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VALUTAZIONE DIAGNOSTICA
I quadri con cui può presentarsi un disturbo bipolare sono
molti, in quanto l’alternanza di episodi
depressivi e maniacali può variare per qualità, per
numero e per intensità; questo ha spinto gli
studiosi ad introdurre il concetto di spettro
bipolare, inteso come un’ampia gamma di quadri
in cui il paziente affetto da disturbo bipolare
"tipico" rappresenta soltanto la punta di un
iceberg. Tra i disturbi dell'umore, così come
definito nel DSM-IV (APA, 1994), quelli bipolari
comprendono il disturbo bipolare I, il disturbo
bipolare II ed il disturbo ciclotimico.
Per una chiara valutazione di questa forma
psicopatologica è necessario definire determinati
episodi di alterazione dell’umore: episodio
depressivo maggiore, episodio maniacale, episodio
misto ed episodio ipomaniacale. Un episodio
non rappresenta di per sé un disturbo ma
l'organizzazione degli episodi, ovvero di certi
quadri sintomatologici, in relazione ad altri
criteri diagnostici, caratterista specifici
disturbi. E' pertanto indispensabile conoscere gli
episodi e quindi procedere con la descrizione dei
disturbi clinici codificati. I quadri clinici
indicati sono tratti dal manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali, quarta edizione (DSM-IV,
APA 1994). Ricordiamo inoltre che la valutazione
diagnostica rappresenta una delicatissima
prestazione clinico-sanitaria che può essere svolte
esclusivamente da professionisti della salute
esperti in materia.
EPISODIO DEPRESSIVO MAGGIORE
per la valutazione dell'episodio depressivo maggiore
il clinico dovrà tenere presente che tutti i criteri
(sia di inclusione che di esclusione) contrassegnati
dalle lettere da A ad E devono essere
contemporaneamente presenti.
A) Cinque (o più) dei seguenti sintomi sono stati
contemporaneamente presenti durante un periodo di 2
settimane e rappresentano un cambiamento rispetto al
precedente livello di funzionamento; almeno uno dei
sintomi è costituito da 1) umore depresso o 2)
perdita di interesse o piacere.
Nota Non includere sintomi chiaramente dovuti ad una
condizione medica generale, o deliri o allucinazioni
incongrui all'umore.
-
umore depresso per la maggior parte del giorno,
quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto
(per es., si sente triste o vuoto) o come
osservato dagli altri (per es., appare
lamentoso). Nota Nei bambini e negli adolescenti
l'umore può essere irritabile
-
marcata diminuzione di interesse o piacere per
tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior
parte del giorno, quasi ogni giorno (come
riportato dal soggetto o come osservato dagli
altri)
-
significativa perdita di peso, senza essere a
dieta, o aumento di peso (per es., un
cambiamento superiore al 5% del peso corporeo in
un mese), oppure diminuzione o aumento
dell'appetito quasi ogni giorno. Nota Nei
bambini, considerare l'incapacità di raggiungere
i normali livelli ponderali
-
insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno
-
agitazione o rallentamento psicomotorio quasi
ogni giorno (osservabile dagli altri, non
semplicemente sentimenti soggettivi di essere
irrequieto o rallentato)
-
faticabilità o mancanza di energia quasi ogni
giorno
-
sentimenti di autosvalutazione o di colpa
eccessivi o inappropriati (che possono essere
deliranti), quasi ogni giorno (non semplicemente
autoaccusa o sentimenti di colpa per essere
ammalato)
-
ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o
indecisione, quasi ogni giorno (come impressione
soggettiva o osservata dagli altri)
-
pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di
morire), ricorrente ideazione suicidaria senza
un piano specifico, o un tentativo di suicidio,
o l'ideazione di un piano specifico per
commettere suicidio.
B) I sintomi non soddisfano i criteri per un
Episodio Misto.
C) I sintomi causano disagio clinicamente
significativo o compromissione del funzionamento
sociale, lavorativo, o di altre aree importanti.
D) I sintomi non sono dovuti agli effetti
fisiologici diretti di una sostanza (per es., una
droga di abuso, un medicamento) o di una condizione
medica generale (per es., ipotiroidismo).
E) I sintomi non sono meglio giustificati da Lutto,
cioè, dopo la perdita di una persona amata, i
sintomi persistono per più di 2 mesi, o sono
caratterizzati da una compromissione funzionale
marcata, autosvalutazione patologica, ideazione
suicidaria, sintomi psicotici o rallentamento
psicomotorio.
EPISODIO MANIACALE
per la valutazione dell'episodio maniacale si
ricorda al professionista psicologo che tutti i
criteri (sia di inclusione che di esclusione)
contrassegnati dalle lettere da A ad E devono essere
contemporaneamente presenti.
A) Un periodo definito di umore anormalmente e
persistentemente elevato, espansivo, o irritabile,
della durata di almeno una settimana (o di qualsiasi
durata se è necessaria l'ospedalizzazione).
B) Durante il periodo di alterazione dell'umore, tre
(o più) dei seguenti sintomi sono stati persistenti
e presenti a un livello significativo (quattro se
l'umore è solo irritabile):
-
autostima ipertrofica o grandiosità
-
diminuito bisogno di sonno (per es., si sente
riposato dopo solo 3 ore di sonno)
-
maggiore loquacità del solito, oppure spinta
continua a parlare
-
fuga delle idee o esperienza soggettiva che i
pensieri si succedano rapidamente
-
distraibilità (cioè, l'attenzione è troppo
facilmente deviata da stimoli esterni non
importanti o non pertinenti)
-
aumento dell'attività finalizzata (sociale,
lavorativa, scolastica o sessuale), oppure
agitazione psicomotoria
-
eccessivo coinvolgimento in attività ludiche che
hanno un alto potenziale di conseguenze dannose
(per es., eccessi nel comprare, comportamento
sessuale sconveniente, investimenti in affari
avventati).
C) I sintomi non soddisfano i criteri per l'Episodio
Misto
D) L'alterazione dell'umore è sufficientemente grave
da causare una marcata compromissione del
funzionamento lavorativo o delle attività sociali
abituali o delle relazioni interpersonali, o da
richiedere l'ospedalizzazione per prevenire danni a
sé o agli altri, oppure sono presenti manifestazioni
psicotiche.
E) I sintomi non sono dovuti agli effetti
fisiologici diretti di una sostanza (per es., una
droga di abuso, un farmaco o altro trattamento), o
di una condizione medica generale (per es.,
ipertiroidismo).
Nota Episodi simil-maniacali chiaramente indotti da
un trattamento somatico antidepressivo (per es.,
farmaci, terapia elettroconvulsivante, light therapy)
non dovrebbero essere considerati per una diagnosi
di Disturbo Bipolare I.
EPISODIO MISTO
per la valutazione dell'episodio misto il clinico
terrà conto del fatto che tutti i criteri (sia di
inclusione che di esclusione) contrassegnati dalle
lettere da A ad C devono essere contemporaneamente
presenti.
A) Risultano soddisfatti i criteri sia per
l'Episodio Maniacale che per l'Episodio Depressivo
Maggiore (eccetto per la durata), quasi ogni giorno,
per almeno 1 settimana.
B) L'alterazione dell'umore è sufficientemente grave
da causare una marcata compromissione del
funzionamento lavorativo o delle attività sociali
abituali o delle relazioni interpersonali, o da
richiedere l'ospedalizzazione per prevenire danni a
sé o agli altri, oppure sono presenti manifestazioni
psicotiche.
C) I sintomi non sono dovuti agli effetti
fisiologici diretti di una sostanza (per es., una
droga di abuso, un farmaco o un altro trattamento),
o di una condizione medica generale (per es.,
ipertiroidismo).
Nota Gli episodi simil-misti chiaramente indotti
da un trattamento somatico antidepressivo (per es.,
farmaci, terapia elettroconvulsivante, light therapy)
non dovrebbero essere considerati per una diagnosi
di Disturbo Bipolare I.
EPISODIO IPOMANIACALE
In questo episodio i sintomi sono identici a quelli
dell’ episodio maniacale, da cui tuttavia si
differenzia per la durata (l’alterazione dell’umore
ha una durata ininterrotta di almeno quattro
giorni), per la gravità (l’ episodio non è
abbastanza grave da provocare una marcata
compromissione in ambito lavorativo o sociale, o da
richiedere l'ospedalizzazione), e per l’assenza di
manifestazioni psicotiche (deliri e allucinazioni).
DISTURBO
BIPOLARE I
CRITERI DIAGNOSTICI (DSM-IV, 1994)
La caratteristica essenziale del disturbo bipolare I
è la presenza di uno o più Episodi Maniacali o
Misti, solitamente accompagnati da Episodi
Depressivi Maggiori.
Gli episodi di Disturbo dell´Umore Indotto da
Sostanze o di Disturbo dell´Umore Dovuto ad una
Condizione Medica Generale , non devono essere presi
in considerazione per la diagnosi di Disturbo
Bipolare I.
Gli episodi, inoltre, non devono essere meglio
spiegati da un Disturbo Schizoaffettivo né devono
essere sovrapposti a Schizofrenia, Disturbo
Schizofreniforme, Disturbo Delirante o Disturbo
Psicotico non Altrimenti Specificato.
Il Disturbo Bipolare I è subclassificato a seconda
che gli individui presentino un primo episodio
(Episodio Maniacale Singolo) o che il disturbo sia
ricorrente. La ricorrenza è indicata da un passaggio
di polarità dell'episodio, o da un intervallo di
almeno 2 mesi senza sintomi maniacali tra gli
episodi. Per i Disturbi Bipolari I ricorrenti, può
essere specificata la natura dell'episodio attuale
(o più recente), differenziando così cinque
combinazioni di criteri diagnostici: più recente
episodio ipomaniacale, più recente episodio
maniacale, più recente episodio misto, più recente
episodio depressivo, più recente episodio non
specificato.
Nel disturbo bipolare I, episodio maniacale singolo,
deve esserci un solo Episodio Maniacale e nessun
precedente Episodio Depressivo Maggiore.
Dell'episodio attuale o più recente, il clinico
codificherà anche lo stato come: lieve, moderato,
grave senza manifestazioni psicotiche; o grave con
manifestazioni psicotiche; o infine in remissione
(parziale o completa).
Bisogna infine specificare se l’episodio sia misto,
nel caso in cui i sintomi soddisfino i criteri, e se
siano presenti manifestazioni catatoniche e ad
esordio nel postpartum.
Nel disturbo bipolare I, più recente episodio
ipomaniacale, deve esserci o esserci stato
recentemente un episodio ipomaniacale, preceduto da
almeno un episodio maniacale o un episodio misto.
Bisognerà inoltre specificare il decorso
longitudinale (con o senza recupero interepisodico),
ad andamento stagionale o a cicli rapidi.
Nel disturbo bipolare I, più recente episodio
maniacale, attualmente (o recentemente) è presente
un episodio maniacale, e in precedenza deve esserci
stato almeno un episodio depressivo maggiore, un
episodio maniacale o un episodio misto.
Il clinico dovrà codificare lo stato dell'episodio
attuale o più recente come per l’episodio singolo e
specificare (per l'episodio attuale o più recente)
se è con manifestazioni catatoniche e ad esordio nel
postpartum, il decorso longitudinale, ad andamento
stagionale o a cicli rapidi.
Nel disturbo bipolare I, più recente episodio misto,
è in atto, o lo è stato recentemente, un episodio
misto, preceduto da almeno un episodio depressivo,
un episodio maniacale o un episodio misto.
Nella codifica si specifica: la gravità, la presenza
o meno di manifestazioni psicotiche, lo stato di
eventuale remissione, e il tipo di decorso
longitudinale.
Nel disturbo bipolare I, più recente episodio
depressivo, attualmente (o recentemente) è presente
un episodio depressivo. In precedenza deve essere
stato presente almeno un episodio maniacale o un
episodio misto.
Questo episodio di codifica come lieve / moderato,
grave con o senza manifestazioni psicotiche, in
remissione parziale o completa., specificando se è:
cronico, con manifestazioni catatoniche, con
manifestazioni melancoliche, con manifestazioni
atipiche, ad esordio nel postpartum.
Vanno infine aggiunte le specificazioni sul decorso
longitudinale e ad andamento stagionale o a cicli
rapidi).
DIAGNOSI DIFFERENZIALE E DISTURBI ASSOCIATI
Il Disturbo Bipolare I va differenziato da:
-
Disturbo dell’Umore dovuto a Condizione Medica
Generale (per es., dovuto a sclerosi multipla,
ictus, ipotiroidismo o tumore del cervello).
-
Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanze (per
es., dovuto a abuso di droghe, trattamento
antidepressivo, terapia elettroconvulsionante o
“light therapy”).
-
Altri Disturbi dell’Umore, quali Disturbo
Depressivo Maggiore, Disturbo Distimico,
Disturbo Bipolare II e Disturbo Ciclotimico.
-
Disturbi Psicotici (per es., Disturbo
Schizoaffettivo, Schizofrenia o Disturbo
Delirante).
-
Inoltre, dal momento che questo disturbo può
essere associato a iperattività, imprudenza,
impulsività e comportamento antisociale, la
diagnosi del DB I va accuratamente differenziata
dal ADHD (disturbo da deficit di
attenzione/iperattività), Disturbo della
Condotta, Disturbo Antisociale di Personalità e
Disturbo Borderline di Personalità.
Per quanto riguarda la comorbidità, i disturbi
mentali che ritroviamo più spesso sono ansia,
alcolismo, dipendenza da droghe e disturbi della
condotta. Oltre a questi, possiamo avere Anoressia
Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo Borderline di
Personalità, ADHD, Disturbo da Panico e Fobia
Sociale, Disturbi del comportamento sessuale, del
controllo degli impulsi, Disturbi dello spettro
autistico e la sindrome di Tourette. Sotto un punto
di vista medico generale, ritroviamo emicrania,
tiroidismo, obesità, diabete di II tipo e disturbi
cardiovascolari.
Altre caratteristiche associate al disturbo bipolare
I sono violenza verso i componenti della famiglia, o
comportamenti violenti in generale, assenteismo da
scuola, insuccesso scolastico o lavorativo,
divorzio.
Un problema diffuso che coinvolge dal 15% al 20% dei
soggetti affetti da disturbo bipolare I non curato o
trattato in modo non adeguato, è il suicidio. Le
statistiche dimostrano che in ottobre–novembre e
soprattutto in maggio si concentra il maggior numero
di suicidi fra le persone depresse, mentre
l’incidenza degli episodi maniacali è più elevata
nei mesi estivi. Come afferma il prof. G.B. Cassano,
‹‹il periodo estivo, grazie soprattutto alla maggior
quantità di luce che attiva il sistema endocrino,
stimola l’iperattività e l`eccitazione che, portate
all’estremo, sono le caratteristiche tipiche della
mania. Ognuno di noi, del resto, può verificare
variazioni analoghe del tono dell’umore durante
l’anno» (Meli E., 2002).
DISTURBO BIPOLARE II
CRITERI DIAGNOSTICI (DSM-IV, 1994)
La caratteristica essenziale del Disturbo Bipolare
II è un decorso clinico caratterizzato da uno o più
Episodi Depressivi Maggiori (Criterio A)
accompagnati da almeno un Episodio Ipomaniacale
(Criterio B). Gli Episodi Ipomaniacali non
dovrebbero essere confusi con le giornate di eutimia
che seguono la remissione da un Episodio Depressivo
Maggiore. La presenza di un Episodio Maniacale o
Misto preclude la diagnosi di Disturbo Bipolare II
(Criterio C). Gli Episodi di Disturbo dell'Umore
Indotto da Sostanze (dovuti agli effetti fisiologici
diretti di un medicamento, altri trattamenti
somatici per la depressione, sostanze di abuso, o
esposizione ad una tossina) o di Disturbo dell'Umore
Dovuto ad una Condizione Medica Generale non contano
per una diagnosi di Disturbo Bipolare II. Inoltre,
gli episodi non devono risultare meglio spiegati dal
Disturbo Schizoaffettivo, e non sono sovrapposti a
Schizofrenia, Disturbo Schizofreniforme, Disturbo
Delirante o Disturbo Psicotico Non Altrimenti
Specificato (Criterio D). I sintomi devono causare
disagio significativo o compromissione del
funzionamento sociale, lavorativo o di altre
importanti aree (Criterio E). In alcuni casi gli
Episodi Ipomaniacali stessi non causano
compromissione. Invece, la compromissione può
derivare dagli Episodi Depressivi Maggiori, o da un
andamento cronico con episodi di alterazione
dell'umore imprevedibili, e da un funzionamento
interpersonale e lavorativo fluttuante e non
affidabile.
Gli individui con Disturbo Bipolare II possono
considerare gli Episodi Ipomaniacali come non
patologici, sebbene gli altri possano essere turbati
dal comportamento imprevedibile dell'individuo.
Spesso i soggetti, particolarmente durante un
Episodio Depressivo Maggiore, non ricordano i
periodi di ipomania senza l'aiuto di amici stretti o
parenti. È spesso di importanza critica la raccolta
di notizie da altri informatori per stabilire la
diagnosi di Disturbo Bipolare II.
DIAGNOSI DIFFERENZIALE E DISTURBI ASSOCIATI
Il Disturbo Bipolare II va differenziato da:
-
Disturbo dell’Umore dovuto a Condizione Medica
Generale (per es., dovuto a sclerosi multipla,
ictus, ipotiroidismo o tumore del cervello).
-
Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanze (per
es., dovuto a abuso di droghe, trattamento
antidepressivo, terapia elettroconvulsionante o
“light therapy”).
-
Altri Disturbi dell’Umore, quali Disturbo
Depressivo Maggiore, Disturbo Distimico,
Disturbo Bipolare I e Disturbo Ciclotimico.
-
Disturbi Psicotici (per es., Disturbo
Schizoaffettivo, Schizofrenia o Disturbo
Delirante
La comorbidità è pressoché uguale a quella del
disturbo bipolare I, fatta eccezione per i
comportamenti violenti, che invece non compaiono nel
disturbo bipolare I II e una particolare frequenza
di comorbidità con i disturbi dell’ Asse II, nello
specifico il disturbo borderline di personalità.
ESORDIO E PREVALENZA DEI DISTURBI BIPOLARE
L’età tipica di esordio del DB è tra i 20 e i 30
anni, anche se in alcuni casi l’insorgenza può
risalire all’adolescenza e fino ad arrivare ai 40.
Si è calcolato che questo disturbo, che nel 2020
costituirà la seconda causa di disabilità nel mondo,
colpisce già tra il 2.6% e il 7.8% della popolazione
generale, senza una differenza significativa tra
uomini e donne. Queste ultime però hanno una
prevalenza di episodi depressivi rispetto a quelli
maniacali.
Una ricerca del 2004 conferma l’alta incidenza del
DB: solo in Italia i casi sono circa 6000,
soprattutto giovani, anche se il 60% non viene
diagnosticato, se non dopo 7-8 anni.
Questo si verifica probabilmente perché in genere
l’esordio del DB è di tipo depressivo, specie nelle
donne, e per tale viene scambiato spesso dal medico
di base, che è colui al quale si rivolgono per primo
i soggetti affetti da disturbi dell’umore. Questo
però non sembra avere le competenze adatte ad
identificare correttamente il disturbo e offrire
adeguate indicazioni terapeutiche. A riguardo i
ricercatori hanno voluto accertare tale ipotesi,
studiando 1157 pazienti fra i 18 e i 70 anni. I
soggetti sono stati esaminati nell’arco di due anni
e sottoposti a una serie di questionari volti ad
accertare i disturbi dell’umore e il disagio
psichico. Attraverso questo screening sono stati
identificati 81 pazienti affetti da disturbo
bipolare, tuttavia soltanto l’8,4% aveva ricevuto
una diagnosi corretta dalle strutture di medicina
primaria, e ancora meno (6,5%) aveva avuto la
prescrizione dei farmaci appropriati. Circa la metà
di questi soggetti aveva ricevuto in effetti una
diagnosi e una terapia per la sola depressione.
I ricercatori hanno sottolineato la gravità del
problema di una diagnosi inappropriata nel disturbo
bipolare e la necessità di una formazione specifica
del medici di base (Sagone A., 2005).
DISTURBO
CICLOTIMICO
CRITERI DIAGNOSTICI (DSM-IV, 1994)
La caratteristica essenziale del Disturbo
Ciclotimico è un'alterazione dell'umore cronica,
fluttuante, con numerosi periodi con sintomi
ipomaniacali e numerosi periodi con sintomi
depressivi (Criterio A). I sintomi ipomaniacali sono
insufficienti per numero, gravità, pervasività o
durata per soddisfare i criteri per un Episodio
Maniacale, e i sintomi depressivi sono insufficienti
per numero, gravità, pervasività o durata per
soddisfare i criteri per un Episodio Depressivo
Maggiore. Durante un periodo di 2 anni (1 anno per
bambini o adolescenti) gli intervalli liberi da
sintomi non durano più di 2 mesi (Criterio B). Si fa
diagnosi di Disturbo Ciclotimico solo se il periodo
iniziale di 2 anni con sintomi ciclotimici è libero
da Episodi Depressivi Maggiori, Maniacali e Misti
(Criterio C). Dopo il periodo iniziale di 2 anni del
Disturbo Ciclotimico si possono sovrapporre Episodi
Maniacali o Misti al Disturbo Ciclotimico, nel qual
caso vengono diagnosticati sia il Disturbo
Ciclotimico che il Disturbo Bipolare I.
Analogamente, dopo il periodo iniziale di 2 anni di
Disturbo Ciclotimico, si possono sovrapporre Episodi
Depressivi Maggiori al Disturbo Ciclotimico, nel
qual caso vengono diagnosticati sia il Disturbo
Ciclotimico che il Disturbo Bipolare II. Non viene
fatta diagnosi se l'andamento dei viraggi dell'umore
risulta meglio spiegato dal Disturbo Schizoaffettivo,
o se è sovrapposto ad un Disturbo Psicotico come
Schizofrenia, Disturbo Schizofreniforme, Disturbo
Delirante o Disturbo Psicotico Non Altrimenti
Specificato (Criterio D), nel qual caso i sintomi
dell'umore sono considerati manifestazioni associate
al Disturbo Psicotico. L'alterazione dell'umore non
deve risultare dovuta inoltre agli effetti
fisiologici diretti di una sostanza (per es., una
droga di abuso, un medicamento) o di una condizione
medica generale (per es., ipertiroidismo) (Criterio
E). Sebbene alcune persone possano funzionare
particolarmente bene durante alcuni dei periodi di
ipomania, in generale devono essere presenti
significativo disagio o compromissione del
funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree
importanti come conseguenza dell'alterazione
dell'umore (Criterio F).
La compromissione può svilupparsi come risultato di
periodi prolungati di variazioni dell'umore
cicliche, spesso imprevedibili (per es., la persona
può essere considerata temperamentale, lunatica,
imprevedibile, incoerente o inaffidabile).
DIAGNOSI DIFFERENZIALE E DISTURBI ASSOCIATI
Il Disturbo Ciclotimico deve essere distinto da:
-
Disturbo dell'Umore Dovuto ad una Condizione
Medica Generale, di solito cronica (per es.,
ipertiroidismo)
-
Disturbo dell'Umore Indotto da Sostanze.
-
Disturbo Bipolare I, A Cicli Rapidi, e il
Disturbo Bipolare II, A Cicli Rapidi.
-
Disturbo Borderline di Personalità.
Possono essere presenti Disturbi Correlati a
Sostanze e Disturbi del Sonno (difficoltà a prendere
sonno e a mantenerlo).
ESORDIO E PREVALENZA DEL DISTURBO CICLOTIMICO
Il Disturbo Ciclotimico spesso esordisce
precocemente nella vita, tra l’adolescenza e i 21
anni, e talvolta è considerato riflettere una
predisposizione temperamentale ad altri Disturbi
dell'Umore (particolarmente Disturbi Bipolari). In
campioni di comunità il Disturbo Ciclotimico è
apparentemente comune negli uomini e nelle donne in
ugual misura. In ambito clinico, è più probabile che
siano donne, piuttosto che uomini, con il Disturbo
Ciclotimico a richiedere il trattamento. Gli studi
hanno riportato una prevalenza del Disturbo
Ciclotimico nel corso della vita dallo 0,4% all'1%.
Fonte:
d'Ambrosio, A.
(2006)
Introduzione alla diagnosi dei disturbi bipolari
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 31 ottobre 2006.
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La
Depressione Maggiore è un grave disturbo che colpisce ogni
anno circa il 5 % della popolazione.
Diversamente da
una normale sensazione di tristezza o di un passeggero stato di
cattivo umore, la Depressione Maggiore presenta
caratteristiche di persistenza e può interferire pesantemente sul
modo di pensare di un individuo, sul suo comportamento, sulle
condizioni dell’umore, sull’attività ed il benessere fisico.
Una
considerevole parte (oltre la metà) di coloro che sono stati colpiti
da un primo episodio di depressione potranno presentare altri
episodi depressivi durante il resto della vita. Alcune persone sono
colpite da più episodi durante l’anno; in questo caso si parla di
Depressione Ricorrente.
Qualora non
vengano curati, gli episodi di depressione possono durare dai sei
mesi a un anno.
La Depressione Maggiore, nota anche come depressione
unipolare, è solo una delle varie forme di disturbo
depressivo (vedi la pagina relativa alle caratteristiche generali
dei Disturbi Depressivi).
Altre forme di
depressione sono la
distimia (depressione minore), e la
depressione bipolare (che è poi la fase depressiva del
disturbo bipolare).
I sintomi della depressione maggiore:
I sintomi della
depressione maggiore sono caratterizzati da significativi
cambiamenti nelle abitudini della persona:
un persistente umore triste o irritabile;
importanti variazioni nelle abitudini del dormire (insonnia
e altri disturbi del sonno), dell'appetito e del movimento;
difficoltà nel pensare, della concentrazione, e
della memoria;
mancanza di interesse o piacere nelle attività che
invece prima interessavano;
sentimenti di colpa, di inutilità, mancanza di
speranze e senso di vuoto;
pensieri ricorrenti di morte o di suicidio;
sintomi fisici persistenti che non rispondono alle
cure come mal di testa, problemi di digestione, dolori persistenti e
generalizzati.
Le cause della depressione
Ci occupiamo solo di alcune delle possibili cause dellea
depressione, poichè esiste una grande quantità di dati e di
studi inerenti i fattori genetici e biologici che esulano dal nostro
interesse.
Eventi
della vita e stress ambientali
Un'osservazione
clinica di vecchia data che è stata replicata è che eventi
stressanti della vita molto più spesso precedono i primi
episodi di disturbo dell'umore rispetto a episodi successivi. Questa
associazione è stata riportata per pazienti sia con disturbo
depressivo maggiore sia con disturbo bipolare I. Una teoria proposta
per spiegare questa osservazione è che lo stress che accompagna il
primo episodio determini alterazioni durature nella biologia del
cervello. Tali alterazioni perduranti possono risultare in
cambiamenti nello stato funzionale dei vari neurotrasmettitori e dei
sistemi intraneuronali e possono anche includere la perdita di
neuroni e una riduzione eccessiva nei contatti sinaptici. Il
risultato netto di questi cambiamenti è che essi aumentano nella
persona il rischio di manifestare episodi successivi di un disturbo
dell'umore, anche in assenza di un evento stressante esterno.
Da una
prospettiva psicodinamica, il medico è sempre interessato al
significato del fattore stressante. La ricerca ha dimostrato che il
fattore stressante percepito dal paziente come maggiormente
condizionante in modo negativo l'autostima
(vedi) più probabilmente produce depressione. Inoltre
quello che può sembrare un fattore stressante relativamente lieve a
persone esterne può essere devastante per il paziente a causa dei
significati particolarmente idiosincrasici connessi all'evento.
Alcuni medici sono assolutamente convinti che gli eventi
della vita giochino un ruolo primario o principale nella
depressione; altri suggeriscono che abbiano solo un ruolo limitato
nell'esordio e nella cadenza degli episodi depressivi.
I dati più significativi mostrano che l'evento vitale più
frequentemente associato al successivo sviluppo di depressine è
la perdita di un genitore prima dell'età di 11
anni. Lo stress ambientale maggiormente associato all'esordio di un
episodio depressivo è la perdita del coniuge.
Famiglia
Molti articoli
teorici e molte segnalazioni aneddotiche riguardano la relazione fra
il funzionamento della famiglia e l'inizio o il decorso di un
disturbo dell'umore, in particolare il disturbo depressivo maggiore.
Numerosi dati mostrano che la psicopatologia osservata nella
famiglia durante il periodo in cui il paziente identificato è stato
trattato tende a rimanere anche dopo che il soggetto si è rimesso.
Inoltre, il grado di psicopatologia nella famiglia può condizionare
il tasso di recupero, la ricomparsa dei sintomi e l'adattamento del
paziente dopo il recupero. Dati clinici e aneddotici sostengono
l'importanza di valutare la vita familiare di un individuo e di
prendere in esame tutti gli eventi stressanti riconosciuti come
correlati alla famiglia.
Fattori della personalità premorbosa
Nessun tratto
singolo e nessun tipo di personalità predispone da
solo un soggetto alla depressione; tutti gli esseri umani, con
qualunque personalità, possono diventare e in effetti divengono
depressi in circostanze appropriate. Tuttavia alcuni tipi di
personalità - dipendenti, ossessivo-compulsivi e isterici - possono
avere un maggiore rischio di depressione rispetto a tipi di
personalità antisociale, paranoide o altri tipi che possono
utilizzare la proiezione e altri meccanismi difensivi di
estemalizzazione per proteggere se stessi dalla rabbia interna.
Nessuna evidenza indica che un particolare disturbo di personalità
sia associato allo sviluppo successivo di un disturbo bipolare I, ma
quelli con disturbo distimico e ciclotimico hanno
un rischio maggiore di sviluppare successivamente un disturbo
bipolare I.
Psicodinamica
Il medico
psicodinamico è anche interessato a chiarire i temi psicodinamici
associati alla depressione.
Edward Bibring
considerava la depressione come una tensione che sorge dall'interno
dell'ego stesso piuttosto che tra l'ego e il superego. Egli
considerava la depressione come un fenomeno che si forma quando una
persona si rende conto delle discrepanze tra ideali
straordinariamente elevati e la realtà della sua situazione.
Edith Jacobson
considerò lo stato della depressione come simile a un bambino
impotente e indifeso vittima di un genitore tormentato. Il sé viene
percepito come identificato con gli aspetti negativi del genitore
che tormenta, mentre le qualità sadiche di quel genitore vengono
trasformate nel superego crudele.
Silvano Areti osservò
che molte persone depresse hanno trascorso le loro esistenze per
qualcun altro invece che per loro stessi. Egli chiamava queste
persone per cui il paziente depresso vive "L'altro dominante",
che può essere un principio, un ideale, un'intuizione e anche una
persona. La depressione inizia quando i pazienti si rendono conto
che la persona o l'ideale per cui hanno vissuto non risponderà mai
nella maniera adatta a soddisfare le loro attese.
La
concettualizzazione della depressione secondo
Heinz Kohut, che deriva dalla sua teoria psicologica
del sé, si basa sull'assunto che il sé in via di sviluppo ha
specifici bisogni che devono essere soddisfatti dai genitori per
dare al bambino un senso positivo di autostima ed autocoesione.
Questi bisogni comprendono ammirazione, conferma, affermazione e
idealizzazione. Quando altri non compiono queste funzioni, vi è una
massiva perdita di autostima che si presenta come
depressione.
Fonte:
Francesco Giubbolini, medico psicoterapeuta - rif. biblio: Gabbard,
Psichiatria Dinamica, Cortina, Milano
Fonte:
http://www.studiopsicoterapia.si.it/
Argomenti diversi in tema
'depressione':
I sintomi della depressione
Depressioni resistenti ai farmaci antidepressivi
Aspetti clinici della depressione
Depressione: psicoterapia e/o psicofarmaci
Farmacoterapia antidepressiva
(precauzioni d'uso ed effetti collaterali):
Antidepressivi triciclici
Antidepressivi SSRI serotoninergici
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Il disturbo depressivo maggiore, è inserito dal DSM-IV (A.P.A.,
1994) sull'asse I, all'interno della categoria dei disturbi
dell'umore che comprende tutti quei disturbi la cui
caratteristica principale risulta essere un'alterazione
dell'umore come i disturbi unipolari (depressione maggiore,
disturbo distimico), i disturbi bipolari (bipolare I e II e
disturbo ciclotimico), i disturbi dell'umore dovuti ad una
condizione medica generale e quelli non altrimenti
specificati (NAS).
Per una diagnosi positiva di "disturbo depressivo maggiore,
episodio singolo" o "disturbo depressivo maggiore,
ricorrente", dei quali ci occuperemo in questa sede, il
DSM-IV elenca tre criteri così riassunti:
nel caso di disturbo depressivo maggiore, episodio singolo
A.
Presenza di un episodio depressivo maggiore
nel caso di disturbo depressivo maggiore, ricorrente
A.
Presenza di due o più episodi depressivi maggiori
per considerare separati gli episodi depressivi deve essere
rispettato un intervallo di almeno due mesi consecutivi.
Durante tale intervallo non dovrebbero essere soddisfatti i
criteri per un episodio depressivo maggiore.
B.
L'episodio depressivo maggiore non è meglio inquadrabile
come disturbo schizoaffettivo e non è sovrapposto a
schizofrenia, disturbo schizofreniforme, disturbo delirante
o disturbo psicotico NAS.
C.
Non è mai stato presente un episodio maniacale, un episodio
misto o un episodio ipomaniacale.
Il DSM-IV fa notare che l'esclusione evidenziata nel
criterio C non dovrebbe essere applicata nel caso in cui
tutti gli episodi simil-maniacali, simil-misti o
simil-ipomaniacali siano indotti da sostanze o da un
trattamento, oppure qualora fossero dovuti agli effetti
fisiologici diretti di una condizione medica generale.
Un episodio di alterazione dell'umore è definito "episodio
depressivo maggiore" nel caso in cui siano presenti alcune
specifiche caratteristiche tra le quali, essenziale, è un
periodo di almeno due settimane nel corso del quale è
presente depressione dell'umore o perdita di interesse o di
piacere per quasi tutte le attività.
Potremmo essere di fronte ad un episodio depressivo
maggiore, secondo il DSM, nel caso in cui vengano rispettati
i seguenti cinque criteri.
Criterio A.
Il primo criterio richiede che cinque (o più) dei sintomi
che andremo a descrivere siano contemporaneamente presenti
durante un periodo di due settimane e rappresentino un
cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento.
E' da evidenziare che uno o più dei sintomi deve essere
costituito da "umore depresso" oppure "perdita di interesse
o piacere". Non vanno inclusi i sintomi che siano
evidentemente dovuti ad una condizione medica generale,
oppure i deliri o le allucinazioni che siano incongrui
all'umore.
1.
umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni
giorno, come riportato dal soggetto (es., si sente triste o
vuoto) o come osservato dagli altri (es., appare lamentoso).
Nota. Nei bambini e negli adolescenti l'umore può
essere irritabile.
Il soggetto descrive il proprio umore come triste, depresso,
senza uscita, spento, ecc. E' possibile che la tristezza
possa venire negata, pertanto il clinico esperto potrà
cercare di farla emergere nel corso del colloquio puntando
l'attenzione anche sugli aspetti non verbali, come la mimica
e il comportamento, e gli aspetti paraverbali della
comunicazione, come il tono di voce. E' possibile che alcuni
individui presentino un quadro di aumentata irritabilità e/o
lamentele di tipo somatico come dolori, in virtù dei
sentimenti di tristezza.
Quando nel bambino o nell'adolescente è presente un quadro
di irritabilità e di intensa rabbia è sempre opportuno
distinguerlo dal comportamento in riposta ad una
frustrazione da parte del cosiddetto "bambino viziato".
2.
marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o
quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno,
quasi ogni giorno (come riportato dal soggetto o come
osservato da altri).
Questo criterio è riscontrato nella quasi totalità dei casi,
anche se in misure diverse. Il soggetto potrebbe riferire (o
essere evidente agli altri), una significativa perdita di
interesse e/o di piacere anche nello svolgere attività
legate al tempo libero e al divertimento come gli hobby o
un'attività sportiva. In alcuni individui c'è una riduzione
significativa dell'interesse e del desiderio sessuale.
3.
significativa perdita di peso, senza essere a dieta, o
aumento di peso (es., un cambiamento superiore al 5% del
peso corporeo in un mese), oppure diminuzione o aumento
dell'appetito quasi ogni giorno. Nota. Nei bambini,
considerare l'incapacità di raggiungere i normali livelli
ponderali.
Solitamente l'appetito è ridotto al punto che alcuni
soggetti riferiscono uno sforzo nel mangiare. Come evidenzia
il DSM, alcuni individui, specialmente quelli in ambiente
ambulatoriale, possono presentare un aumento dell'appetito
oppure ricercare un cibo specifico come ad esempio dolci o
altri carboidrati.
Nel caso in cui le alterazioni dell'appetito siano gravi è
possibile osservare una modificazione significativa del peso
corporeo (aumento o riduzione) in un lasso di tempo breve.
4.
insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno
L'insonnia, più che l'ipersonnia, è il disturbo del sonno
maggiormente associato con il disturbo depressivo maggiore.
Il DSM fa notare come l'insonnia tipica riscontrata in
questi individui sia l'insonnia centrale ovvero con
risvegli durante la notte e difficoltà a riprendere sonno.
Può essere presente anche difficoltà ad addormentarsi
(insonnia iniziale) e più raramente, come già affermato, un
eccesso di sonno (ipersonnia).
5.
agitazione o rallentamento psicomotorio, quasi ogni giorno
(osservabile dagli altri, non semplicemente sentimenti
soggettivi di essere irrequieto o rallentato)
Il quinto criterio indica le alterazione psicomotorie che si
possono riscontrare quali sintomi di un episodio depressivo
maggiore. L'agitazione può essere ad esempio rappresentata
da un'incapacità di stare seduti o dal passeggiare
continuamente avanti e indietro. Potrebbe presentarsi anche
un rallentamento del pensiero, del movimento e dell'eloquio
con lunghe pause prima delle risposte, abbassamento del
volume, mutacismo, ecc.
Sia l'agitazione che il rallentamento, per essere
considerati sintomi, devono essere abbastanza gravi da
risultare evidenti ad altri osservatori e non essere
riducibili ad un sensazione soggettiva.
6.
faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno
La ridotta "energia", la faticabilità e l'astenia sono
piuttosto comuni. E' possibile che il soggetto riferisca una
stanchezza continua anche senza aver svolto attività fisica.
Ciò che caratterizza ogni attività, anche la più semplice, è
la sensazione dello sforzo. Questo potrebbe ridurre
l'efficienza nello svolgere dei compiti, compresi quelli
quotidiani come il lavarsi o il vestirsi.
7.
sentimenti di svalutazione o di colpa eccessivi o
inappropriati (che possono essere deliranti), quasi ogni
giorno (non semplicemente autoaccusa o sentimenti di colpa
per essere ammalato)
Come riporta il DSM, il senso di svalutazione o di colpa,
nel caso di un episodio depressivo maggiore, può comprendere
valutazioni negative non realistiche inerenti il proprio
valore, oppure ruminazioni o sensi di colpa su piccoli
errori del passato.
Capita che tali soggetti interpretino alcuni eventi della
vita quotidiana, oggettivamente neutri o insignificanti,
come dimostrazione dei propri difetti; i soggetti provano un
senso di responsabilità esagerato rispetto ad eventi
sfavorevoli, che può sfociare nel delirio.
8.
ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o
indecisione, quasi ogni giorno (come impressione soggettiva
o osservata dagli altri)
Ci può essere da parte di molti soggetti l'impressione di
una compromissione delle capacità di pensare, concentrarsi
e/o prendere decisioni. Sono individui che possono apparire
facilmente distraibili o lamentarsi di disturbi mnesici. In
chi svolge attività che richiedono un certo impegno
intellettivo si può notare un'incapacità, rispetto a prima,
a svolgere i compiti richiesti in modo adeguato anche in
caso di lievi problemi di concentrazione. Nei bambini la
scarsa concentrazione potrebbe evidenziarsi con una brusca
riduzione dei voti. Negli anziani la lamentela principale
può riguardare i disturbi della memoria. In questo caso
occorre distinguere tale sintomo da quelli iniziali della
demenza. I disturbi della memoria scompaiono nel caso in cui
l'episodio depressivo venga trattato efficacemente. Sempre
nelle persone anziane un episodio depressivo maggiore
potrebbe rappresentare la manifestazione iniziale di una
demenza.
9.
pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire),
ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico, o
un tentativo di suicidio, o l'ideazione di un piano
specifico per commettere suicidio.
L'aspetto più drammatico dell'episodio depressivo maggiore è
senza dubbio rappresentato dal suicidio. Nei pensieri di
morte, che non si limitato alla sola paura di morire, c'è
spesso la convinzione che la propria scomparsa farebbe stare
meglio gli altri e le motivazioni possono comprendere
desideri di rinuncia di fronte ad ostacoli percepiti come
insormontabili, oppure desiderio di porre termine ad uno
stato emotivo doloroso e considerato interminabile.
Il rischio di suicidio è più elevato se la persona ha
organizzato un piano per il suicidio, ad esempio ha
acquistato materiale e stabilito luogo e momento. Gli
individui con disturbo depressivo maggiore a minore rischio
di suicidio sono quelli che riferiscono pensieri transitori
(pochi minuti) ricorrenti (una o due volte a settimana).
Nonostante queste indicazioni, ricerche nel campo hanno
ampiamente dimostrato come non sia possibile prevedere con
precisione e quindi prevenire un eventuale atto suicidario.
Il rischio di suicidio è inoltre piuttosto elevato tra i
soggetti con manifestazioni psicotiche, con una storia di
precedenti tentativi di suicidio, con una storia familiare
di suicidio oppure con uso concomitante di sostanze.
Come già affermato, per validare il primo criterio, occorre
che sia valutata dal clinico esperto la presenza di cinque o
più dei sintomi appena descritti. Anche se il primo criterio
fosse rispettato occorre contemporaneamente rispettare gli
altri quattro così schematizzati:
Criterio B.
il secondo criterio da rispettare prevede che i sintomi non
soddisfino i criteri per un episodio misto.
Criterio C.
I sintomi causano disagio clinicamente significativo e
compromissione del funzionamento sociale, lavorativo, o di
altre aree importanti.
Criterio D.
I sintomi non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti
di una sostanza (es., una droga di abuso, un medicamento) o
di una condizione medica generale (es., ipotiroidismo).
Criterio E.
I sintomi non sono meglio giustificati da lutto, cioè dopo
la perdita di una persona amata, i sintomi persistono per
più di due mesi, o sono caratterizzati da una compromissione
funzionale marcata, autosvalutazione patologica, ideazione
suicidaria, sintomi psicotici o rallentamento psicomotorio.
L'episodio depressivo maggiore segue frequentemente eventi
stressanti psicosociali come lutti, separazioni, divorzio,
insuccessi oppure, come nel caso dell'episodio depressivo
maggiore con esordio nel post-partum, può seguire la nascita
di un figlio.
Tra le manifestazioni più frequenti si evidenzia una
maggiore facilità al pianto, irritabilità, ruminazione
ossessiva, tendenza a rimuginare, ansia, fobie,
preoccupazione eccessiva per la salute fisica, lamentele di
dolori.
Alcuni individui possono presentare problemi coniugali,
occupazionali, scolastici, abuso di sostanze, aumento di
utilizzo dei servizi medici.
Prima che si sviluppino, in genere nel corso di giorni o
settimane, i sintomi di un episodio depressivo maggiore può
esserci un periodo prodromico che dura da alcune settimane a
mesi e che può comprendere sintomi depressivi lievi ed
ansia.
Un episodio non trattato dura generalmente sei mesi o più, a
qualsiasi età esordisca. In circa il 20%-30% dei casi
possono persistere alcuni sintomi per mesi o anni che però
risultano insufficienti per soddisfare completamente i
criteri per un episodio depressivo maggiore. Questa
"remissione parziale" sembra essere predittiva di un
andamento simile dopo gli episodi successivi. Nella maggior
parte dei casi, comunque, vi è una remissione completa dei
sintomi con un ritorno al funzionamento premorboso. Più
raramente, alcuni individui (5%-10%) soddisferanno ancora i
criteri completi per l'episodio depressivo maggiore, che
risulterà perciò cronico.
La diagnosi differenziale può essere a volte complessa. Come
già accennato, negli anziani un episodio depressivo maggiore
potrebbe essere uno dei primi sintomi di una demenza
irreversibile. Per valutare se i sintomi cognitivi siano
legati ad una demenza più che ad un episodio depressivo
maggiore sono necessari: una valutazione medica accurata,
una valutazione dell'esordio del disturbo, la sequenza
temporale dei sintomi depressivi e cognitivi, il decorso
della malattia e la risposta al trattamento. Lo psicologo
che, in sede di assessment, si trova di fronte ad un dubbio
di questo genere dovrebbe richiedere tali accertamenti prima
di una valutazione diagnostica ed il suggerimento sulle
possibilità di trattamento.
Nella demenza, inoltre, vi è in genere una storia premorbosa
di declino delle funzioni cognitive cosa che, nella maggior
parte dei casi, non si presenta nel disturbo depressivo
maggiore dove la storia premorbosa è relativamente "normale"
ed il declino cognitivo associato alla depressione è
improvviso.
Alcuni sintomi come la distraibilità e la bassa tolleranza
alle frustrazioni possono presentarsi anche nel disturbo da
deficit dell'attenzione/iperattività. I due disturbi possono
presentarsi anche associati. Seguendo quanto consiglia il
DSM, il clinico esperto, dovrà porre particolare attenzione
nel non sovradiagnosticare un disturbo depressivo maggiore
in bambini con deficit dell'attenzione/iperattività che
presentano un'alterazione dell'umore con irritabilità
piuttosto che con umore triste o perdita di interesse.
L'umore irritabile associato con un disturbo depressivo
maggiore può essere confuso con quello legato ad episodi
maniacali con umore irritabile; in questo caso è
discriminante la presenza di sintomi maniacali. Ci si trova
di fronte ad un episodio misto nel caso in cui vengano
rispettati i criteri per entrambi gli episodi "maniacale" e
"depressivo maggiore".
Tristezza e abbassamento del tono dell'umore sono esperienze
che tutti provano. E' necessario pertanto distinguere il
disturbo da una normale condizione di vita. Per valutare la
presenza di un disturbo dovrebbero essere soddisfatti tutti
i criteri elencati (da A ad E). Inoltre un umore depresso
può presentarsi in comorbilità con la maggior parte dei
disturbi, in particolare quelli di personalità. Il clinico
dovrà quindi porre molta attenzione ricordando che una
valutazione diagnostica in un senso non sempre esclude
un'altra. E' possibile quindi che vengano rispettati i
criteri di più disturbi contemporaneamente.
Un'attenta valutazione è ancora più necessaria in caso di
quei disturbi verso i quali le ricerche evidenziano una
prognosi migliore se trattati psicofarmacologicamente. In
questo caso, in sede di valutazione, è necessario progettare
un piano di intervento che tenga conto, ad esempio in ordine
di emergenza e gravità, della situazione del soggetto.
Nonostante le ricerche attuali suggeriscono che, nel caso
del disturbo depressivo maggiore, si ottengono maggiori
benefici in quei trattamenti che prevedono una
collaborazione tra i servizi di terapia psichiatrica e
psicologica ovvero la combinazione di trattamento
farmacologico e psicologico (Roth, A., Fonagy, P., 1996), la
psicologia emotocognitiva sostiene che, in assenza di
condizioni mediche o uso di sostanze in grado da sole di
giustificare la sintomatologia, il trattamento d'elezione è
l'intervento psicologico senza uso di farmaci. Ovviamente
occorre rivolgersi a professionisti psicologi esperti in
grado di utilizzare le nuove metodologie cliniche prodotte
dalla psicologia emotocognitiva.
In questa sede ho utilizzato i criteri di valutazione
offerti dal DSM, nello specifico la quarta edizione del
manuale. E' necessario ribadire che il sistema di
classificazione è stato utilizzato poiché risulta essere
quello attualmente più diffuso. Il clinico dovrà tenere
conto di questa limitazione. Il DSM, nel suo tentativo (che
personalmente credo non possa riuscire) di essere ateorico,
privilegia aspetti comportamentali e biologici trascurando
ampiamente gli importanti aspetti di organizzazione
sistemica di tipo psicofisiologico integrato. Sarà pertanto
necessario per il professionista dalla salute integrare, in
sede di valutazione, tutte le conoscenze, sempre con la
consapevolezza che ogni individuo è complesso e la
valutazione del funzionamento di una persona non può essere
ridotta alla ricerca o all'esclusione della presenza dei
soli sintomi classificati.
Terapia Psicologica della Depressione
Come insegna la psicologia emotocognitiva esistono processi
di organizzazione sistemica di tipo bio-psico-sociale e
psicofisiologici che mantengono la sintomatologia e che sono
la principale causa del potenziale aggravamento del
disturbo. Tutto questo indipendentemente dall'origine del
problema in termini di contenuti simbolici (tipici nelle
vecchie forme di terapia).
Molti tentativi di intervento sia medico-psichiatrici che
classici metodi psicologici con i pazienti che soffrono di
depressione non migliorano realmente la situazione in quanto
impediscono all'organismo di sbloccare il sistema circolare
che alimenta la sintomatologia.
Lo psicologo ad orientamento di psicologia emotocognitiva
interviene invece proprio sbloccando il loop disfunzionale,
ovvero il circolo chiuso fatto di tentativi falliti di
risolvere il problema che produce l'effetto di mantenimento
della sintomatologia.
In assenza di una condizione medica come una lesione, un
tumore o tiroiditi, la depressione può essere vista come un
disfunzione del processo di organizzazione psicofisiologico.
Il sintomo depressivo viene visto in psicologia
emotocognitiva come un processo involontario autonomo di
soluzione delle tensioni centrali e periferiche rispetto al
sistema nervoso.
Mentre fisiologi e psicologi sono in accordo quando si
tratta di riscontrare un problema a livello della
serotonina, della dopamina o della noradrenalina, la
divergenza è sul metodo di trattamento.
Per lo psicologo un problema dopaminergico non orienta
linearmente verso una modificazione a livello chimico
sostituendosi all'organismo.
Lo psicologo interviene su ciò che ha permesso all'organismo
di creare un problema dopaminergico, ovvero sui processi che
hanno attivato nell'organismo il problema. Lo psicologo
lavora a monte, attraverso stimoli non farmacologici per
permettere all'organismo di ripristinare, in tempi brevi, un
normale funzionamento.
Oggi il trattamento psicologico delle alterazioni dell'umore
in senso depressivo e dei disturbi depressivi in genere
(depressione maggiore, depressione minore, disturbo misto
ansioso-depressivo e disturbo distimico) grazie alle nuove
ipotesi di trattamento applicate in psicologia
emotocognitiva mira ad essere uno dei più efficaci metodi
di intervento clinico in tempi brevi e senza uso di farmaci.
Fonte:
Baranello, M.
(2002)
Il disturbo depressivo maggiore.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 21 agosto 2002.
Riferimenti Bibliografici
American Psychiatric Association (1994) Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi
Mentali, IVa ed. (DSM-IV). Masson, Milano
1996.
Fonagy, P., Roth, A. (1996) Psicoterapia e prove di efficacia. Il pensiero
scientifico editore, Roma 1997.
Freud, S.
(1915) Lutto e Melanconia. In: Freud, S. Opere.
Boringhieri, Torino.
Freud, S.
(1922) L'Io e l'Es. In: Freud, S. Opere. Boringhieri,
Torino.
Gabbard, G.O.
(1994) Psichiatria Psicodinamica. Nuova edizione basata
sul DSM-IV. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
Klein, M.
(1940) Il lutto e la sua connessione con gli stati
maniaco-depressivi. In Scritti 1921-1958. Bollati
Boringhieri, Torino 1978.
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Abstract
Così come in quella degli adulti nella depressione infantile
esistono delle vere e proprie categorie all’interno delle
quali collocare le diverse tipologie di sintomi; a
differenza dell’adulto però il bambino non ha gli strumenti
necessari per comprendere che sta vivendo una malattia.
Durante l’adolescenza si sviluppano le regole linguistiche e
il pensiero
logico-deduttivo con l’acquisizione dei quali l’individuo
formerà una immagine di sé non amabile, di poco valore e
responsabile di ogni insuccesso.
Introduzione
Studi sull’epidemiologia e osservazioni longitudinali della
depressione hanno prodotto elementi a sostegno della tesi
che questa può apparire precocemente, e che spesso può
evolvere in un disturbo cronico, contrastando il luogo
comune che vede l’infanzia e l’adolescenza come periodi di
spensieratezza e buonumore (Kovacs, Akiscal, Gatsonis, et
al., 1994), (Keller , Klerman, Lavori, et al., 1984).
L’infanzia e l’adolescenza sono dunque due momenti evolutivi
molto diversi, per questo alla depressione va data una
differente considerazione.
La Depressione nell'Infanzia
Il DSM IV, considera la depressione nei ragazzi in modo
analogo a quella degli adulti, tenendo però presenti alcune
differenze di origine evolutiva, (Stark, 1996). Ad esempio
potrebbero essere accettate nella diagnosi: l’ansia da
separazione, o il calo delle prestazioni scolastiche.
Al di là delle definizioni diagnostiche ci sono aspetti
della depressione infantile che la rendono potenzialmente
devastante se paragonata a quella degli adulti. Se l’adulto
è in grado di riconoscere che la sua situazione non fa parte
della “normalità”, che in qualche modo “non è se stesso” in
quanto i fenomeni che sperimenta sono il risultato di una
condizione patologica, il bambino non ha i mezzi per operare
delle distinzioni, e può perdersi dentro la propria
depressione. Inoltre se le persone adulte tentano, tranne
che nei casi più gravi, di vincere questa malattia, i
bambini non hanno le risorse interne ed evolutive per farlo.
Ma lo svantaggio più grande della depressione in giovane età
è che questa opera effetti immediati in aree importanti per
il funzionamento della personalità, rendendo quindi lo
sviluppo di quest’ultima profondamente alterato. Questi
bambini non riescono a divertirsi, non giocano e non si
creano sani rapporti interpersonali, si sentono ipercritici
e insicuri e non credono nella bontà delle persone. Le
prospettive saranno probabilmente di un futuro di
infelicità, con sentimenti di autosvalutazione, cinismo e
pessimismo (Shuchter et al.,1987). Un contributo importante
nello studio dei disturbi psichici in giovane età lo
possiamo ritrovare negli studi di Bowlby. Egli venuto a
conoscenza delle opere di Lorenz e Timbergen, si rese conto
che tra le osservazioni compiute in ambito etologico e
quelle in ambito psicoanalitico ci potevano essere grandi
corrispondenze (cfr: Pruneti e Muratorio, 1996). Egli studiò
l’attaccamento come una tendenza innata del bambino a
mantenere la propria vicinanza con la madre. Secondo la
teoria dell’attaccamento e separazione di Bowlby, infatti,
nei primi anni di vita (0-5), l’attività del bambino è
finalizzata al mantenimento dell’attaccamento verso i propri
"caregivers". Con la crescita il bambino riesce sempre di
più a muoversi da solo nell’esplorazione dell’ambiente (cfr.
Reda e Liotti, 1982).
Secondo Bowlby (1979) il modello di comportamento di
attaccamento che si è strutturato nell’infanzia tende a
persistere nell’adulto e si basa sull’esperienza che il
bambino fa, sia con i genitori che con l’ambiente che lo
circonda. Il bambino deve potersi muovere anche da solo, per
compiere le proprie esplorazioni, sapendo che la madre è
sempre pronta ad assicuragli una base sicura dove poter
tornare. E’ questa sana relazione di attaccamento con la
figura materna che è importante per un sano sviluppo
dell’individuo. Tramite le informazioni degli adulti che lo
accudiscono (istruzioni, spiegazioni, valutazioni, ma anche
gesti, espressioni del viso) il bambino impara a conoscere
gli attributi che lo definiscono agli occhi degli altri e,
di conseguenza, ai suoi (Cooley, 1902; Guidano,1981).
Il bambino si basa, quindi, sulle indicazioni che gli
provengono dai familiari per organizzare la propria vita,
perché non possiede le strutture interne per farlo. Più
cresce e più si forma in lui una conoscenza di base (tacit
knowledge) (Polanyi, 1968. cfr: Stark 1996); sono le figure
guida che determinano le sue prime sensazioni e gli
permettono di differenziarsi dagli
altri definendo la propria identità.
Il sentimento di identità del sé comincia a svilupparsi in
modo più tangibile nel periodo della seconda infanzia,
quando le attività sociali assumono più grande spessore,
soprattutto con l’inizio dell’attività scolastica. In questo
periodo il bambino mette in atto delle vere e proprie
strategie che gli permettono di ricercare conferme della
propria identità. Tra quelle più comuni troviamo:
l’imitazione di un adulto o di un coetaneo significativo; la
ricerca di approvazione e di attenzione. In tal modo si
vanno definendo nel bambino le caratteristiche sulle quali
si baserà il suo giudizio personale (Guidano e Reda, 1981).
La predisposizione alla depressione infantile è legata
comunemente ad una situazione di distacco precoce (Reda e
Liotti,1982).
Alcuni esempi di distacco possono essere così riassunti:
Perdita reale di uno o entrambi i genitori; Distacco fisico
e/o affettivo dai genitori (viaggi, separazioni, malattie,
ospedalizzazione del bambino,ecc); Mancanza di assistenza
dei genitori durante le prime attività del bambino che
impara a doversela cavare da solo fin da piccolo. Attenzione
dei genitori per doveri morali e sociali, con punizioni
frequenti se il bambino non si è comportato come richiesto e
minimi riconoscimenti quando ha adempiuto alla perfezione il
suo dovere.
La depressione infantile, come quella degli adulti, va al di
là del solo sintomo della tristezza, anzi è una vera e
propria sindrome che coinvolge una moltitudine di sintomi
concomitanti (Carlson e Cantwell, 1980). Le categorie nelle
quali si possono suddividere questi sintomi sono le stesse
principali categorie utilizzate per descrivere la
depressione negli adulti e sono: emotive, cognitive,
motivazionali, fisiche e neurovegetative (Kovacs e
Beck,1977). Per quanto riguarda i sintomi emozionali, quello
che maggiormente rappresenta la depressione è l’umore
disforico, ovvero la tristezza. Questo può essere
riscontrato anche in bambini che hanno un qualsiasi altro
disagio psicologico (Carlson e Cantwell,1979), ma la gravità
e la durata permettono di inserirlo nel quadro depressivo.
Un diverso sintomo del disturbo dell’umore che può
sostituire la tristezza è la rabbia, che molto spesso è
presente nei bambini depressi. Brumback, Dietz-Schmidt e
Weinberg (1977) riferirono che l’88% del loro campione di
bambini depressi aveva manifestazioni di ira.
Oltre ad essere molto presente, la rabbia è un sintomo tra i
più resistenti al cambiamento terapeutico (Stark, Kaslow,
Reynolds, Kelley, 1990). La gravità di questo sentimento va
dalla semplice irritabilità, a un senso di insopportabilità
dello stato d’animo di rabbia, fino a giungere a pensieri
omicidi. Un modo per misurare la gravità del sintomo è
rapportarlo
all’ambiente: minori sono i legami con l’ambiente, maggiore
sarà la gravità (Stark,1996).
Fanno parte dei sintomi emozionali anche : l’anedonia, che è
uno dei sintomi diagnostici principali nei disturbi
depressivi (Carlson e Cantwell, 1979) e si riferisce alla
perdita della risposta di piacere (il bambino appare
annoiato, indifferente); la tendenza al pianto, dove questo
non è legato a eventi ambientali; la perdita di allegria, il
bambino non trova divertenti cose che al contrario fanno
ridere la maggior parte dei bambini; il non sentirsi amati,
e l’autocommiserazione, (Stark 1996).
L’altro grande gruppo di sintomi presenti nel bambino
depresso sono i sintomi cognitivi. Ne sono un esempio le
autovalutazioni negative (Kendal, Stark e Adam, 1990). Il
bambino depresso tende a valutare negativamente le sue
prestazioni e le sue capacità; in questo modo l’autostima si
abbassa notevolmente. Gli ambiti autodescrittivi in cui la
bassa autostima si fa notare nella maggior parte dei casi
sono: l’intelligenza, l’aspetto fisico, la personalità, il
profitto scolastico, l’abilità fisica (Stark, 1996). Robbin
e Alessi (1985) hanno fatto notare come le autovalutazioni
negative fossero associate a tentativi e atti suicidari.
Un altro tipico sintomo cognitivo della depressione
infantile è il senso di colpa. Il rimorso che il bambino
prova viene considerato all’interno dei sintomi cognitivi in
quanto legato allo “stile attribuzionale”. Come avviene per
l’adulto, il bambino si sente colpevole e non attribuisce
mai la ragione dell’insuccesso all’esterno, ritenendosi il
principale responsabile del risultato negativo (Seligman,
Peterson, Kaslow, Tanenbaum, Alloy, Abramson, 1984). Altri
sintomi cognitivi della depressione sono: la disperazione,
che si esprime con l’incapacità di vedere nel futuro la
possibilità di risolvere qualsiasi tipo di problema; essa
comporta enormi difficoltà terapeutiche oltre che rischi di
suicidio; la difficoltà di concentrazione derivante dal
fatto che il bambino è troppo preso nei pensieri della sua
triste condizione e ciò influisce in lui a tal punto che le
prestazioni scolastiche ne risentono; l’indecisione, che lo
rende molto dipendente dagli adulti; l’ideazione morbosa,
nella quale il bambino può avere frequenti preoccupazioni
per la propria morte o per quella degli altri. Per quanto
riguarda invece i sintomi motivazionali risalta in modo
evidente la chiusura sociale. Vi è nel bambino depresso una
diminuzione dei contatti sociali rispetto alla situazione
precedente. Quindi il coinvolgimento con i familiari, con
gli amici e con tutte le altre persone conosciute risulta
largamente diminuito. Altri sintomi motivazionali sono:
l’ideazione e il
comportamento suicidari. L’ideazione suicidaria è uno dei
migliori predittori del suicidio vero e proprio e la gravità
di questa ideazione viene stimata in base al contenuto dei
pensieri: la specificità, l’organizzazione e la presenza di
dettagli nel piano indicano una maggiore probabilità che il
bambino passi all’azione (Stark, 1996).
Anche la diminuzione del rendimento scolastico viene
considerata un sintomo motivazionale della depressione
infantile. Alcuni bambini depressi evidenziano infatti un
peggioramento delle prestazioni scolastiche (Carlson e
Cantwell,1979). Questo è legato al fatto che spesso appaiono
demotivati ad apprendere, talora stanchi e apatici, come se
non possedessero le energie sufficienti a svolgerele
attività scolastiche. La difficoltà di concentrazione,
inoltre, rende difficile l’assimilazione delle spiegazioni
dell’insegnante, cosa che provoca maggiori difficoltà nello
svolgimento dei compiti a casa. La frustrazione che ne
deriva può rendere il bambino irritabile tanto da rendere
molto difficile l’aiuto anche da parte degli adulti (Stark,
1996). Infine troviamo i sintomi fisici e neurovegetativi.
L’affaticamento è uno dei più tipici e si riferisce alla
sensazione di stanchezza che il bambino prova durante la
giornata; tale sensazione inizia ad essere significativa se
diventa d’intralcio per le attività quotidiane. Anche Il
cambiamento nell’appetito e/o nel peso viene associato
all’episodio depressivo (Kashani, Barbero, Bolander, 1981).
L’aumento di peso va controllato tenendo presente il normale
aumento dovuto alla crescita. E’ comunque più frequente una
perdita di peso a causa di una forte mancanza d’appetito nel
bambino.
Nel corso della depressione infantile si possono trovare
anche dolori e malesseri, che vengono considerati
sintomatici dal momento in cui non hanno una ragione medica
di esistere (Brumback et al., 1977). La gravità è stimata in
base a quanto questi sintomi interferiscono con le
prestazioni scolastiche o ricreative, e con la durata e la
capacità del bambino di farne fronte da solo (Stark, 1996).
Altri sintomi fisici e neurovegetativi sono i disturbi del
sonno, quali: insonnia, ipersonnia, inversione circadiana e
sonno non ristoratore; il rallentamento psicomotorio, che
viene valutato positivamente quando il bambino ha movimenti
corporei e linguaggio molto rallentati, quando sono presenti
latenze nelle risposte, o se il bambino non ha mai
iniziativa nel far procedere una conversazione. In ultimo
troviamo l’agitazione psicomotoria, dove il bambino appare
agitato, incapace di stare seduto, ha un linguaggio
estremamente veloce, talvolta è irritabile, arrabbiato, e
può diventare aggressivo (Stark, 1996).
Fonte:
Valori, S.
(2004)
La depressione in età giovanile: l'infanzia.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 21 settembre 2004.
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