere agli stimoli
della vita quotidiana, dal più banale, come un raffreddore, al più grave, come
la perdita di una persona cara. Dal punto di vista psicologico non sembra essere
tanto importante quello che accade intorno a noi (stimoli esterni, qualsiasi
evento legato all'ambiente) o dentro di noi (stimoli interni, pensieri, emozioni
o desideri), quanto il modo in cui noi stessi reagiamo agli eventi della vita,
sia positivi che negativi. Lo stress, infatti, è dato proprio da uno squilibrio
tra gli stimoli, esterni o interni, e la nostra effettiva capacità di
rispondere ad essi in modo adeguato utilizzando le risorse di cui disponiamo e
ricercando una soluzione ottimale di adattamento.
Esistono
indubbiamente delle situazioni estreme (catastrofi, denutrizione, reclusione in
un campo di concentramento) nei confronti delle quali qualsiasi essere vivente
incontrerebbe serie difficoltà di adattamento e di sopravvivenza, ma nella
maggior parte degli eventi della vita possiamo osservare che ciascun individuo
risponde in modo unico ed in relazione al proprio modo di pensare, al
significato che attribuisce alla realtà e all'importanza che dà alle cose.
Lo
stress ha una valenza positiva nell'economia globale di una persona in quanto
consente all'organismo di migliorare il modo di affrontare le situazioni
critiche, "caricandosi" in maniera adeguata. Si diventa vigili,
attenti al punto giusto: l'apprendimento migliora, le capacità di attenzione,
di concentrazione e di percezione si affinano, si dà più spazio all'intuizione
e alla creatività, ottenendo la spinta necessaria per la migliore espressione
di sé.
Quando
invece si diventa tesi, eccessivamente vigili o troppo caricati, l'agitazione,
l'irrequietezza e l'ansia entrano a far parte della nostra esperienza,
rendendoci talvolta la vita impossibile; quando cioè i meccanismi di risposta
allo stress si alterano in modo eccessivo, o comunque non vengono adeguatamente
controllati, lo stress diventa causa di disfunzione e di malattia, e certamente
non si riesce a dormire "sonni tranquilli".
Lo
stress è il grande modulatore delle funzioni biologiche e psicologiche di ogni
individuo, aiuta a vivere bene e a dare il meglio di sé; tuttavia quando
diventa cronico o particolarmente intenso, quando non lo si riesce a gestire
(per esempio, quando dopo aver risolto un problema non si ha la capacità di
rilassarsi e di ritornare in condizioni di riposo), quando non consente
all'individuo di ritrovare un giusto equilibrio, si entra nell'area di rischio
psicosomatico. In questo senso, scriveva Selye, le «erronee risposte adattive
dell'organismo sembrano scatenare o incoraggiare varie malattie, fra cui
disturbi emotivi, cefalee, insonnia, ipertensione, ulcere gastriche e duodenali,
certe forme reumatiche o allergiche e malattie renali o cardiovascolari».
Una
corretta valutazione clinica dell'insonnia non può, in definitiva, prescindere
dalla conoscenza di questi fattori e non può essere isolata dal proprio
contesto di appartenenza: è nella storia dell'individuo che si può ritrovare
la fonte del disagio (tabella 3). E' il caso di Sonia, 30 anni, che presenta un
quadro clinico caratterizzato da difficoltà all'addormentamento, frequenti
risvegli notturni, incubi, astenia diurna, paura del buio e di andare a letto.
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