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Logica, pensiero, emozioni

 

Di cosa ci occupiamo Chi è lo psicoterapeuta: dott. Sergio Angileri

  Come si svolge la psicoterapia: dal primo colloquio in poi Come procediamo Organizzazione clinica

La Psicoterapia: teorie, tecniche e metodi

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Pensiero ed Emozioni

 

La psicoterapia può anche essere definita come esperienza di consapevolezza e di cambiamento.

Risulta evidente, allora, che consapevolezza è "azione di pensiero": diveniamo consapevoli nello stesso istante in cui "il pensiero pensa il pensiero stesso". Infatti mediante il pensiero io divengo consapevole, ad esempio, di un mio ricordo (ricordare significa pensare i contenuti della mia memoria), di una mia emozione (io mi accorgo di sentire paura, gioia, tristezza o altro, significa che in quell'istante io sto pensando, mi sto accorgendo quindi sto pensando, l'emozione che sento), oppure di una mia previsione (prevedere significa pensare qualcosa collocata nel futuro e il futuro non è altro che un'idea, quindi pensiero, riferito ad una inesistenza materiale). Riepilogando, quindi, ciò che chiamiamo passato altro non è che pensiero che ricicla segmenti di memoria. Ciò che chiamiamo presente, altro non è che pensiero consapevole di un accadimento istantaneo e contemporaneo al pensiero stesso. Ciò che chiamiamo futuro altro non è che pensiero immaginativo che crea nel cervello stesso la pre-visione di qualsiasi cosa che nel momento della previsione è materialmente inesistente. Per questo è corretto affermare che la realtà altro non è che ciò che la mente crea in se stessa e che l'unica particella materiale di tutta la realtà creata dalla mente, è solo quella che nell'istante coincide con il pensiero stesso. Una frazione di secondo dopo quell'istante, la realtà materiale è già diventata ricordo della memoria riferita a quell'istante.

Comunque l'attività di pensiero produce le emozioni che si sentono: le emozioni infatti si sentono coerentemente correlate con i contenuti ed i processi del pensiero. Che si tratti del pensiero/ricordo su contenuti della memoria, o del pensiero/percettivo su contenuti dell'istante contemporaneo, o del pensiero/previsionale che crea nella mente una realtà materialmente inesistente. La parte emozionale del cervello è completamente subordinata alla parte cognitiva del cervello stesso e crede senza discussioni a ciò che comunica il cervello cognitivo. Ecco quindi che sono del tutto razionali le nostre emozioni, perchè sono coerenti con la ragione del pensiero. Resta da vedere se le ragioni del pensiero sono coerenti con altro. Per cui se pensando al passato, presente o futuro, il cervello cognitivo costruisce in sè dei mostri, il pensiero emozionale risponderà ragionevolmente con paura. Se costruisce un paradiso, il cervello emozionale risponderà ragionevolmente con gioia.

La psicoterapia si occupa dunque dell'analisi e della riformulazione del cervello cognitivo, sino a condurlo ad una forma equilibrata con le coordinate delle componenti oggettive e soggettive della realtà, affinchè anche le emozioni che ne derivano, siano equilibrate.

Lo psicoterapeuta moderno è quindi uno specialista che usa il linguaggio come mezzo di fornitura di categorie di pensiero, nei confronti della persona che viene a chiedergli di farlo (il paziente). Lo psicoterapeuta, oltre che essere uno specialista clinico competente nella diagnostica e nella terapia dei disturbi psicologici e della psicopatologia generale, è anche un esperto tecnico nella diagnosi delle strutture e delle forme dei pensieri propri e degli altri che lo consultano. E' di conseguenza un esperto nell'utilizzo della logica matematica e formale applicata alla psiconeurolinguistica, poichè è per mezzo della logica che si svolge una parte della psicoterapia. In psicoterapia la logica, professionalmente utilizzata, è propedeutica rispetto all'analisi mutativa delle emozioni e rispetto alle analisi simboliche e metaforiche dei significati e dei significanti impliciti nel pensiero del paziente. Il successo definitivo del percorso psicoterapeutico dovrà coincidere con il fatto che nella parte necessaria, il pensiero del paziente è mutato nella struttura, nella forma, nei processi e in parte anche nei contenuti e questo accade in una complessa dinamica sinergica fra logica, emozionalità e trascendenza, la quale si svolge in seno ad un rapporto complesso ed unico fra la mente del paziente e quella dello psicoterapeuta. Fra le due menti avviene una connessione di scambio di diversi elementi. Questo scambio è in parte pilotato dalla logica e in altra parte da eventi psicologici emozionali, sentimentali, simbolici e metaforici.

Seguono alcuni lavori e articoli e riflessioni sul tema.

Dott. Sergio Angileri

Psicologo Psicoterapeuta

SOMMARIO DELLA PAGINA

  1. Valore come pensiero

  2. Emozioni cognitive

  3. Pensiero valutativo

  4. Pensiero normativo

  5. Pensiero: logica e creatività

  6. Il ragionamento

  7. Logica e linguaggio

  8. Logica e fondamenti della matematica

  9. Pensiero magico, illusione e delusione

  10. Il pensiero eriugeniano

 


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Comunicazione Filosofica n. 3

MATTHEW LIPMAN

ORIENTAMENTO AL VALORE (CARING) COME PENSIERO

(IN "INQUIRY", VOL. XV, N° 1/1995)

(TRADUZIONE DI ANTONIO COSENTINO)

 

 

ABSTRACT

Lipman' article aims to specify more closely what the notion of "high-order-thinking" means. If there is no doubt that thinking at this level (the analysis, synthesis and evaluation in Bloom's taxonomy) joins together critical and creative thinking, it is, as well, far from being fully understood without the proper references to the domain of values, that is what Lipman calls "caring". Generally speaking, caring seems to be a kind of feeling. Can it be meant, instead, as a genuine cognitive dimension? It is what the article tries to answer.

 

In anni recenti vari autori hanno proposto una serie di criteri per identificare il pensiero razionale 1. Nello stesso tempo gli educatori sono stati ampiamente spinti a ritenere auspicabile un'educazione basata sul pensiero e non semplicemente sulla conoscenza. Dato che pensare è qualcosa che presumibilmente gli studenti fanno di già, è apparso raccomandabile insistere a che l'educazione miri alla formazione di un "pensiero di livello superiore" 2. Ora, qual è la relazione tra il pensiero logico e il "pensiero di livello superiore"? Numerosi scrittori hanno sostenuto che il "pensiero di livello superiore" deve essere inteso come una combinazione di pensiero logico e di pensiero creativo. Nulla da obiettare su questa affermazione, ma vorrei mostrare qui che esiste qualcosa come un pensiero orientato al valore (caring) e che esso costituisce il terzo prerequisito di un "pensiero di livello superiore".

 

1. Le emozioni possono essere cognitive?

Un tale esordio non è di buon auspicio, giacché, riguardo alla relazione che intercorre tra sfera affettiva e sfera cognitiva, esso cozza contro l'opinione corrente, sulla base della quale l'attività di pensiero sarebbe circoscritta al solo ambito cognitivo. La dimensione affettiva, sarebbe, invece l'insieme degli stati psicologici che possono precedere, accompagnare o seguire le operazioni di pensiero; tale, comunque, da non essere mai confusa con queste. In altri termini, si ritiene che i sentimenti non sono espressioni del pensiero, sebbene possano essere le cause oppure gli effetti di tali espressioni. E l'orientamento al valore appartiene alla sfera dell'affettività? 3 [...]

Un punto di partenza che viene subito in mente è il noto articolo di Israel Scheffler 4. Egli parte in modo promettente da una distinzione tra "emozioni al servizio della cognizione" e "emozioni cognitive". Con "emozioni al servizio della cognizione" Scheffler intende tre cose: a) le cosiddette "passioni razionali", un concetto sviluppato in precedenza da R. S. Peters 5, b) emozioni percettive (perceptual feelings) e c) immaginazione teoretica. Le "passioni razionali" sono definite dall'Autore come disposizioni emozionali che agevolano la ricerca. Ne sono esempi l'amore per la verità, l'impegno per l'accuratezza, l'avversione per l'evasività e l'ammirazione per il progresso teoretico. Scheffler aggiunge anche, sotto il titolo di passione razionale, quei sentimenti e disposizioni che possono essere organizzati in un "carattere razionale", tale da "tendere verso un equilibrio tra i pensieri, una giustizia epistemica, la quale richiede le sue specifiche rinunce e sviluppa una caratteristica disciplina cognitiva" 6. Nel caso della percezione, l'Autore sostiene che gli ingredienti emozionali della percezione ci aiutano a capire che cosa percepiamo, a giudicare quello che discerniamo e ad interpretare quello che osserviamo. Riguardo al modo in cui le emozioni giocano un ruolo nella cognizione teoretica, Scheffler mette in evidenza l'estro e l'audacia del pensiero scientifico, il modo in cui le emozioni ci aiutano a distinguere e a selezionare tra modelli ed idee di gradi diversi di interesse, e l'enorme sostegno che ci forniscono nel momento dell'applicazione dei risultati della nostra immaginazione alla soluzione dei problemi.

L'insistenza di Scheffler nell'etichettare questo primo gruppo come "emozioni al servizio della cognizione", piuttosto che "emozioni cognitive" sembra abbastanza discutibile. La sua spiegazione - che in questo tipo di emozioni non ci sia niente di specificamente cognitivo, tranne il modo in cui vengono organizzate - non è convincente per il fatto che esse sembrano fare tutto quello che fanno le cognizioni e, inoltre, per il fatto che lascia irrisolta la questione di come l'organizzazione di inerti emozioni possa generare tali conseguenze dinamiche.

Ciò che Scheffler sceglie di chiamare emozione marcatamente cognitiva è qualcosa di molto specifico: deve poggiare su un presupposto cognitivo ed essere in relazione con lo stato cognitivo (delle cognizioni) della persona (le sue convinzioni e le sue aspettative). Esempi riferiti sono la gioia della verificazione e la sorpresa. Allorché quello che scopriamo corrisponde oppure entra in conflitto con le nostre aspettative, i nostri sentimenti sono cognitivi poiché le ragioni ad esse connesse sono esse stesse cognitive. Risulta difficile vedere perché passioni razionali quali l'amore per la verità, l'impegno per l'accuratezza, l'avversione per l'evasività e l'ammirazione per il progresso teoretico - in altre parole, emozioni che agevolano la ricerca ma classificate da Scheffler come semplicemente "al servizio della cognizione" non debbano egualmente essere classificate come emozioni cognitive. Senza dubbio le ragioni che valgono per esse sono altrettanto cognitive quanto quelle per la gioia della verificazione e per la sorpresa.

Pur essendo deludente il modo in cui il principio di Scheffler è applicato - ossia che un'emozione è cognitiva se la sua ragione è cognitiva - il principio stesso è, tuttavia, degno di essere preso in considerazione. Fornisce, infatti, una base per distinguere tra le emozioni cognitive e quelle non-cognitive. Così, se uno risponde alla domanda "Perché abusi dei bambini?" dicendo: "Perché li amo", e un altro risponde alla domanda "Perché hai sposato tua moglie?" dicendo: "Perché la amo", è molto probabile che il primo individuo non sarà in grado di esibire ragioni di natura cognitiva per il suo "amore", mentre il secondo sarà in grado di farlo. Amare la persona che si vuole sposare è, nella maggior parte dei casi, appropriato e ragionevole; abusare dei bambini è, nella maggior parte dei casi, inappropriato e irragionevole. Il carattere cognitivo delle ragioni ha a che fare con il loro essere appropriate o inappropriate piuttosto che con le aspettative a cui corrispondo-no o non.

Dovrebbe essere ormai più che evidente che tanto termini come "cognitivo" e "pensiero" che termini come "affettivo" ed "emozione" sono vaghi e polisemici. Inoltre, "cognitivo" e "pensiero" sono parole talmente connesse col linguaggio ed il simbolismo che tutto ciò che si presenta come non-linguistico e non-simbolico viene relegato nel regno dell'affettività piuttosto che in quello del pensiero. Per superare questo pregiudizio, propongo di considerare il pensiero non tanto come elaborazione di informazione quanto come connessione e interazione di pezzi di esperienza. In tal senso, pensare equivale a scoprire, inventare, connettere e sperimentare relazioni, e questo vale sia che si tratti di relazioni simboliche sia che si tratti di rapporti non-simbolici. Si pensa quando si percepisce, per esempio, che parti del campo visivo sono connesse con altre parti, oppure quando si prende coscienza del fatto che i mezzi usati hanno qualche effetto sulle conseguenze. La base neurale del pensiero sarà anche una connessione neurale, ma il pensiero in se stesso è certamente una connessione di esperienze.

Considerando il pensiero in questo modo, potremo essere più specifici riguardo a ciò che si intende con l'affermazione che alcuni tipi di sentimenti, come l'orientato al valore, possono essere espressioni del pensiero. Ma prima è bene prendere in esame un assunto che costituisce il punto di partenza in vista della meta finale. Si tratta dell'affermazione che le emozioni sono giudizi.

 

2. Emozioni come giudizi.

Di fronte alla nozione secondo cui le emozioni possono essere classificate come giudizi molti sono portati ad associare questa posizione a Robert Solomon 7, come anche, più recentemente, a Martha Nussbaum 8 e Kathleen Wallace 9. Eppure, si tratta di un'antica questione che risale per lo meno a Crisippo ed è generalmente collegata con gli Stoici 10. Secondo Crisippo le emozioni sono giudizi nel senso (materialistico) che esse registrano mutamenti ambientali e rispondono ad essi: qualcosa come la reazione di una barometro all'abbassamento della pressione atmosferica intesa come una valutazione della sua situazione meteorologica. Crisippo si aggrappa a due importanti qualificazioni: in quanto giudizi, le emozioni sono istantanee (nel senso di appena formate) e false. Presumibilmente, questo accade perché le emozioni sono giudizi nei quali siamo portati ad avere fiducia: se avessimo minore fiducia, esse non avrebbero molte opportunità di ingannarci.

Si potrebbe essere portati a credere che, per Crisippo, il fatto stesso della istantaneità delle emozioni - che non siano, cioè, durature e stereotipate - dovrebbe essere una garanzia della loro veridicità piuttosto che della falsità, ma non è così 11. Il filosofo stoico è portato a fidare più sulla natura razionale di un giudizio come segno della sua verità piuttosto che sulla sua istantaneità e immediatezza. Ma forse, in questo caso, stiamo sottilizzando intorno alla distinzione tra giudizi pre-riflessivi (prima facie) e giudizi post-riflessivi. È verosimile che la ragione entri in questi ultimi molto più facilmente che nei primi. Prendiamo il caso di un critico teatrale che deve recensire un'opera vista nella stessa giornata. Finché il ricordo delle sue emozioni è ancora fresco egli può passare in rassegna i momenti della risata, del sorriso, del borbottio, del sussulto, della disapprovazione. Quei comportamenti rappresentano i giudizi emersi in modo immediato come risposta alla rappresentazione. Il suo giudizio definitivo terrà conto di tali valutazioni immediate, ma non si conformerà necessariamente ad esse (come in Leibniz, la volontà conseguente di Dio tiene conto della volontà precedente, ma non si conforma necessariamente ad essa). Il giudizio finale del critico, pertanto, sarà rappresentativo di quelle valutazioni immediate, abbastanza autentiche per essere insorte lì per lì, ma carenti del senso del tutto che soltanto una considerazione successiva e globale può fornire.

Ho scelto un caso in cui un individuo riflette attentamente prima di decidere e decide prima di agire. Tuttavia questo non è l'unico modo di interpretare gli Stoici. Per gli Stoici di Roma, sostiene Lloyd (Si ricordi che Crisippo era greco), fermarsi per la riflessione era normalmente "segno di incompetenza nell'arte di vivere" 12. Si può andare avanti con l'azione senza impegnarsi nella riflessione? Lloyd afferma che: "Formulare il giudizio che Elena è bella è lo stesso atto o evento di averne (essere cosciente di) una bella rappresentazione. Scegliere o decidere di amare Elena è lo stesso atto che dare l'assenso al giudizio che ella è attraente. Scegliere o decidere di fare alcunché è lo stesso o quasi lo stesso atto di cercare di farlo" 13.

Parecchie cose qui ricordano il sillogismo pratico di Aristotele, in cui la conoscenza di ciò che si deve fare insieme con la coscienza di essere in una situazione in cui è appropriato fare ciò che si deve fare, si risolve nel fare senz'altro quello che deve essere fatto 14.

Ritornando a Crisippo, sembra che egli voglia dire che, nella misura in cui è vera, un'opinione contribuisce al normale funzionamento del corpo, evitando quelle vibrazioni fastidiose che si registrano nel caso di opinioni false. Le emozioni, secondo lui, sono giudizi sbagliati e i giudizi sbagliati sono il marchio di una vita smoderata. Una vita temperata è contrassegnata da giudizi corretti. Per questo motivo le emozioni sono da evitare.

Questa è l'interpretazione comune, nonostante l'inquietante frammento citato da Von Arnim (SVF III 461): "Crisippo cerca di dimostrare che le emozioni/affezioni sono una sorta di giudizi del razionale" 15. Giudizi del razionale! Forse che questo significa che le emozioni formulano i loro giudizi sulla ragione proprio come la ragione formula i suoi giudizi sulle emozioni? Se è così, allora è questo il motivo per cui gli Stoici considerano le emozioni come giudizi necessariamente falsi? Il frammento risulta stimolante perché suggerisce due modi di pensare, ciascuno dei quale appare sbagliato dal punto di vista dell'altro e ciascuno dei due può rappresentare un ostacolo per l'altro. Oppure, forse, esso indica semplicemente due maniere di considerare il pensiero, uno dei quali include le emozioni come sue componenti, mentre l'altro le esclude.

In anni recenti Martha Nussbaum ha concentrato la sua attenzione sul ruolo delle emozioni per come esso è stato inteso dai filosofi della tradizione. Ella ha identificato due forti obiezioni nei confronti delle emozioni, entrambe appena esaminate. La prima riguarda l'opinione che le emozioni sono innate, processi privi di pensiero che agiscono per confondere ed intralciare gli sforzi della mente verso la razionalità, e l'Autrice conviene sul fatto che molti filosofi rifiutano ora questa semplicistica considerazione delle emozioni come un ostacolo per il pensiero umano. D'altra parte, la Nussbaum individua un certo numero di altri pensatori, dagli Stoici romani e greci a Descartes e Spinoza, i quali sostengono che le emozioni non sono prive di pensiero ma intelligenti, non innate ma apprese e non acritiche ma capaci di giudizio. Nonostante ciò, questi filosofi non riconoscono alle emozioni un ruolo positivo nel giudizio perché vedono le emozioni come intrinsecamente instabili o legate ad oggetti instabili e, perciò, false. Questa posizione, asserisce Nussbaum, è molto più profonda della prima e continua ad attirare molte adesioni. Tuttavia, secondo lei, è una posizione che poggia su premesse normative, come il bisogno di autosufficienza e di distacco, che sono assai problematiche in un tempo in cui il bisogno della comunità sembra superare, di gran lunga, quello dell'indipendenza individuale. L'Autrice spiega la profondità di questa posizione col fatto che "come i più penetranti ed incisivi pensieri filosofici, essa mostra al lettore la sua struttura argomentativa" 16, ed insiste sul fatto che le emozioni (come la pietà e la paura) possono essere vere e che "se non c'è emozione, non c'è propriamente neanche il giudizio... Questo significa che, per rappresentare certe verità, è necessario rappresentare delle emozioni. E significa, altresì, che per comunicare certe verità al proprio lettore, bisogna scrivere in modo tale da suscitare le sue emozioni" 17.

 

3. La tripartizione tradizionale.

I Greci ricondussero l'ambito cognitivo sotto tre idee regolative: Verità, Bellezza, Bene. Aristotele trasformò queste idee in una trinità naturalistica. Per il filosofo, la ricerca si suddivide in scienze teoretiche, scienze produttive e scienze pratiche. Le opere maggiori di Kant trattano della ragion pura, della ragion pratica e del giudizio.

Più recentemente questa tripartizione si è travasata nella teoria del curriculum, come nella tassonomia di Bloom. Bloom e i suoi collaboratori hanno identificato tre aspetti del pensiero di livello superiore: quello analitico, quello sintetico e quello valutativo 18. Intanto, nella metafisica di Justus Buchler l'attività del giudizio (come processo) viene suddivisa in: dire, produrre (making) e fare (doing); mentre i giudizi (come prodotti) sono distinti in: asserti, prodotti (arrangements) e azioni 19.

Volendo seguire la distinzione tra pensiero ordinario e pensiero di livello superiore, potremmo mantenere l'approccio trinitario e potremmo specificare quelle idee regolative come verità, significato e valore. Ma allora, quali aspetti del pensiero di livello superiore si potrebbe dire che corrispondano a questi ideali? Si dirà che il pensiero logico corrisponde alla ricerca della verità e il pensiero creativo corrisponde alla ricerca del significato. Ma qual è l'aspetto che riguarda specificamente la dimensione dei valori?

È facile qui essere fraintesi. Quello che ci chiediamo non è affatto quale aspetto del pensiero di livello superiore ha come oggetto i valori. Una persona che sta imparando una lingua straniera apprende prima parole, frasi, declinazioni e coniugazioni e poi, gradualmente, impara a pensare nella lingua greca, cinese o islandese. Una persona che sta imparando la storia all'inizio memorizza nomi, posti e date, ma piano piano incomincia a pensare storicamente. Allo stesso modo, imparare a pensare in valori è diverso dall'inizia-le apprendimento a pensare sui valori. Si impara a pensare valorialmente così come si impara a pensare storicamente, geograficamente, algebricamente, musicalmente o narra-tivamente.

Voglio chiarire che non intendo equiparare la valutazione (valuation) con il giudizio di valore (evaluation). Il giudizio di valore ha a che fare con una stima o una valutazione meditate. La semplice valutazione, al contrario, può essere completamente acritica: prediligere anziché stimare, tenere in considerazione anziché ponderare.

Pensare valorialmente è sempre "intenzionale", nel significato fenomenologico di questo termine, nel senso, cioè, che chi valuta (pensa valorialmente) sta sempre dirigendo il proprio pensiero verso qualcosa. Così, un pensiero che attribuisce valore (values) agli esseri razionali è un pensiero rispettoso. Un pensiero che attribuisce valore (values) a ciò che è bello è un pensiero capace di apprezzare (appreciative). Un pensiero che attribuisce valore (values) alla virtù è un pensiero capace di ammirare (admiring). Se assegna valore a chi è sensibile, è un pensiero premuroso (considerate). Se assegna valore a chi ha bisogno di sostegno, è un pensiero amorevole (cherishing). Se assegna valore a chi soffre, è un pensiero compassionevole. Se assegna valore al destino del mondo e dei suoi abitanti, è un pensiero impegnato 20. In generale, possiamo dire che il tipo di pensiero di cui si parla (caring) è il pensiero che assegna valore al valore.

Buchler ha sostenuto che esistono tre modi del giudizio: dire, produrre (making) e fare (doing) - o se si vuole, asserire, produrre e agire. Questa tripartizione si applica altrettanto bene al pensiero, perché, se vogliamo conoscere le componenti del pensiero di livello superiore, non dovremmo essere in errore rispondendo che esse sono pensiero logico, pensiero creativo e pensiero orientato al valore, in quanto modi di esprimere come pensiamo quando pensiamo bene. Allorché pensiamo criticamente, applichiamo al nostro pensiero regole, criteri, standards, ragioni e ordini che sono ragionevoli e appropriati. Allorché pensiamo creativamente, inventiamo i modi per esprimere noi stessi e/o il mondo che ci circonda; cerchiamo di oltrepassare i modi in cui abbiamo pensato precedentemente; immaginiamo dettagli di mondi possibili e proponiamo innovazioni senza precedenti. Quando pensiamo valorialmente, prestiamo attenzione a ciò che riteniamo importante, a ciò a cui badiamo, a ciò che domanda, richiede o ha bisogno di essere pensato da noi. Il pensiero di livello superiore, in altre parole, non è avalutativo. Possiede aspetti etici ed estetici dai quali è inseparabile. Pensare a ciò che si può fare nel mondo significa dover tenere in conto l'impatto ambientale dell'azione. Pensare agli anziani o ai bambini - persone incapaci di avere cura di se stessi - vuol dire prendere in considerazione il modo in cui prendersi cura di loro e assegnare questa priorità di pensiero sulla base della sua importanza. Il pensiero orientato al valore non si ferma alla semplice classificazione; deve costruire graduatorie, assegnare priorità, distinguere ciò che è urgente da quello che non lo è. Ciò che si nasconde dietro le valutazioni è sempre il proprio senso della proporzione, quella prospettiva idiosincratica rispetto alla quale alcune cose appaiono vicine ed enormi, mentre altre sembrano tanto lontane e di piccolissime dimensioni.

Commentando la tripartizione del pensiero (come del giudizio) in dire, produrre (making) e fare (doing), equivalenti a pensiero logico, creativo e orientato al valore (caring), non intendo presentarli come altrettanti compartimenti stagno. Taluni contesti sono così inospitali rispetto alla riflessione che avvicinarli criticamente vuol dire essere creativi, e, in tali contesti, sia la razionalità che la creatività sono dei valori. Alcune forme di creatività del pensiero richiedono di essere rigorosamente organizzate e ragionate e, in tal caso, mostrano il valore di essere razionali ed inventive. Alcune forme di pensiero orientato al valore (caring) sono concettualmente forti tanto quanto stilisticamente innovative. Perciò, la tripartizione vale soltanto per i fini dell'analisi: non c'è alcuna pretesa di considerare il pensiero separato di fatto in queste tre regioni.

Considerare il pensiero in termini di pluralismo, anche in questo modo limitato in cui sto facendo qui con razionalità, creatività e valutazione (caring), è, comunque, qualcosa di molto diverso dal considerarlo come unitario e indivisibile. Il concetto di unicità significa che il pensiero può anche non avere niente come oggetto, pur rimanendo uno e uguale a prescindere dai suoi oggetti. Io sto proponendo, invece, che il pensiero è sempre situato in un contesto: chi pensa storicamente pensa in modo diverso da chi pensa in termini matematici. Queste sono differenze disciplinari. Lo stesso si può dire delle differenze formali: chi pensa razionalmente pensa in modo diverso da chi pensa in modo valoriale.

Rodin non pensava con parole mentre scolpiva Le Penseur: pensava col marmo o con gli strumenti della scultura. Ma egli pensava anche in modo valoriale, perché non avrebbe prodotto l'opera che ha prodotto se non avesse assegnato al pensiero un valore tanto alto, se non avesse preso il pensiero tanto sul serio. Le Penseur è un inno della scultura al pensiero, così come Leaves of Grass è un'ode poetica all'esperien-za umana. Ciascuna opera, a suo modo, esprime tecnica, invenzione e impegno.

 

4. Orientamento al valore come pensiero.

Ho sottolineato che l'orientamento al valore non è una condizione causale del pensiero - o, in ogni caso, non deve essere - ma può, invece, essere un modo o una dimensione o un aspetto del pensiero stesso. Pertanto, l'orientamento al valore è un genere di pensiero quando dà luogo ad operazioni cognitive quali esaminare delle alternative, scoprire o inventare relazioni, istituire connessioni tra connessioni, valutare differenze. Inoltre, appartiene alla natura propria dell'orientamento al valore eliminare distinzioni e gradazioni quando esse tendono ad apparire sgradevoli e, in tal modo, a sopravvivere alla loro utilità [...] e, insieme, ricercare un equilibrio tra quella parità ontologica che colloca tutti gli esseri su uno stesso piano e le differenze prospettiche nelle proporzioni e nelle sfumature percettive che derivano dalle nostre discriminazioni emotive.

Non ritengo, ad ogni modo, di essere nelle condizioni di offrire una definizione del pensiero orientato al valore nel senso di affermare che i criteri esposti per il pensiero logico possono essere combinati per formare una definizione di quell'aspetto della cognizione. Ciò che posso fornire, invece, è l'elenco non esaustivo di un certo numero di forme di pensiero orientato al valore. Si tratta, comunque, di requisiti importanti che vale la pena di considerare.

 

(a) Pensiero valutativo

John Dewey ha precisato che è necessario distinguere tra "tenere in conto" (avere caro) e "giudicare" (assegnare un valore), tra "tenere in considerazione" e "stimare", tra "apprezzare" e "valutare" 21. Apprezzare significa amare, avere caro; valutare significa calcolare il valore di. La differenza tra "tenere in conto" e "giudicare", come la differenza tra coppie di termini simili, è di grado: non c'è "tenere in conto" che non contenga almeno un germe di "giudicare" e non c'è "giudicare" che non contenga almeno un germe di "tenere in conto".

In ogni caso, quando noi teniamo in conto, ammiriamo, amiamo e apprezziamo, siamo impegnati a valutare qualcosa per le relazioni che contiene. Valutare un regalo significa valutare l'oggetto donato per i sentimenti che esprime nei nostri confronti. Il regalo ha valore perché stabilisce un collegamento tra i nostri atteggiamenti, la nostra disposizione, i nostri sentimenti e quelli del donatore, collegamento che sarebbe difficile stabilire in qualche altro modo.

Perciò, apprezzare un'opera d'arte significa provare la gioia di osservare le relazioni - tra le parti dell'opera tra loro e rispetto al tutto - di cui essa è costituita. Apprezzare un lavoro cinematografico significa gustare le relazioni tra le immagini che la cinepresa offre allo spettatore, come le relazioni tra le operazioni della cinepresa e la recitazione, la regìa, la musica e gli altri aspetti del film.

Così pure, quando una faccia ci appare interessante è perché ammiriamo le relazioni tra le sue fattezze e le relazioni all'interno di esse. E, se qualcuno ce lo chiede, possiamo sempre indicare queste relazioni come la ragione dell'ammirazione che sperimentiamo.

Apprezzare vuol dire prestare attenzione a ciò che importa. Né deve preoccupare l'apparente circolarità, ossia, che quello che importa è tale proprio perché noi vi prestiamo attenzione. Questo è vero solo in parte. Per sua natura, una cosa non è né migliore né peggiore delle altre, ma quando noi mettiamo a confronto le cose tra loro da un particolare punto di vista, allora prestiamo loro attenzione e, pertanto, prendiamo in considerazione le loro differenze e le loro somiglianze. In se stesso, un lago non è né migliore né peggiore di un oceano ed una collina non è né migliore né peggiore di una montagna. È soltanto in particolari contesti che abbiamo di essi un'esperienza relazionale e, perciò, valutativa. In questo senso il direttore di un museo si prende cura delle opere d'arte, un medico si prende cura della salute, un prete si prende cura delle anime: queste persone sono soggetti orientati al valore, nel senso che badano a ciò che per loro ha importanza e la loro azione non è una manifestazione "semplicemente emozionale", ma ha un autentico valore cognitivo 22.

 

(b) Pensiero affettivo

Gli psicologi hanno sviluppato tre modelli per interpretare la relazione tra affettività e cognizione. Il primo considera l'emozione come una conseguenza dei processi cognitivi, mentre il secondo vede la cognizione come l'effetto e l'affettività come una causa. Un terzo modello (della "fuga cognitivo-emotiva") si raffigura questa relazione come una "complessa azione reciproca di processi, simili ai temi di una fuga musicale che spesso scompaiono e riappaiono" 23.

Sebbene la teoria della "fuga" sia più vicina a quanto sostenuto qui - che l'emozione può essere una forma di pensiero - tuttavia le due posizioni non sono identiche. La divergenza riguarda la questione se le emozioni possono o no, almeno in alcuni casi, essere classificate come cognitive, come espressioni di pensiero.

Consideriamo questo esempio. Sapete che qualcuno abusa di una bambina innocente e ne siete indignato. La vostra indignazione può essere qualificata come pensiero? Non c'è dubbio che la vostra indignazione implica la consapevolezza del fatto che abusare di un innocente è qualcosa di detestabile e anche l'ulteriore consapevolezza che l'indignazione che avvertite è giustificata. È improbabile che l'indignazione sia provocata da un evento isolato: essa ha bisogno di una ragione. La ragione potrà anche non essere forte e valida, ma è una ragione, non una causa, ed è, essa stessa, parte dell'indignazione.

Allora, l'indignazione che sentite rappresenta lo sviluppo dell'iniziale consapevolezza che un innocente è stato danneggiato insieme con la consapevolezza che questo comportamento è deprecabile. Ciò che appare deprecabile in un dato contesto manca di garanzie, di giustificazioni. L'abuso è sentito come deprecabile; l'indignazione come appropriata. Ora l' "essere appropriato" è un criterio, tanto quanto, per esempio, la coerenza o la rilevanza.

Questa è una questione la cui importanza, per l'educazione morale, non deve essere sottovalutata. Spesso le nostre azioni dipendono direttamente dalle nostre emozioni. Sentiamo odio e, allora, agiamo in modo distruttivo; nutriamo amore e, allora, ci comportiamo in modo amichevole, e così via. Di conseguenza, se riusciamo a mitigare le emozioni antisociali, con ogni probabilità riusciremo a temperare i comportamenti antisociali.

È possibile insegnare ai bambini a considerare l'appropriatezza delle emozioni che sentono? La risposta sembra alquanto ovvia: nell'educazione dei bambini genitori, fratelli e sorelle contribuiscono a dare una certa forma al comportamento emotivo del bambino. Con premi e castighi, si fa capire al bambino quali espressioni emotive sono approvate in un certo contesto e quali no. (Il loro fondamento può essere abbastanza idiosincratico: ridere ad un funerale è per lo più biasimato, ma piangere ad un matrimonio è ammesso). Ora, se c'è un'educazione delle emozioni in famiglia, può anche esserci un'educazione delle emozioni a scuola e, in realtà, c'è già.

(c) Pensiero attivo.

Partendo da quanto abbiamo detto intorno alla natura cognitiva delle emozioni, non sorprenderà sentire che a volte le stesse azioni vengono descritte come cognitive. Esiste il linguaggio dei gesti e di altri movimenti del corpo, come l'espressione del viso e, anche un'azione che non ha un significato standardizzato, può assumerne uno quando è inserito in un contesto appropriato.

Poche discussioni riguardanti l'orientamento al valore (caring) mancano di notare l'ambiguità tra l'uso del termine nel senso di "nutrire un sentimento di affetto per" (caring for/about) e nel senso di "prendersi cura di, badare a" (caring for). Qui vogliamo distinguere questi due significati attribuendo il primo all'ambito del pensiero affettivo e il secondo a quello del pensiero attivo.

Così, un tipo di pensiero attivo è animato dalla cura - un conservare ciò che si ama. In questo senso si cura il proprio aspetto o la propria discendenza: ci si dà da fare per preservare dalla fauci del tempo ciò che rappresenta un valore. Altri cercano di conservare valori astratti, come i logici che cercano di conservare nelle conclusioni la verità delle premesse di un discorso o i traduttori che, passando da una lingua ad un'altra, cercano di conservare il significato di un'espressione. Un altro tipo di pensiero attivo è rappresentato da talune attività professionali come gli sport. Un gioco come il calcio, per esempio, è, per certi versi, meticolosamente regolato e, per altri, è aperto e guidato da criteri. Alcune situazioni richiedono comportamenti meccanici, come il rinvio del pallone da parte del portiere. Altre situazioni, invece, richiedono giudizi creativi, come la scelta del giocatore a cui passare il pallone. Questi comportamenti si possono considerare cognitivi perché, come la maggior parte delle attività professionali, vengono realizzate con giudizi. E questo richiede di dare una nuova occhiata alla nozione di giudizio, come quella fornita da Buchler. Ogni giudizio, secondo Buchler, è un'espressione della persona che lo formula ed è una valutazione del suo mondo 24. [ ...] Ogni atto è un intervento che misura anche le circostanze.

C'è, dunque, un linguaggio delle azioni come un linguaggio delle parole e, se il significato delle parole si deve cercare nelle loro relazioni con le proposizioni in cui si trovano, così il significato delle azioni si deve cercare nelle loro relazioni con i progetti e gli scenari che le includono: si devono, altresì, cercare nelle loro relazioni con le conseguenze che da esse derivano e nei riferimenti contestuali.

Un'azione è, allora, pensiero protettivo e conservativo, nella misura in cui si preoccupa di mantenere la situazione esistente ed è operativo, nella misura in cui tende a cambiare la situazione esistente. In entrambi i casi rappresenta un orientamento al valore, perché coloro che ne sono privi non si preoccupano né di conservare le cose importanti, né cercano di produrre qualcosa di importante.

 

(d) Pensiero normativo

Non è fuori luogo, a questo punto, un riferimento al pensiero "in tandem" che accomuna il pensiero su "ciò che è" col pensiero su "ciò che deve essere". In qualche misura, si tratta di una questione di educazione morale in famiglia e a scuola. Insisto sul fatto che il bambino consideri, per ogni espressione di desiderio, quello che deve essere desiderato e, quindi, colleghi sempre il desiderato col desiderabile. Quest'ultimo è un esempio del risultato della riflessione sulla pratica effettiva, giacché la ricerca su ciò che viene fatto dovrebbe poter approdare ad un abbozzo di ciò che deve essere fatto, se la ricerca è sufficientemente sostenuta.

Questa congiunzione del normativo col reale rafforza gli elementi riflessivi sia dell'azione che dell'orientamento al valore. Colui che possiede tale orientamento è costantemente interessato alle possibilità ideali del suo comportamento, così che la riflessione su ciò che è ideale diventa parte integrante dell'attenzione che si presta a ciò che sta realmente accadendo. Dato che l'elemento normativo è in ogni caso cognitivo, la sua inseparabilità dagli altri aspetti dell'orientamento al valore, non fa altro che aggiungere ulteriori titoli per la sua inclusione nell'ambito cognitivo.

La miseria dell'empirismo miope deriva dalla sua incapacità di prendere in considerazione nient'altro che ciò che è, mentre il fallimento del razionalismo miope deriva dalla sua incapacità di considerare nient'altro che il dover-essere. Gli studenti, tuttavia, non devono essere intrappolati in categorie così anguste. Quelli capaci di riflettere su ciò che sono, devono essere in grado di tener conto, anche, che tipo di persone vogliono essere e devono voler essere. Quelli capaci di riflettere su come è il mondo, devono essere aiutati a prendere in considerazione in che tipo di mondo vogliono vivere e in che tipo di mondo devono voler vivere. Questo impegno potrà tenerli occupati per gran parte della loro vita, ma sarà tempo speso bene.

Nel delineare gli aspetti fondamentali del pensiero di livello superiore ho insistito sull'idea di aggiungere il pensiero orientato sul valore a quello logico e a quello creativo per due motivi principali:

a. L'orientamento al valore possiede ampie credenziali come attività cognitiva, sebbene consista di atti mentali quali vagliare, filtrare, calibrare, soppesare e così via, di più modesta visibilità se confrontati con atti quali inferire e definire. Tuttavia, l'ambito cognitivo non è circoscritto solo ad atti di alta visibilità, proprio come gli organi vitali del corpo non sono soltanto quelli impegnati nelle attività vistose del pompaggio come il cuore e i polmoni. Fegato e reni sono organi altrettanto vitali, poiché le discriminazioni che operano sono essenziali per la nostra vita.

b. Senza orientamento al valore, il pensiero di livello superiore è privo della componente valoriale. Se esso non include il giudizio di valore, rischia di trattare i suoi contenuti in modo apatico, con indifferenza e senza impegno e questo implica che finirebbe anche per essere diffidente verso la stessa ricerca.

Cercando di caratterizzare il pensiero orientato al valore, in nessun modo intendo sottovalutare l'attività logica e quella creativa. Allo stesso modo, caratterizzando il pensiero applicato, non intendo sottovalutare l'attività teoretica. So bene, tuttavia, che il dualismo quasi manicheo di razionalismo-irrazionalismo è qualcosa a cui molti sono profondamente legati, cosicché un riorientamento sarebbe, per loro, una cosa molto più facile da dire che da fare.

Ho l'impressione che avvertiamo emozioni ogni volta che dobbiamo fare scelte e prendere decisioni, e queste scelte e decisioni sono i confini principali del giudizio. In realtà, il ruolo dell'emozione è così importante per il pensiero - sia per quello che conduce al giudizio che per quello che porta lontano da esso - che sarebbe difficile separare l'una dall'altro. Infatti, essi possono essere completamente indistinguibili; possono benissimo essere identici, nel qual caso sarebbe perfettamente sensato affermare che l'emozione è la scelta, è la decisione, è il giudizio. È questo tipo di pensiero che chiamiamo "orientamento al valore" (caring), quando esso ha a che fare con ciò che è importante.

 

NOTE

 

(1) Si veda, ad esempio, Robert H. Ennis, "A taxonomy of critical thinking dispositions and abilities," in Joan Boykoff Baron and Robert J. Sternberg (a c. di), Teaching Thinking Skills, Theory and Practice (New York: Freeman, 1987), p. 10, e anche Robert Sternberg, "Critical thinking: its nature, measurement and improvement," in Frances R. Link (a c. di), Essays on the Intellect (Alexandria, VA: ASCD, 1985), p. 46.

(2) Cfr. Lauren B. Resnick, Education and Learning to Think (Washington, DC: National Academy Press, 1987), pp. 1-3, 44-50.

(3) È opinione diffusa tra gli psicologi che le emozioni sono sentimenti espressi e che i sentimenti, o gli affetti, sono emozioni inespresse. Cfr. per esempio, Paul D. MacLean "Sensory and Perceptive Factors in Emotional Functions of the Triune Brain," in Amelie O. Rorty (a c. di), Explaining Emotions (Berkeley, CA: University of California Press, 1980), pp. 11-12.

(4) In "Praise of the Cognitive Emotions," Teachers College Record.

(5) "Reason and Passion," in R. F. Dearden, P. H. Hirst, e R. S. Peters (a c. di). Education and the Development of Reason. Londra: Routledge and Kegan Paul, 1972, pp. 208-229.

(6) Scheffler, ibid.

(7) Robert C. Solomon, "Emotions as Judgments," in The Passions (Notre Dame, Indiana: University of Notre Dame Press, 1983), pp. 185-191.

(8) Martha Nussbaum, "Emotions as Judgments of Value," The Yale Journal of Criticism, 1992, Vol. 5, No. 2, pp. 201-212.

(9) Kathleen Wallace, "Reconstructing Judgment: Emotion and Moral Judgment," Hypatia, Summer 1993, Vol. 8, No. 3, pp. 61-81.

(10) Cfr. A. C. Lloyd, "Emotion and Decision in Stoic Psychology," in J. M. Rist (a c. di). Los Angeles: University of California Press, 1978, pp. 233-246.

(11) Mi sono ampiamente basato su Josiah B. Gould's The Philosophy of Chrysippus (Albany: State University of New York Press, 1970).

(12) Op. cit., p. 245.

(13) Ibid., p. 244.

(14) Aristotele, Parti degli animali, Opere, vol. V, Laterza, Bari 1984.

(15) Hans Friedrich August Von Arnim. Stoicorum Veterum Fragmenta. New York: Irvington, 1986, III, p. 461.

(16) Martha Nussbaum, "Emotions as Judgments of Value," The Yale Journal of Criticism, Vol. 5, No. 2, 1992, p. 209.

(17) Ibid p. 210.

(18) Benjamin S. Bloom, Tassonomia degli obiettivi educativi, trad. it., Giunti e Lisciani, Teramo 1983.

(19) Justus Buchler, Towards a General Theory of Human Judgment, New York: Columbia University Press, 1951, pp. 46-54.

(20) Si veda Elizabeth Anderson, Value in Ethics and Economics (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1993), pp. 4-5.

(21) John Dewey, Theory of Valuation, International Encyclopedia of Unified Science (Chicago: University of Chicago Press, 1939), p. 5. Dewey afferma che "prizing" significa considerare prezioso o caro, mentre "appraising" significa attribuire valore a. Prizing ha un preciso riferimento personale e "una qualità estrinseca chiamata emozionale." Nell'appraising, d'altra parte, è predominante l'aspetto intellettivo.

(22) Harry Frankfort scrive: "Come è possibile, allora, che qualcosa sia autentica-mente non-importante? Ciò può essere solo perché la differenza che essa fa non è im-portante. Pertanto, è chiaramente essenziale includere, nell'analisi del concetto di impor-tanza, una clausola condizionale col risultato che una cosa non è importante a meno che la differen-za che essa fa non sia importante". Da: The Importance of What We Care About, Cambridge University Press, New York, 1988. Io ho, comunque, qualche perplessità riguardo all'affermazione di Frankfort che il caring ha a che fare con ciò che interessa personalmente in opposizione a ciò che interessa in senso interpersonale e, quindi, in senso etico.

(23) Michael Lewis e Linda Michalson hanno sviluppato questa teoria della "fuga" in Children's Emotions and Moods, Plenum Press, New York 1983, pp. 87-93.

(24) Justus Buchler, Towards a General Theory of Human Judgment, cit.

 


§

 

Pensiero

 

Pensiero
Logica e creatività

Pensare implica una produzione autonoma di contenuti (idee) e una filtrazione dei dati provenienti dall'esterno. 

 Le componenti emotive intervengono:

  • 1) al momento di compiere una scelta: prima di prendere una componenti emotive restringono il campo delle possibilità, inducono ad escludere alcune alternative e a propendere per altre e si ripresentano successivamente per argomentare e giustificare la decisione presa.

  • 2) nella creazione delle idee: l'idea è il prodotto finito dell'attività del pensiero ed appare completa, chiara e definita, cioè razionale, ma scaturisce da un atto intuitivo e creativo e non da una sequenzadeduttiva e logica.  

  • 3) quando un'intuizione originaria, ancora vaga e informe, viene infatti modellata e raffinata fino ad assumere la sembianza pura e razionale dell'idea. "Il pensiero metaforico è il sostrato germinativo del pensiero razionale: fornisce spiegazioni, forma categorie, genera previsioni e guida il comportamento" (Kittay)

 

 "Si diventa ciò che si pensa. Il pensiero ne non è mai completo se non trova, espressione e limite nell'azione. E' soltanto quando c'è perfetto accordo tra le due cose che c'è piena vita."
Mahatma Gandhi

Modelli di pensiero  
Pensiero convergente e divergente

Guilford distingue due modelli di pensiero: convergente e divergente. Il pensiero convergente è il ragionamento logico e razionale. Consiste in un procedimento sequenziale e deduttivo, nell'applicazione meccanica di regole apprese, nell'analisi metodica di dati. Si adatta a problemi chiusi che prevedono un'unica soluzione. E' il pensiero sollecitato anche dalla scuola. 

Il pensiero divergente è il pensiero creativo, alternativo e originale. E' sollecitato da situazioni aperte, come quelle sociali, e che ammettono più soluzioni alternative. Secondo Guilford il pensiero divergente è misurato da 3 indici:

  • Fluidità: parametro quantitativo basato sull'abbondanza delle idee prodotte

  • Flessibilità:capacità di cambiare strategia ed elasticità nel passare da un compito ad un altro che richiede un diverso approccio

  • Originalità:capacità di formulare soluzioni uniche e personali che si discostano dalla maggioranza

Autonomia di pensiero
"L'autostima è il sistema immunitario della coscienza"

N. Bandura definisce l'autostima come "il sistema immunitario della coscienza". Il sistema immunitario non rende invulnerabili alle malattie, ma predispone l'organismo alla difesa e rende meno devastante un eventuale attacco dei virus. Così, l'autostima non preserva dal dolore o dall'errore, ma consente di affrontarlo più preparati e di uscirne meno danneggiati. 

Un ulteriore riparo dalla strumentalizzazione di sé risiede nella ricezione critica delle notizie, nel considerare un'opinione indipendentemente dall'autorevolezza di chi la pronuncia. Questo induce ad approfondirne il contenuto ed evita di rendersi facile preda di suggestioni e persuasioni occulte.


§

 

Normatività e descrittività nello studio del ragionamento

Luisa Montecucco

Universita' di Genova - Dipartimento di Filosofia

 

 



   Il presente lavoro prende in considerazione le modalità attraverso le quali il ragionamento è diventato oggetto di indagine all'interno di diverse discipline. In particolare si chiede se la logica, rispondendo alla domanda 'come dobbiamo ragionare', abbia carattere esclusivamente normativo, e se la psicologia, rispondendo alla domanda 'come ragioniamo', abbia carattere esclusivamente descrittivo. La risposta che viene qui data ad entrambe le domande è negativa: normatività e descrittività non tracciano la linea di confine tra logica e psicologia. Nella parte finale, si analizza brevemente il modo in cui il ragionamento proposizionale viene trattato nella teoria dei modelli mentali. Lo scopo è quello di evidenziare come il riferimento ad una normatività di tipo logico nella ricerca psicologica sul ragionamento di senso comune possa condurre ad esiti controintuitivi e forse addirittura fuorvianti.

1. IL RAGIONAMENTO COME OGGETTO DI INDAGINE

   Esistono teorie del ragionamento all'interno di discipline tanto diverse quanto la logica, la retorica, la psicologia, la filosofia della scienza, l'intelligenza artificiale, in dipendenza dagli specifici punti di vista che la complessità semantica del termine impone. Nel linguaggio comune le espressioni 'ragionamento' e 'ragionare' sono di uso frequente; come parziali sinonimi sono proponibili  'argomentare', 'trarre conclusioni', 'spiegare' o anche, in contesti di discorso più specifici, 'dimostrare', 'derivare', 'inferire', 'dedurre', 'indurre'. Ogni termine quasi equivalente nel significato a 'ragionare' focalizza aspetti particolari dell'attività fondamentale dell' 'usare la ragione', dell' 'avanzare ragioni' per sostenere qualcosa. Ad esempio, 'persuadere' ha a che fare con l'influenza esercitata da chi esegue un ragionamento su un particolare destinatario in un determinato contesto comunicazionale.
   Da un punto di vista molto generale, però, 'ragionare' - nella sua struttura semantica essenziale - appare corrispondere al comportamento manifestato (o manifestabile) linguisticamente  (1)  attraverso il quale non ci si limita a fare affermazioni, ma si danno 'ragioni' per giustificarle. Lo schema di un ragionamento contiene quindi l'affermazione che si intende sostenere (tesi), le assunzioni esplicitamente portate a favore della tesi, una base argomentativa (insieme di assunzioni implicite) lasciata sottintesa. Ragionare equivale quindi a concatenare proposizioni in modo tale che si possa trarre una conclusione (la tesi) sulla loro base (2).
   Già a questo livello di analisi, del tutto informale e introduttivo, emergono due aspetti essenziali dell'oggetto in esame: uno riguarda i tipi di vincoli che collegano tra di loro gli anelli dell'argomentazione perché possa dirsi tale, invece che un semplice insieme di proposizioni; l'altro ha a che fare il suo contenuto semantico e il riferimento a sistemi di conoscenze sul mondo attraverso la base argomentativa. Questi aspetti sono distinguibili nei diversi tipi di ragionamento utilizzati nel contesto generale del linguaggio di senso comune e nei linguaggi specialistici delle scienze.
   Le teorie scientifiche sono strutture argomentative complesse sulla cui base vengono giustificate determinate ipotesi esplicative. Il ragionamento scientifico si presenta come una forma di dimostrazione, con differenze non trascurabili a seconda che si tratti di elaborare un'ipotesi empirica, collegandola all'esecuzione di esperimenti, come in fisica, oppure che si tratti di dimostrare un teorema a partire dagli assiomi di una scienza formale, come in geometria. Nonostante il divario tra ricerca sperimentale e processo deduttivo, il ragionamento scientifico ha alcune proprietà costanti: mira al conseguimento della verità attraverso la mediazione di altre proposizioni già note come vere o comunque accettate; si rivolge ad un uditorio potenzialmente universale, cioè a chiunque possa acquisire la competenza di comprendere e giudicare il discorso della scienza; le sue basi argomentative sono proposizioni di carattere generale (ipotesi empiriche, leggi, assiomi) formulate in un linguaggio specialistico che tende ad eliminare ogni possibile ambiguità.
   Dal ragionamento scientifico si distinguono le argomentazioni che, per le caratteristiche intrinseche, per il contesto in cui vengono formulate e per le finalità che intendono raggiungere, offrono minori garanzie per quanto riguarda la loro portata veritativa. Costitutive dell'uso ordinario del linguaggio, ma presenti anche in contesti più specifici, possono essere considerate sotto l'aspetto cognitivo o sotto l'aspetto persuasivo, o addirittura essere idealmente suddivise in due gruppi, a seconda che in esse siano dominanti gli elementi cognitivi oppure quelli persuasivi. L'argomentazione cognitiva mira ancora a raggiungere conoscenze vere o almeno plausibili e ragionevoli; si rivolge ad un uditorio il più ampio possibile; le sue basi argomentative possono consistere nell'osservazione di fatti come in generalizzazioni anche collegate a scelte di valori, sulle quali si suppone o si ricerca il consenso. L'argomentazione persuasiva mira appunto alla persuasione; si rivolge ad un uditorio particolare, in una data situazione di spazio e di tempo, con lo scopo di influire sulla sfera affettiva ed emotiva dei singoli; le conoscenze generali che eventualmente intervengono nelle sue basi argomentative sono subordinate al fine del persuadere.
   La tipologia introdotta si basa su distinzioni tanto antiche quanto il pensiero aristotelico e apre uno spiraglio su temi legati al difficile rapporto tra logica e retorica (3) . Corrisponde però a idealizzazioni operate sull'effettivo uso linguistico dell'argomentare tanto nella scienza come al di fuori di essa. Non sempre, ad esempio, un'argomentazione può essere detta solo cognitiva o solo persuasiva e anche per quel che riguarda il ragionamento scientifico non sono da escludere casi in cui emergono aspetti dell'argomentazione persuasiva. Inoltre la persuasione costituisce una componente motivazionale che accompagna l'argomentare in diversi contesti, anche in quello privatissimo del soliloquio.
   Al di sotto tuttavia delle caratteristiche proprie di ciascun tipo, così come è stato qui idealmente e schematicamente identificato, permangono comuni la struttura inferenziale e la funzione probatoria: ragionamento scientifico e dimostrazione, argomentazione cognitiva e persuasiva sono strumenti linguistici per garantire a diversi livelli l'accettazione razionale di una tesi mediante il collegamento con altre proposizioni già condivise (perché accertate come vere o verosimili o comunque avanzate come condivisibili).
   Da un punto di vista molto generale, una teoria del ragionamento dovrebbe individuarne schemi validi e schemi fallaci, per permettere una valutazione degli argomenti usati nei contesti più diversi. Quali sono dunque i criteri di valutazione o, comunque, che cosa occorre valutare? In base alle considerazioni precedenti, risulta possibile distinguere tra:
   a) un punto di vista che tiene conto della correttezza dei legami tra gli anelli argomentativi rispetto ad un sistema di regole;
   b) un punto di vista che valuta i contenuti dell'argomentazione e la sua portata veritativa;
   c) un punto di vista che privilegia la forza persuasiva in rapporto ad un fine da raggiungere (4).
   In altre parole, sono in gioco la dimensione formale, quella conoscitiva e quella dialettica del ragionamento, la cui interrelazione è già stata sottolineata. Con gli Analitici Primi, gli Analitici Secondi e i Topici, oltre che con la Retorica, Aristotele intraprese un'indagine disgiunta di queste tre dimensioni. Già nelle prime righe dei Topici (5), che sembrano appartenere ad un periodo iniziale dell'opera aristotelica, si definisce l'argomentazione come "un discorso nel quale, poste alcune cose, qualcosa di diverso da ciò che è posto risulta necessariamente mediante ciò che è posto", con riferimento quindi al particolare nesso inferenziale che verrà esplorato negli Analitici Primi dando luogo alla teoria del sillogismo. Si parla subito dopo di dimostrazione, "quando l'argomentazione risulta da asserzioni vere e primitive, oppure da asserzioni tali che hanno il fondamento della conoscenza, ad esse relativa, mediante alcune asserzioni vere e primitive", tema di indagine degli Analitici Secondi. Infine, al metodo per costruire, per ogni problema che possa essere proposto, un'argomentazione dialettica, "che argomenta muovendo da opinioni notevoli", quelle cioè generalmente accettate, sono dedicati appunto i Topici.
   Il percorso ideale che collega la teoria delle inferenze valide (analitica o sillogistica) alla teoria dell'argomentazione dimostrativa (apodittica), a quella dell'argomentazione probabile (dialettica), e a quella dell'argomentazione persuasiva (retorica), potrebbe essere interpretato come un progressivo allontanamento dal tipo di argomentazione ideale, la cui validità è controllabile mediante schemi formali, fino ad arrivare alle fallacie dell'argomentazione eristica considerate nelle Confutazioni sofistiche. Una valutazione di segno opposto vedrebbe invece in tale processo un graduale ampliamento dell'ambito di indagine, per includervi quegli aspetti del 'ragionare' non catturati dal punto di vista che mette a fuoco la correttezza delle strutture inferenziali, e cioè il punto di vista propriamente logico. Sarà questa la prospettiva privilegiata nel corso del presente lavoro.

2. LA LOGICA È SOLO NORMATIVA?

   Da Aristotele in poi, la logica - come è stata denominata la disciplina che corrisponde alla sua 'analitica' e alla 'dialettica' degli Stoici - ha mantenuto un' anima formale, espressa per la prima volta nella teoria del sillogismo. Suo oggetto sono dunque le forme del ragionamento corretto, del quale studia le regole, indipendentemente da considerazioni di contenuto semantico e di verità o falsità delle proposizioni concatenate. Suo compito non è infatti fornire i mezzi per individuare quali proposizioni siano vere, ma dare dei criteri per garantire la verità di certe proposizioni se altre da cui dipendono sono vere. Il che corrisponde in sostanza alla definizione aristotelica posta all'inizio sia dei Topici che degli Analitici Primi. Quindi la logica (6) produce degli schemi, delle strutture linguistiche o in generale simboliche, in cui sono rese esplicite tutte le concatenazioni inferenziali. Uno schema valido (7) rappresenta lo scheletro logico di un'intera classe potenzialmente infinita di argomentazioni corrette, linguisticamente espresse. Garantisce quindi che in esse le conclusioni raggiunte rispettando determinati vincoli sintattici conseguono effettivamente dalle premesse: se queste sono vere, la conclusione sarà necessariamente vera. Se queste sono false, l'argomento è ancora valido, perché se le sue premesse fossero vere la sua conclusione dovrebbe essere vera. Questa complessa relazione tra verità e validità conduce anche a qualificare come invalidi argomenti in cui premesse e conclusione sono vere, ma la conclusione potrebbe diventare falsa rimanendo vere le premesse. Manca quindi in essi la particolare connessione formale tra premesse e conclusione che garantisce la trasmissione della verità. Come dunque la sillogistica aristotelica intendeva distinguere tra sillogismi validi e sillogismi invalidi, il problema centrale della logica (classica, deduttiva) è la distinzione tra ragionamenti validi e ragionamenti invalidi o fallaci. E, generalizzando ancora, il problema centrale di una logica comunque specificata è la distinzione tra ragionamenti corretti e ragionamenti scorretti.
   Che rapporto si può porre tra il punto di vista logico, quindi formale, della correttezza delle argomentazioni e le argomentazioni effettive, caricate di un contenuto semantico, di una portata veritativa, di una particolare funzione in un contesto comunicazionale specifico? Se la logica è una teoria delle forme valide del ragionamento, che rimangono invarianti rispetto alle loro possibili assegnazioni di contenuto semantico, allora può presentarsi come un calcolo astratto, che non rende però conto della complessità e della ricchezza dei ragionamenti condotti ai livelli di senso comune e anche di discorso scientifico, soprattutto quando si tratta delle scienze 'non esatte'.
   Nel suo sviluppo storico fino all'epoca contemporanea, la logica ha percorso un cammino che l'ha allontanata progressivamente dalla retorica e avvicinata piuttosto alla matematica, grazie all'emergere di analogie tra ragionamento logico e ragionamento aritmetico-algebrico, favorito dall'espandersi della matematica formale. I nomi di Hobbes, di Leibniz, di Boole, di Frege rappresentano momenti fondamentali dell'imporsi dell'idea di calcolo logico. Attualmente, la crescente astrattezza, i tecnicismi, la natura controintuitiva delle indagini in essa condotte hanno contribuito a far avanzare la logica, o meglio il modo in cui la logica viene intesa, nella seguente direzione:
   1. la logica ha carattere puramente normativo rispetto al ragionare: essa individua come si dovrebbe ragionare per ragionare correttamente;
   2. la logica non si occupa affatto dei ragionamenti di senso comune, ma solo di dimostrazioni;
   3. la logica è lo studio del ragionamento matematico;
   4. la logica è una disciplina matematica astratta e il rapporto tra i suoi calcoli e i ragionamenti si allenta fino a vanificarsi.
   Una chiarificazione sui problemi e anche sui fraintendimenti derivanti da queste posizioni, nell'ordine imposto dal crescente incrinarsi dell'equilibrio classico tra il fine della coerenza formale e quello della corrispondenza alla 'logica naturale', viene dalle riflessioni di Evandro Agazzi sia nell'ambito organico del suo testo sulla logica simbolica che in numerosi contributi specialistici (8).
Quanto dunque alla normatività della logica , se viene accettata come suo tratto distintivo, escludente aspetti descrittivi, conduce ad un tipo di contrapposizione come quella espressa da Kant nella sua "Introduzione" alla Logica (9). La logica artificiale o scientifica, unica per Kant ad essere correttamente denominata logica, è
...una scienza del retto uso, in generale, dell'intelletto e della ragione, ma non in senso soggettivo, cioè non secondo principi empirici (psicologici) del modo in cui l'intelletto pensa, bensì in senso oggettivo, cioè secondo principi a priori del modo in cui esso deve (10) pensare.
   Da essa viene tenuta distinta "...la logica naturale o logica della ragione comune (sensus communis)", considerata piuttosto una scienza antropologica: "...essa ha solo principi empirici, in quanto tratta delle regole dell'uso naturale dell'intelletto e della ragione...".
   Prescindendo da quanto, nelle espressioni precedenti, rimanda all'impianto concettuale kantiano, possiamo interpretare in termini attuali tale contrapposizione: la logica in quanto tale risponderebbe alla domanda "come dobbiamo ragionare se intendiamo ragionare correttamente?", mentre sul "come ragioniamo?" interverrebbe la "logica della ragione comune", i cui compiti rientrano oggi nella psicologia del pensiero. La logica si qualificherebbe dunque come normativa e la psicologia come descrittiva. Il quadro concettuale è però molto diverso se si ritiene - oppure no - di poter rispondere alla prima domanda indipendentemente da una risposta alla seconda (11). Se la risposta è negativa, lo studio del ragionamento corretto rimanda allo studio del ragionamento così come viene effettivamente condotto; la spiegazione di tipo logico si fonderebbe allora sulla spiegazione di tipo psicologico. Se la risposta è affermativa, l'indagine di tipo normativo della logica non ha niente a che fare con l'indagine di tipo descrittivo della psicologia.
   Nel primo caso, si procede verso uno snaturamento della logica come scienza formale, fino a trasformarla nella scienza antropologica di cui parlava Kant. Nel secondo caso, si favorisce un'interpretazione della logica come sistema di calcoli, svincolati dal rapporto con i modi in cui sono condotti i ragionamenti a livello di senso comune. Questa netta contrapposizione sembra insoddisfacente: isolare la 'pura normatività' rispetto ad una 'pura descrittività' negli studi sul ragionamento non sembra realizzabile, come emerge da considerazioni di natura molto generale. Da dove infatti vengono le indicazioni circa le norme del ragionar corretto, se non dal ragionare, in qualche modo corretto, tramite il quale tra l'altro costruiamo la logica stessa? E come possiamo descrivere i ragionamenti se non utilizzando norme implicite che ci permettono di individuarli come tali?

2.1 Normatività logica e senso comune

Una via di uscita è lucidamente indicata da Agazzi  (12) attraverso il riconoscimento dell'interrelazione essenziale tra normatività e descrittività e quindi della presenza di aspetti normativi e descrittivi in logica. Seguiamo dunque le linee della sua argomentazione a sostegno della tesi che il senso comune, considerato sotto l'aspetto cognitivo, "... fornisce il quadro imprescindibile entro il quale si può ricercare un fondamento normativo per la logica...". Invece di optare per normatività o per descrittività a proposito della logica, cadendo in circoli viziosi, occorre ripensare la stessa nozione di norma: liberata dagli ambigui connotati di "imperativo" e intesa invece in senso cognitivo, si rivela equiparabile ad una definizione (13) . Come tale, permette infatti di determinare una classe di oggetti (tutti e soli quelli che la soddisfano); nel caso delle norme logiche, gli oggetti sono appunto i ragionamenti corretti. L'aspetto descrittivo entra invece in gioco quando si tratta di pervenire alla definizione, e poi di valutarne l'adeguatezza, a proposito degli oggetti che la nostra 'intuizione' ritiene siano da includere o da escludere nella classe da essa determinata. Si tratta tuttavia di una descrittività non 'pura', in quanto deve inglobare un certo grado di normatività, in corrispondenza con quanto già sappiamo sugli oggetti da definire e sulle caratteristiche che essi devono avere.
..la descrizione (reale) già contiene una certa normatività implicita, e a sua volta la normatività esplicita della definizione deve continuamente fare i conti con la descrizione e adattarsi ad essa.
   Si stringe dunque il rapporto tra norma logica e senso comune, che in molti sviluppi della logica contemporanea, o nelle loro interpretazioni, sembrava essersi perduta. Se la logica codifica in modo esplicito i processi argomentativi che sottendono il ragionamento di senso comune, tra senso comune e logica non c'è solo un ordine genetico, ma un legame che corrisponde ad un criterio di fondazione: "...il senso comune rimane l'ultima istanza in base alla quale giudicare della adeguatezza delle stesse regole logiche..."
 

2.2 Conseguenza logica e senso comune

   A questo punto la natura convenzionale dei calcoli logici, nei quali si ricavano le conseguenze di un numero limitato di assiomi tramite un numero limitato di regole di derivazione, non è più sostenibile: se il loro ruolo è appunto quello di definizioni reali, devono soddisfare dei requisiti di adeguatezza. Non qualunque calcolo è un calcolo logico (non lo è ad esempio un gioco, che pure si presenta come un sistema coerente di regole).
   A livello metateorico, si richiede infatti che un calcolo logico sia corretto (dimostrando quindi per esso un teorema di correttezza): qualora cioè le sue regole vengano interpretate per esprimere proposizioni, il calcolo deve consentire di ricavare soltanto le conseguenze logiche di un insieme di proposizioni assunte come premesse. Mentre questa condizione ha da essere obbligatoriamente soddisfatta perché il calcolo sia qualificabile come 'logico', una seconda condizione - in base alla quale il calcolo è anche completo, se consente di ricavare tutte le conseguenze logiche di un certo insieme di premesse - non può essere soddisfatta (come la logica matematica moderna ha scoperto) al di sopra di un certo grado di complessità del calcolo stesso.
   A livello di senso comune, la base descrittiva alla quale sono collegati i calcoli logici è la nozione intuitiva di conseguenza logica, che rende possibile il nostro ragionare concatenando proposizioni in modi giudicati corretti. Se


...l'argomentare è concepito in seno al senso comune come uno strumento in forza del quale si può affermare la verità di una proposizione, anche quando questa non risulti immediatamente...,


allora un calcolo logico è normativo nei confronti di quel particolare tipo di nesso proposizionale che consente di "...rimanere dentro la verità anche quando ci si allontani dalla sua presenza." Questo passaggio - e la sua giustificazione - dalla verità immediata, per cui certi oggetti sono presenti intenzionalmente al pensiero, alla verità mediata rappresenta il problema proprio della logica tradizionale (o classica) per questo chiamata aletica, o 'della verità'.
   Quanto si è venuto finora indagando a proposito dello studio del ragionamento ha isolato proprio questa componente dell'argomentare, quella cioè che ha a che fare con relazioni di verità. L'argomentare che coinvolge nozioni come quelle di necessità e di possibilità, di dovere e proibizione, di credenza e di conoscenza, viene invece 'catturato' dalle logiche non classiche, come le logiche modali, deontiche o epistemiche: per quanto riguarda il loro rapporto con il senso comune, valgono considerazioni analoghe a quelle qui rivolte alla logica classica.

2.3 Idealizzazione logica e senso comune

   Può sorprendere che la nozione sofisticata e complessa di conseguenza logica, che viene trattata tecnicamente in logica in riferimento a schemi artificiali di formule o a schemi di frasi usuali di cui comunque si considera la forma, venga individuata a livello di senso comune. Sembra anzi appartenere propriamente solo alla matematica (14) , che davvero prescinde da contenuti semantici e le cui formule ammettono diverse interpretazioni. Infatti la relazione di conseguenza logica sussiste per definizione, come è stato più volte evidenziato, tra premesse e conclusione quando questa risulta vera ogni volta che le premesse sono vere. Occorre quindi ammettere la possibilità di diverse interpretazioni per le formule del calcolo logico, che di per sè non ne hanno alcuna, mentre nel linguaggio naturale le frasi, se non sono ambigue, hanno una sola interpretazione.
   Da una parte, dunque, si è lentamente imposto in logica "il riconoscimento della centralità del ruolo della conseguenza logica", come sottolinea Palladino (15), che indica come momento decisivo la dimostrazione del teorema di completezza da parte di Gödel (1930). Dall'altra, la natura formale di tale relazione la renderebbe applicabile solo al ragionamento matematico, anzi definibile in rapporto ad esso, contribuendo a stringere i rapporti tra logica e matematica.
   A questo proposito, Agazzi interviene riconoscendo, come si è visto, che la nozione di conseguenza logica è prima di tutto una nozione appartenente al senso comune (un senso comune sottoposto a riflessione),

...in quanto sorregge la nostra abitudine a 'ragionare', cioè a concatenare proposizioni e a giudicare quali concatenazioni sono corrette e quali scorrette.

   Ovviamente è qui in gioco una particolare concezione di senso comune, che consente di attribuire ad esso le funzioni di base descrittiva e fonte normativa per la logica. Invece di caratterizzarlo come un "deposito di credenze", più o meno fondate, al quale si attinge al di fuori di ogni competenza specifica, Agazzi lo intende piuttosto come un "orizzonte di evidenze fenomenologiche che devono essere analizzate, comprese ed esplicitate". Questo processo coincide con l'elaborazione di concetti, il cui ruolo è sia descrittivo rispetto a certi oggetti individuali che li esemplificano (siano essi gatti o ragionamenti di senso comune), sia normativo-classificatorio. Quale rapporto sussiste sotto quest'ottica tra calcoli logici e ragionamenti di senso comune? Agazzi argomenta che i calcoli logici

...non descrivono niente in un senso empirico, anche se descrivono qualcosa in un senso assai più profondo, ossia descrivono il modo in cui il pensiero umano si muove e scava dentro l'orizzonte della verità.

   La base descrittiva di un calcolo logico, che ne giustifica la normatività, è infatti la nozione di conseguenza logica, non il ragionamento di senso comune. La logica opera una idealizzazione del ragionamento di senso comune, nel senso che di esso, attraverso un processo astrattivo, costruisce una rappresentazione idealizzata in cui il nesso di conseguenza logica viene fedelmente riprodotto. I ragionamenti che vengono posti in atto in diversi contesti semantici e comunicazionali esemplificano, entro certi limiti, la struttura ideale dei ragionamenti logicamenti corretti.
   Logiche diverse idealizzano forme diverse dell'argomentare, in un "...continuo adeguarsi a codificare e normare il ragionamento di senso comune." La logica rilevante, ad esempio, che mantiene l'obiettivo della logica classica di esplicitare la relazione di conseguenza logica, opera una idealizzazione di diverso tipo, per tener conto di quelle connessioni di significato tra premesse e conclusione che l'intuizione di senso comune avverte come essenziali.

3. LA PSICOLOGIA È SOLO DESCRITTIVA?

   Le riflessioni fin qui condotte, in modo necessariamente schematico rispetto alla complessità della prospettiva di Agazzi, hanno messo in luce come la normatività della logica non equivalga a convenzionalità. Le varie logiche ricavano infatti dei tipi ideali dalle argomentazioni concretamente poste in atto, che a loro volta esemplificano diverse idealizzazioni, così come qualunque oggetto individuale esemplifica diversi concetti, per loro natura rappresentazioni idealizzate. La logica matematica, se intesa come logica del ragionamento matematico (16) , non esaurisce dunque l'orizzonte della logica: si potrebbe anzi dire che ne è solo un capitolo, dato che l'ambito dell'argomentare corretto sopravanza quello dell'argomentare matematico.
   Si tratta ora di vedere se e come le nozioni fin qui analizzate di normatività e di idealizzazione, in rapporto al nesso di conseguenza logica, hanno a che fare con lo studio del ragionamento dal punto di vista psicologico. Come si è visto, questo viene qualificato come descrittivo, in quanto cerca di rispondere a domande sul "come ragioniamo?", quotidianamente, in contesti diversissimi di significato e di comunicazione, al di fuori da ogni competenza specifica. Nello stesso tempo, però, la psicologia del pensiero - una delle aree in cui si è suddivisa la ricerca cognitiva contemporanea - concentrandosi inizialmente sul ragionamento deduttivo ha dovuto fare i conti con il quadro concettuale elaborato dalla millenaria tradizione logica. Ne è derivata l'assunzione in ambito psicologico delle norme del ragionare logicamente corretto, dalle quali viene studiata la devianza, generando -più che una psicologia del ragionamento quotidiano - una psicologia dell'errore rispetto ad una supposta (come innata o in qualche modo appresa) competenza logica ideale (17).
   Nella rimanente parte di questo lavoro, si cercherà dunque di riflettere sulle possibili distorsioni dell'interazione tra una normatività di tipo logico e lo studio psicologico del ragionamento di senso comune. Proseguendo l'analisi della nozione di normatività e in accordo con quanto già detto, risulta evidente che qualunque scienza opera un certo tipo di idealizzazione sulla realtà, nel momento stesso in cui procede a descriverla attraverso un processo di astrazione che ne filtra alcuni aspetti e rende possibile la costruzione di concetti. Senza voler alludere ad una prospettiva platonizzante, il concetto è un costrutto ideale, le cui caratteristiche definitorie vengono solo parzialmente realizzate dagli oggetti concretamente esistenti che lo esemplificano ( e che, come si è detto, esemplificano anche altri concetti). L'aspetto normativo corrisponde alla esplicitazione delle proprietà che gli oggetti debbono soddisfare per rientrare nella classe corrispondente all'estensione del concetto.
   Tornando alla psicologia del pensiero, risulta impossibile descrivere il ragionamento di senso comune senza che la nostra descrizione abbia implicazioni normative. E' infatti per idealizzazione che attribuiamo ragionamenti e li riconosciamo come tali, prescindendo dai possibili errori e anche da una ricerca accurata degli stessi, ma non da una caratterizzazione più o meno implicita del ragionare rispetto allo 'sragionare'. Quando isoliamo il 'patologico' rispetto al 'normale', ci poniamo già sotto un'ottica idealizzante. Una psicologia descrittiva, che non fosse anche normativa e valutativa, non assolverebbe la funzione propria di ogni disciplina scientifica di avanzare spiegazioni e previsioni a proposito di un certo universo di oggetti (normativamente) definiti attraverso gli strumenti concettuali e operativi ad essa inerenti. Come Agazzi ha più volte chiarito, le 'cose' della realtà quotidiana diventano infatti 'oggetti' di una particolare scienza attraverso modalità specifiche di idealizzazione che agiscono come norme costitutive degli oggetti stessi (18).
   Se ogni scienza si occupa dunque delle cose sotto un certo punto di vista, a partire dal processo fondativo di precisare i propri metodi di indagine e contemporaneamente individuare i propri oggetti, ogni nozione scientifica viene relativizzata ad un contesto, cioè rispetto al suo universo di oggetti. Questo significa anche che i criteri di idealizzazione costitutivi dei concetti fondamentali della logica hanno inerenze normative interne alla disciplina stessa e relative ai suoi propri oggetti. Da una psicologia del ragionamento ci si aspetterebbero forme di normatività appropriate a descrivere e a spiegare non tanto e non solo la consequenzialità logica dell'argomentare di senso comune o le sue fallacie, ma le complesse strategie attraverso le quali le argomentazioni concrete vengono concluse, si rivelano pertinenti ad un contesto e persuasive, svolgono comunque un ruolo cognitivo.
   Una difficoltà propria della psicologia deriva dal suo essere inevitabilmente autoriflessiva: da una parte "il soggetto studiato viene sempre in qualche misura riconosciuto cooperatore nella ricerca" (19), dall'altra le spiegazioni dello psicologo dovrebbero idealmente anche rendere conto della sua attività in quanto psicologo. Due diversi livelli di norme entrano così in gioco, dato che alla normatività propria dell'idealizzazione psicologica (che definisce o dovrebbe definire, ad esempio, che cosa è un 'ragionamento di senso comune') corrisponde l'insieme di presupposizioni (norme implicite) in base alle quali il soggetto non solo ragiona, o sragiona, ma anche riconosce e attribuisce ragionamenti e 'sragionamenti'. Il rischio diventa quello di confondere i due livelli, attribuendo al comune soggetto raziocinante una competenza argomentativa ideale, che impone il problema di giustificarne l'origine e conduce a situazioni sperimentali controintuitive. Un altro rischio è quello per cui lo psicologo attribuisce a se stesso un punto di vista assoluto di "puro soggetto conoscente", come se il discorso scientifico sul senso comune fosse estraneo al senso comune stesso, invece che uno specifico sviluppo delle potenzialità di autotrascendenza delle persone, già a livello del senso comune (20).
  A sostegno delle riflessioni e delle critiche portate avanti fino a questo punto, prendiamo in considerazione come caso esemplare il trattamento dei connettivi proposizionali all'interno della teoria dei modelli mentali (TMM) di Johnson-Laird (21). Questa teoria computazionale del ragionamento, che ha dato luogo ad un complesso insieme di ricerche sperimentali sulla cui base si è andato ampliando il suo ambito di applicazione, si propone di spiegare quali sono le caratteristiche della normale competenza inferenziale e in che modo, anche sistematico, si determinino gli errori. Punto di partenza è la tesi che il ragionamento "...non è un processo sintattico e formale; esso richiede invece che i significati vengano compresi e le loro rappresentazioni mentali manipolate." (22) : La comprensione del discorso produce infatti un modello mentale, la cui struttura corrisponde alla struttura della situazione descritta; potrebbe dunque essere definito come una rappresentazione mentale semianalogica di uno specifico stato di cose.
   La TMM intende porsi in alternativa alle teorie che ipotizzano l'esistenza di una logica mentale, secondo le quali il ragionamento consisterebbe nell'applicazione di regole di inferenza mentali alle premesse e alla conclusione di un argomento: tali dimostrazioni implicite (nel caso del ragionamento deduttivo) sarebbero analoghe alle dimostrazioni esplicite della logica elementare. I modelli mentali sono invece strutture semantiche, che non contengono variabili; in essi è anche possibile integrare l'informazione contenuta nelle premesse utilizzando la conoscenza generale del mondo disponibile al soggetto. La TMM prevede infatti che le persone facciano assunzioni arbitrarie allo scopo di costruire un modello, quando la comprensione e il ragionamento si svolgano con dati incompleti. Dato che il modello mentale è modificabile in presenza di nuove informazioni, la teoria è in grado di spiegare la 'non-monotonicità' del ragionamento di senso comune: l'acquisizione di nuove informazioni può indurre cioè a ritrattare una conclusione (in contrasto quindi con la proprietà di 'monotonicità' di un calcolo logico classico).
   Per la TMM il ragionamento proposizionale, in cui vengono usati connettivi come 'e', 'oppure', 'se...allora', consiste dunque nella costruzione e valutazione di modelli mentali piuttosto che nella estrazione e manipolazione di forme logiche. Il significato dei connettivi proposizionali potrebbe essere definito attraverso tavole di verità, come avviene in logica, ma risulta improbabile che soggetti senza preparazione logica specifica impieghino tavole di verità. Secondo Johnson-Laird, ciò che serve è una teoria che "...riconcilii la semantica delle tavole di verità con i vincoli dell'elaborazione mentale, in modo da spiegare la performance umana."  (23)  L'obiettivo è dunque di chiarire i processi inferenziali - compreso l'uso dei connettivi - nel ragionamento ordinario, arrivando ad una teoria dell'esecuzione. Quello che succede, invece, è che la struttura dei possibili modelli corrispondenti ad una proposizione composta, ad esempio del tipo 'se p allora q', viene costruita operando una evidente astrazione da contenuti particolari e ricorrendo alle proprietà verofunzionali del connettivo 'se...allora'. La manipolazione corretta dei modelli di p e di q per costruire il modello della proposizione composta equivarrebbe dunque all'esibizione di una ideale competenza logica.
   Se di teoria dell'esecuzione si tratta, la TMM, contrariamente ai suoi intendimenti iniziali, diventa allora una teoria dell'esecuzione per un ragionatore ideale, in possesso di regole astratte. L'esito è contraddittorio, perchè da un lato si sostiene che il ragionamento è un processo semantico, coinvolgente i contenuti delle premesse e il riferimento ad una generale conoscenza del mondo, mentre dall'altro il tipo di razionalità delineata coincide con la logicità, cioè con la capacità di effettuare deduzioni valide. Sembrerebbe allora necessario ridefinire il concetto di competenza inferenziale normale, al di fuori dei criteri normativi della logica.
   Considerazioni analoghe si potrebbero fare per il modo in cui la teoria interpreta il ragionamento sillogistico: anche in questo caso, l'esecuzione viene giudicata corretta in riferimento ad un insieme di regole del tipo della sillogistica artistotelica. E' questa una struttura fortemente idealizzata, che permette di controllare la correttezza dei ragionamenti di senso comune solo una volta che siano costretti dentro i suoi schemi e privati di quelle caratteristiche semantiche e conversazionali di essi costitutive. Sembrerebbe quindi che la TMM si proponga non tanto di rispondere alla domanda 'come ragioniamo?', ma alla domanda 'ragioniamo come dovremmo ragionare?'.

Concludendo, se per la psicologia del ragionamento si vuole evitare il ruolo limitativo di proporre teorie dell'errore, definito rispetto all'attribuzione di una competenza logica ideale, occorre che questa disciplina precisi i criteri propri di idealizzazione al fine di salvaguardare la specificità dei suoi oggetti. Questa ricerca difficile di autoidentificazione, che dovrebbe stabilire l'originalità del discorso della psicologia rispetto ai pericoli di riduzionismo ad altre scienze, sembra attraversare tutto l'orizzonte delle diverse teorie psicologiche.

NOTE

(1) Con questa precisazione, collegata agli scopi e ai limiti di questo lavoro, si intende circoscrivere l'ambito dell'indagine al piano del linguaggio. Non vengono quindi affrontati problemi specifici del rapporto pensiero-linguaggio, anche se si può dire che il ragionare abbia un versante mentale e un versante comportamentale. Inoltre il versante comportamentale si esprime non solo attraverso il linguaggio, ma anche sul piano dell'azione, come quando ragioniamo, o meglio "mostriamo di ragionare", utilizzando correttamente uno strumento. Anche questo tema, che porta molto lontano, fino ad esplorare le 'ragioni' in base alle quali agiscono gli animali, viene qui accantonato. (Torna al testo)

(2) Si considera il ragionamento come linguisticamente espresso e concluso, sotto l'aspetto quindi della sua funzione dimostrativa, distinta dalla funzione euristica che esso assume quando, partendo da premesse assunte come vere o verosimili o comunque accettate, si ricerca quali siano le conclusioni teoriche o pratiche che è possibile trarne (Torna al testo)

(3) Perelman (1981) preferisce chiamare 'ragionamento argomentativo' ciò che Aristotele aveva denominato 'ragionamento dialettico'. La sua teoria dell'argomentazione, elaborata negli anni '50 insieme a Olbrechts-Tyteca, recupera l'idea aristotelica di retorica con lo scopo di rivalutare l'uso pratico della ragione. Nel corso del presente lavoro, tuttavia, 'ragionamento' ed 'argomentazione' (anche 'argomento') sono utilizzati come interscambiabili, a meno che non siano specificatamente qualificati. (Torna al testo)

(4) I tre punti di vista qui considerati sono in ovvia corrispondenza con la tripartizione sintassi-semantica-pragmatica introdotta da Morris per lo studio generale dei segni. (Torna al testo)

(5) Cf. Aristotele, I Topici, trad. introd. comm. a cura di A. Zadro, Luigi Loffredo Editore, Napoli, 1974 (I, 100 a 25-29). Le opere di Aristotele vengono citate senza alcun riferimento all'effettivo ordine cronologico di composizione, così come risulta dalle ancora controverse indagini filologiche. (Torna al testo)

(6) Viene qui sottolineato l'aspetto più applicativo della ricerca logica, rispetto a quello più teorico rivolto allo studio dei sistemi formali e alla ricerca delle leggi logiche. (Torna al testo)

(7) Vale la pena di ricordare, a questo punto, che in logica i termini 'valido'/'invalido' oppure 'corretto'/'scorretto' qualificano gli argomenti deduttivi, i quali garantiscono in modo assoluto - se validi (corretti)- la verità della conclusione quando le premesse sono vere. Verità e falsità possono invece essere predicati solo di proposizioni, mai di argomenti. (Torna al testo)

(8) Oltre ad Agazzi (1964, 1989), si tiene qui presente soprattutto Agazzi (1986) e il recentissimo Agazzi (1998) in via di pubblicazione. (Torna al testo)

(9) Per le citazioni seguenti cf. Kant I., Logica, a cura di L. Amoroso, Laterza, 1984, pp. 10-11. (Torna al testo)

(10) Corsivo nostro. (Torna al testo)

(11) Cfr. Vassallo (1997), che considera anche il rapporto con una terza domanda collegata alle prime due - "ragioniamo come dovremmo ragionare?" - nel contesto della tradizione filosofica inglese in cui è inquadrabile il pensiero di Boole e in riferimento al suo supposto psicologismo. Il complesso tema dello psicologismo, secondo il quale le leggi logiche sono espressione di leggi psichiche, non viene invece affrontato qui, in quanto l'indagine verte sulle caratteristiche proprie del punto di vista logico e di quello psicologico, invece che sulle possibili interrelazioni tra i rispettivi risultati (Torna al testo)

(12) Cfr. Agazzi (1998), da cui sono tratte tutte le citazioni seguenti, a meno che non sia altrimenti indicato. (Torna al testo)

(13) Si intende qui riferirsi alle definizioni 'reali', strumenti concettuali con cui viene resa esplicita la nostra catalogazione di diversi tipi di realtà, contrapposte alle cosiddette definizioni 'nominali', né vere né false in quanto stipulazioni linguistiche. (Torna al testo)

(14) Per la giustificazione di questa prospettiva, diversa da quella qui assunta, cfr. Lolli (1996), in particolare il capitolo su "Il ragionamento". (Torna al testo)

(15) Cfr. Palladino (1998), in via di pubblicazione, che approfondisce appunto gli stretti legami tra la matematica e quel settore dell'indagine logica che oggi è denominato 'logica matematica'. Per una riflessione accurata sui due sensi fondamentali che si possono attribuire a tale denominazione ('logica costruita matematicamente' vs 'logica della matematica'), cfr. Agazzi (1986). (Torna al testo)

(16) Se si intende invece come 'logica costruita matematicamente', allora si tratta della trattazione matematica di un settore della logica per cui la preliminare analisi filosofica ha raggiunto un sufficiente grado di esattezza. La logica matematica offre di conseguenza strumenti sofisticati e pertinenti per trattare problemi logici, come viene chiarito in Agazzi (1986). (Torna al testo)

(17) Cfr. Mosconi (1990) e (1998), per una analisi dei fraintendimenti derivanti dall'assumere in psicologia norme della logica e della teoria della probabilità: invece di mettere in evidenza le regole discorsive proprie dell'argomentare, le ricerche psicologiche sul ragionamento hanno spesso dato luogo ad esperimenti organizzati come esercizi logici espressi in linguaggio comune. (Torna al testo)

(18) Al rapporto tra 'cosa' e 'oggetto', fondamentale nell'epistemologia di Agazzi, fanno specifico riferimento soprattutto i saggi contenuti nella terza parte di questo volume. Cfr. Agazzi (1981), invece, per una distinzione tra norme costitutive, che identificano oggetti, e norme prescrittive, che corrispondono a imperativi morali e giuridici. (Torna al testo)

(19) Cfr. Muzi (1981), pag. 117. (Torna al testo)

(20) Questa osservazione è inquadrabile nella prospettiva generale secondo cui l'evoluzione del senso comune produce la scienza, come anche le riflessioni sulla logica nella sezione precedente hanno indicato. (Torna al testo)

(21) Cfr. Johnson-Laird (1983), (1993) e Johnson-Laird, Byrne(1993). (Torna al testo)

(22) Cfr. Johnson -Laird (1993), pag.20. (Torna al testo)

(23) Cfr. Johnson-Laird, Byrne(1993), pag. 43. (Torna al testo)

 

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Il presente lavoro è pubblicato in: Montecucco L. (a cura di), Contesti Filosofici della Scienza, Brescia: Ed.La Scuola, 1997. Viene qui riprodotto per cortese concessione dell'Editore. 

Fonte: www.psychomedia.it


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Logica, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza nel pensiero del Novecento

 

   

 

 

Logica e fondamenti della matematica

Il pensiero filosofico moderno, a cominciare da Descartes e dall’empirismo britannico, fino a Kant e a Hegel aveva di regola mostrato scarso interesse nei confronti della logica formale; a questo riguardo gli studi compiuti da Leibniz e fatti oggetto di attenzione in epoca recente costituiscono un’eccezione. Se della "logica formale" vogliamo dare una definizione approssimativa, potremmo dire che essa ha come oggetto di studio le regole generali mediante cui è possibile ricavare da proposizioni vere altre proposizioni vere, così come avveniva nel sillogismo aristotelico. Ma i filosofi moderni avevano obiettato, in genere, che la logica non permette di scoprire nuove verità e può soltanto, nel migliore dei casi, aiutare ad esporre quanto è già stato conosciuto attraverso l’intuizione intellettuale o l’esperienza sensibile.

E’ vero che Kant aveva dedicato la parte più ampia della Critica della ragion pura alla "logica trascendentale" e che una delle opere fondamentali in cui Hegel sviluppa i principi della "dialettica" reca il titolo di Scienza della logica. Ma né la logica trascendentale di Kant né la dialettica di Hegel hanno nulla da spartire con la "logica formale". Anzi, secondo Kant, essa, dopo l’Organon di Aristotele non aveva conosciuto ulteriori sviluppi significativi.

In realtà la "logica formale" (o, come si dice oggi, la "logica matematica" o "logica simbolica") ben lungi dall’esaurirsi nelle dottrine aristoteliche è pressoché interamente un prodotto del Novecento. La ripresa delle ricerche nell’ambito della logica ha inizio attorno alla metà del diciannovesimo secolo, allorché lo studio della disciplina assume un carattere decisamente matematico. La nuova logica tende a presentarsi come un calcolo matematico. Ma c’è di più: la logica sembra per un certo periodo all’inizio del Novecento candidarsi con valide ragioni al ruolo di fondamento della matematica, nel senso che tutte le altre discipline matematiche, dall’algebra all’analisi infinitesimale alla geometria, sembrano essere riconducibili alla logica. Essa, infine, sempre in riferimento alla matematica, consente una rigorosa messa a punto dei procedimenti dimostrativi più astratti e più lontani dalla comune intuizione e farà oggetto di studio, negli sviluppi più avanzati, il concetto stesso di "dimostrazione", chiarendone il significato e individuandone i limiti .

Per quanto riguarda i primordi di questa rinascita degli studi logici occorre ricordare il nome del matematico inglese George Boole. Questi, verso la metà dell’Ottocento, maturò con chiara consapevolezza l’intuizione fondamentale secondo cui la logica deve essere trattata come una specie particolare di algebra. Le proposizioni vengono da Boole considerate come equazioni. Per esempio una proposizione del tipo "nessun x è y", viene espressa con la formula "xy = 0". L’idea di Boole, che, almeno in origine, conduceva a procedure piuttosto macchinose e non del tutto chiare, venne ripresa, tra gli altri, dal logico tedesco Ernst Schroder, che sviluppò l’ "algebra di Boole" in un sistema formalizzato, manipolabile mediante chiare e precise regole di calcolo.

Ma le innovazioni più significative apparvero quando si cercò, come già si è accennato, di individuare nella logica il fondamento della matematica. Quest’ultima, in tutto il complesso delle discipline ad essa riconducibili, sarebbe dovuta apparire come un coerente sviluppo dei concetti fondamentali propri della logica. Protagonisti di questa impresa, volta a stabilire in forma rigorosa i fondamenti della matematica, furono, tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento, due matematici: l’italiano Giuseppe Peano e il tedesco Gottlob Frege.

Indubbiamente la geometria, attraverso il metodo delle coordinate numeriche associate a ciascun punto, poteva essere facilmente ricondotta alla teoria dei numeri reali. D’altra parte l’intero sistema dei numeri, secondo quanto era emerso durante il diciannovesimo secolo dagli studi di vari matematici, tra cui Cauchy e Dedekind, era in ultima analisi riconducibile ai numeri naturali (quelli che normalmente utilizziamo nel contare). Di conseguenza lo sforzo dei logici-matematici si volse alla ricerca di una definizione convincente del "numero naturale".

Il sistema ideato da Peano utilizzò per questa impresa un materiale decisamente povero. Per costruire la teoria dei numeri naturali e, di conseguenza, l’intero sistema della matematica erano sufficienti, secondo il matematico italiano, l’apparato della logica (in particolare la teoria degli insiemi) e tre concetti primitivi, ossia non definiti: zero, numero e successore. Questi termini compaiono nei cinque postulati da cui viene ricavata l’intera teoria dei numeri.

Ma l’alternativa offerta dal logicismo di Frege è più radicale. Secondo il matematico tedesco, infatti, è possibile definire, con i soli strumenti offerti dalla logica, lo zero e tutta la successione dei numeri naturali. Che cos’è, in generale, un "numero naturale"? Secondo Frege il numero è, propriamente parlando, qualcosa che viene assegnato a un concetto. Possiamo, per esempio, attribuire un numero al concetto "luna del pianeta Venere" (anche se Venere non ha lune), o al concetto "luna del pianeta Giove" (ne esistono quattro), oppure al concetto "abitante di questa città". Cominciamo con l’attribuire il numero "0" al concetto "non identico a se stesso". Questo passaggio risponde abbastanza facilmente alla nostra intuizione, giacché non esistono cose che non siano identiche a se stesse. Procediamo oltre e attribuiamo il numero "1" all’entità "0" che abbiamo già definito: non c’è dubbio, infatti, che essa, in quanto entità definita nella maniera sopra illustrata, non sia un "nulla", ma costituisca in qualche modo un’unità. Il numero "2" verrà, quindi, attribuito alla successione numerica { 0, 1 } . E’ ora evidente che in questa maniera possono essere definiti tutti i numeri naturali. Infatti il numero "n" sarà attribuito alla successione {0, 1, 2, ...n-1}, costituita da tutti i numeri naturali, zero compreso, che precedono n.

Resta da vedere, una volta definiti i numeri naturali, come essi possano venir usati per "numerare", ossia, nel linguaggio di Frege, come essi possano essere attribuiti ai concetti. A questo proposito Frege stabilisce che due concetti, A e B, hanno lo stesso numero quando i concetti "uguale al concetto A" e "uguale al concetto B" hanno la stessa estensione. Per "estensione" di un concetto si intende la classe di tutti gli oggetti che cadono sotto tale concetto. Ma che cosa si deve intendere per "uguaglianza" rispetto a un concetto? A questo proposito Frege si poteva avvalere del lavoro sugli insiemi già in precedenza compiuto dal matematico tedesco Georg Cantor: l’uguaglianza di cui sopra poteva essere intesa come equinumerosità; due insiemi sono equinumerosi quando tra essi sussiste una corrispondenza biunivoca, ossia quando è possibile associare a ciascun elemento di uno qualsiasi dei due insiemi uno e uri solo elemento appartenente all’altro insieme. In sostanza, dunque, due concetti sono "uguali" quando sussiste una corrispondenza biunivoca tra le rispettive estensioni. Si noti che questa definizione di "equinumerosità" non implica alcun riferimento al numero, che deve ancora essere definito sulla base di essa.

Troviamo, ora, che, per esempio, "uguale alle lune del pianeta Giove" e "uguale a {0,1,2,3} avranno la stessa estensione; questa sarà il numero "4", che, per definizione, è l’estensione del concetto "uguale a {0,1,2,3}. Gli insiemi che sono equinumerosi alle lune di Giove e alla successione {0,1,2,3} sono, infatti, i medesimi.

In tal modo Frege caratterizza i numeri naturali senza far riferimento a concetti che già presuppongano il numero. Inoltre l’esistenza e le proprietà dei numeri così definiti non dipendono né dall’esistenza di oggetti fisici né da operazioni compiute dalla mente. Il numero è, infatti, definito mediante relazioni tra concetti, che sono, secondo Frege, "oggetti di ragione", la cui esistenza non dipende né dalla mente umana né dalla realtà fisica.

 

Il logico e filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970) riuscì a semplificare notevolmente la procedura seguita da Frege. Egli metteva in pratica coerentemente quel metodo, risalente alla tarda Scolastica medievale, noto come "rasoio di Ockham", che cercava di eliminare le entità non necessarie. Russell, che ancora non conosceva i lavori di Frege, definì i numeri naturali in termini di classi, senza più utilizzare i concetti

su cui si era basato il matematico tedesco. Un numero cardinale veniva definito come la classe di tutte le cassi simili a una classe data; due classi sono "simili" quando possono essere poste in corrispondenza biunivoca. Ma approfondendo lo studio delle "classi" e della relazioni di appartenenza ad esse, Russell scoprì una difficoltà che sembrò, sulle prime, troncare alla radice il tentativo di ricondurre la teoria dei numeri, e dunque l’intera matematica, alla logica. Egli osservò che alcune classi possono essere elementi di se stesse. Per esempio la classe costituita da "tutte le cose che non sono uomini" appartiene a se stessa, in quanto, ovviamente essa stessa non è un uomo.

Definiamo, ora, la classe R, come "la classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse". Domandiamoci: R appartiene a se stessa oppure no? Facciamo le due ipotesi possibili e vediamo quali conseguenze ne derivano. Supponiamo, in primo luogo, che R appartenga a se stessa: R è, allora, elemento di R; ne segue, in base alla definizione di R come classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse, che R, in realtà non appartiene a se stessa, in contraddizione con l’ipotesi fatta. Supponiamo, all’opposto, che R non appartenga a se stessa; ne segue, allora, che, in virtù di questa sua caratteristica, R appartiene, in realtà, a se stessa, poiché R è stata definita come la classe che contiene tutte le classi che non appartengono a se stesse. Poiché le due ipotesi reciprocamente contraddittorie si implicano a vicenda, nel senso che ciascuna di esse segue dall’altra, risulta che "R appartiene a R" equivale a "R non appartiene a R". Questa contraddizione è nota come "antinomia di Russell" ed è chiaramente legata al fatto che la classe R è definita come una totalità di classi.

La scoperta dell’antinomia, che Russell comunicò a Frege nel 1902, metteva in crisi, in generale, la teoria degli insiemi, in quanto non è più possibile affermare che a ciascuna proprietà, per esempio a "non essere elemento di se stesso", corrisponda un insieme. Russell stesso tentò di risolvere la difficoltà mediante la teoria dei tipi. Si stabilisce che le entità individuali sono di tipo "0"; che le classi di individui sono di tipo "1"; che le classi di classi di individui sono di tipo "2", e così via. Il principio fondamentale della teoria è quello secondo cui in ciascuna frase il predicato deve essere di tipo superiore al soggetto. Se il principio non viene rispettato la frase non è né vera né falsa, ma priva di significato. Una classe, dunque, può appartenere soltanto a una classe di classi, non già a una classe di entità individuali. Pertanto la definizione con cui viene introdotta la classe R, in quanto afferma l’appartenenza di una classe a una classe a cui appartengono individui, dà origine a un nonsenso.

La teoria dei tipi fu ulteriormente perfezionata da Russell in una versione più sofisticata: la teoria dei tipi ramificata. Ma essa, soprattutto in questa seconda versione, fu spesso considerata innaturale e macchinosa. Vari matematici preferirono sviluppare la ricerca sui fondamenti della matematica in altre direzioni.

Il tedesco David Hilbert (1862-1943) e l’olandese Luitzen Egbertus Jan Brouwer (1881-1966) furono promotori di due indirizzi, denominati rispettivamente formalismo e intuizionismo. Secondo il formalismo di Hilbert la matematica può essere interpretata come un sistema di simboli e di regole, ovvero di assiomi, che governano l’uso di questi simboli. I simboli non hanno necessariamente un significato e devono essere intesi semplicemente come segni tracciati sulla carta o sulla lavagna. Fare matematica diventa, in tal modo, come giocare una partita a scacchi o giocare un qualsiasi altro gioco disciplinato da regole rigorosamente determinate. Poiché in una qualsiasi teoria matematica non si sa di quali oggetti si stia parlando, una stessa teoria è suscettibile di molteplici interpretazioni differenti, ossia è applicabile a differenti ambiti di oggetti, purché, ovviamente, questi soddisfino gli assiomi propri del sistema matematico. Per esempio la geometria, intesa come sistema matematico formalizzato, non si occupa soltanto e necessariamente di punti o di piani, ma può essere riferita a qualunque insieme di oggetti che soddisfino i suoi assiomi.

Il compito di individuare e ricostruire la struttura formale delle teorie matematiche spetta a quella disciplina che Hilbert chiama metamatematica . La metamatematica è quella teoria che ha per oggetto la matematica. L’obiettivo fondamentale che essa si propone è quello di mostrare che è impossibile, all’interno del sistema matematico, considerato, in particolare dell’aritmetica, dedurre contraddizioni.

Una volta ottenuto questo risultato in relazione all’aritmetica ogni problema relativo ai fondamenti della matematica sarà definitivamente risolto, in quanto sussisterà la garanzia che l’intero sistema della matematica sarà esente da contraddizioni.

L’intuizionismo, sviluppato da Brouwer e da vari altri matematici, si preoccupa, come il logicismo di Russell e il formalismo di Hilbert, di prevenire all’interno del discorso matematico il sorgere di paradossi. Esso, tuttavia, segue una via completamente differente e preferisce fondare la matematica su ciò che la coscienza umana può costruire al proprio interno. Secondo questo indirizzo, che fu anticipato già dal matematico e filosofo Poincaré e non è privo di agganci con alcune filosofie del Novecento (per esempio quella di Bergson) possono avere cittadinanza nella matematica solo quelle entità che possono effettivamente essere costruite all’interno della coscienza. In questo modo secondo gli intuizionisti, possono essere evitati i paradossi. L’intuizionismo, tuttavia, in quanto bandisce tutto ciò che non è effettivamente costruibile, sacrifica ampi settori della matematica stessa. Per esempio gran parte della teoria degli insiemi infiniti, che, dopo le ricerche di Georg Cantor, aveva dato luogo a una articolata aritmetica transfinita, deve essere abbandonata. Anche la logica subisce tagli assai rilevanti. Viene a cadere, infatti, il principio del terzo escluso, quello che asserisce

che è vera una proposizione p, oppure è vera la sua negazione, non p. Infatti, se, per esempio, non ho costruito la proposizione p, non segue da ciò che abbia costruito la sua negazione non p. Se la verità matematica consiste nella costruibilità occorre ammettere che la logica deve avere tre valori di verità: vero, falso, (come la logica tradizionale) e, in più, indecidibile, per tutti i casi in cui la mente non può costruire né p né non p.

 

Una svolta decisiva nelle ricerche sui fondamenti della matematica e, in generale, nella logica, ebbe luogo nel 1931. In quell’anno il logico tedesco emigrato negli USA, Kurt Godel ricavò, per mezzo di una procedura complessa e ingegnosa, un teorema secondo cui all’interno di un sistema assiomatico che contenga l’aritmetica dei numeri naturali devono sussistere proposizioni che non sono decidibili, di cui, cioè, non può essere provata né la verità né la falsità. Questa incompletezza dimostrata da Godel colpiva alla radice soprattutto il tentativo compiuto dal formalismo hilbertiano di provare la non-contraddittorietà dell’aritmetica. In realtà erano da lungo tempo disponibili nella matematica proposizioni di cui non si era riuscita mai a provare la verità, senza che, tuttavia, fossero mai state smentite da controesempi. Una di queste è la celebre "congettura di Goldbach", secondo la quale ogni numero pari può essere espresso come somma di due numeri primi.

Dopo il teorema di Godel le ricerche dei logici abbandonarono il progetto volto a costruire un unico edificio coerente in cui fossero contenute la logica e la matematica. Esse proseguirono in ambiti più specifici e mirarono a risultati di portata meno generale. Furono esplorati campi in gran parte nuovi, come per esempio quello delle logiche a molteplici valori di verità, oppure delle logiche che prendono in esame le espressioni normative, quelle, cioè, che contengono un comando e furono profondamente rinnovate le indagini in campi quali la logica modale, ossia quella parte della logica che si occupa di espressioni come "possibile" e "necessario".

 

Logica e filosofia: Russell

 

Lo sviluppo della logica all’inizio del Novecento determinò una profonda svolta nel modo di impostare alcuni tradizionali problemi filosofici. Attraverso gli studi di Frege e, soprattutto, di Russell risultò chiaro che il modo usuale di analizzare le proposizioni è insoddisfacente. La logica si assunse, pertanto, il compito di individuare un altro modo di analizzare le proposizioni. Si può dire, in generale, che, secondo la logica contemporanea, quelli che nelle lingue naturali figurano come nomi comuni o anche come nomi propri cessano di essere nomi, e quindi soggetti, per figurare come attributi. Il soggetto è ormai, soltanto un pronome indeterminato "x", a cui vengono riferiti sia il vecchio soggetto sia il predicato. A Bertrand Russell premeva soprattutto evitare che venissero postulate, in qualità di significati dei termini linguistici, delle entità astratte non riconducibili agli oggetti esistenti nella realtà concreta. Se ad ogni espressione dotata di significato dovesse corrispondere una qualche entità, allora dovremmo dire che deve esistere qualcosa che corrisponda all’espressione "l’attuale re di Francia". Il filosofo inglese, preoccupato di salvaguardare anche nella logica "un robusto senso della realtà", rifiutava di ammettere entità sussistenti in qualche dimensione astratta che corrispondessero alle espressioni prive di riferimento nella realtà concreta. Eppure, quando diciamo qualcosa come "l’attuale re di Francia è calvo", sappiamo perfettamente che cosa diciamo, anche se non esiste alcuna entità reale che corrisponda al soggetto della nostra affermazione e anche se tale affermazione è, ovviamente, falsa.

La teoria delle descrizioni definite fornisce una risposta al problema interpretando l’espressione "attuale re di Francia" come un predicato da attribuire a un generico "qualcosa", indicato in simboli logici con la lettera "c". Nel suo complesso una proposizione come "l’attuale re di Francia è calvo" viene ora riformulata in questi termini: "esiste un termine c tale che, qualunque sia x, x è l’attuale re di Francia equivale a x è c; inoltre c è calvo".

Per quanto riguarda, poi, le proposizioni universali della vecchia logica aristotelica, del tipo "tutti gli uomini sono mortali" esse vengono risolte in un’implicazione della forma: "qualunque sia x, se x è un uomo, allora x è mortale". Questo tra l’altro spiega perché possano essere vere proposizioni universali riferite a entità non esistenti, per esempio "tutti i centauri sono quadrupedi". Esse, in sostanza, si limitano ad asserire che se qualcosa è un centauro allora esso è un quadrupede.

L’importanza di queste teorie, in particolare della teoria delle descrizioni definite, non è limitata alla logica. Sul piano dell’analisi filosofica essa comporta, in generale, la disintegrazione dell’"oggetto", ovvero della "cosa", in un insieme di proprietà, ciascuna delle quali corrisponde a una descrizione. Il mondo non si presenta più come insieme di oggetti aventi proprietà, ma piuttosto come insieme di eventi sulla base dei quali vengono costruite, per mezzo di operazioni logiche, le "cose", a cui, secondo il linguaggio comune, ineriscono le varie proprietà. Con queste concezioni filosofiche di Russell siamo, come si vede agli antipodi del logicismo platonizzante di Frege. La logica, secondo il filosofo inglese, non scopre alcuna realtà, ma fornisce solo gli strumenti linguistici per descrivere una realtà scoperta per mezzo dell’esperienza e della conoscenza scientifica.

 

Ludwig Wittgenstein (1889-1951)

 

Opere principali Tractatus logico-philosophicus (1921), Quaderno blu e Quaderno marrone (composti tra il 1933 e il 1935, pubblicati postumi nel 1958), Ricerche filosofiche (pubblicate postume nel 1953).

 

Il Tractatus logico-philosophicus

 

Viennese, dopo aver intrapreso studi di ingegneria, Wittgenstein si dedicò alle problematiche filosofiche entrando in rapporti di familiarità con il filosofo inglese Bertrand Russell e con gli esponenti del Circolo di Vienna. Maturò la convinzione che il tradizionale sapere filosofico non fosse una forma di autentica conoscenza: i problemi filosofici erano degli pseudoproblemi generati da un uso scorretto del linguaggio. Di conseguenza l’attività filosofica poteva essere soltanto terapeutica, volta a mettere in luce questi falsi problemi e a dissolverli mostrandone l’inconsistenza.

In questa prospettiva compose l’opera pubblicata nel 1921, il Tractatus logico-philosophicus, uno scritto piuttosto breve, articolato in sei enunciati principali; a questi si accompagnano, numerose altre proposizioni che fungono da commento o spiegazione ed altre ancora che commentano e sviluppano queste ultime. Ne risulta un complesso ordinamento "ramificato", in cui ciascun enunciato è contrassegnato da alcune cifre che ne indicano la posizione entro l’"albero". Con gli aforismi del Tractatus Wittgenstein era convinto di essere pervenuto a una verità intangibile e definitiva, secondo quanto egli stesso dichiarava nella prefazione all’opera. Essendo persuaso di aver risolto definitivamente i problemi filosofici, si dedicò ad altre attività, tra cui l’insegnamento elementare, verso cui avvertiva una specifica vocazione. Solo dopo molti anni, quando già si era recato in Inghilterra e aveva intrapreso l’insegnamento all’università di Cambridge, a seguito di scambi di vedute con alcuni amici, operò una profonda revisione del suo pensiero ed elaborò, in quaderni di appunti pubblicati postumi, le nuove concezioni riguardanti il linguaggio e il significato.

 

Mondo e linguaggio

Le sei tesi del Tractatus e la complessa ramificazione di proposizioni ad esse correlate vertono tutte su quello che si presenta come problema fondamentale: il rapporto tra il mondo e il linguaggio. La soluzione che viene proposta è, nelle sue linee di fondo, piuttosto semplice: il linguaggio rappresenta i fatti del mondo, in quanto è in grado di riprodurre al suo interno la struttura del mondo; nella sua natura più profonda il linguaggio è essenzialmente "geroglifico", perché ha la stessa forma di ciò che intende rappresentare e rispetto a cui è, in tal modo, isomorfo. Quando il linguaggio, per un qualsiasi motivo, smarrisce la funzione rappresentativa che gli è propria sorgono espressioni insensate e domande che non potranno ricevere alcuna risposta; su queste sono stati costruiti gli edifici della metafisica tradizionale. Nella già citata Prefazione Wittgenstein stesso riassume il senso del libro con le parole: "Quanto si può dire, si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere".

 

I fatti

Il linguaggio, come si è detto, deve rappresentare il mondo. Ma che cos’è il mondo? Risponde a questa domanda la prima proposizione del Tractatus. "Il mondo è tutto ciò che accade". Il mondo, detto in altre parole, è "la totalità dei fatti". I "fatti", che costituiscono la realtà del mondo, non sono le "cose", ovvero gli "oggetti". Un fatto è un "stato di cose", costituito da una o più cose in una determinata situazione. La "cosa", al contrario, si caratterizza per la possibilità di sussistere in una infinità di stati differenti, rimanendo sempre identica a se stessa. Questo infinito ventaglio di possibilità che è proprio dell’"oggetto" viene detto "spazio logico". Il sussistere di queste possibilità sta a significare che il mondo dei fatti, così come è dato, non è dovuto ad alcuna necessità, giacché i fatti potrebbero anche accadere diversamente da come effettivamente accadono.

Una categoria di fatti merita attenzione particolare: si tratta di quei fatti che hanno la capacità di raffigurare altri fatti. Un fatto che raffigura altri fatti è detto immagine. La raffigurazione consiste in questo: gli elementi che costituiscono l’immagine stanno tra loro nella stessa relazione in cui si trovano gli oggetti che entrano a far parte dei fatti rappresentati, come per esempio accade allorché si rappresenta un incidente stradale con i modellini delle automobili coinvolte.

 

La proposizione

Non c’è dubbio che il pensiero sia, nel suo complesso, un’immagine dei fatti che costituiscono il mondo. Il segno sensibile attraverso cui viene palesato il pensiero è la proposizione. I termini semplici che entrano a far parte della proposizione e che non sono ulteriormente scomponibili sono i nomi: essi si riferiscono agli oggetti. Ma poiché ciò che conferisce significato alla proposizione è la sua struttura, cioè la relazione tra i suoi costituenti, un nome non ha mai significato da solo, ma diventa significativo solo nella proposizione, in connessione con altri nomi. La proposizione è "la descrizione di uno stato di cose". Essa è vera se i fatti avvengono nel mondo nella maniera in cui essa dichiara. E’ importante, per evitare i possibili equivoci, tenere ben fermo il principio secondo cui la proposizione rappresenta fatti del mondo e mai qualcosa di diverso dai fatti.

Le costanti logiche

Entro le proposizioni occorre operare un’importante distinzione. Alcune proposizioni sono costituite semplicemente dalla concatenazione di nomi per mezzo di un predicato o di una relazione. Queste proposizioni non possono essere scomposte in proposizioni più semplici e sono dette proposizioni elementari. Chi conoscesse tutte le proposizioni elementari vere, avrebbe con ciò stesso una descrizione completa del mondo. Altre proposizioni derivano da quelle elementari attraverso operazioni compiute mediante quelle "particelle", da Wittgenstein dette costanti logiche, che non si riferiscono ad alcun oggetto, ma servono solo a connettere tra loro altre proposizioni. Le costanti logiche fondamentali sono "non", "e", "o", "se...allora". La verità delle proposizioni complesse, ottenute applicando le costanti logiche, dipende, secondo le leggi proprie di ciascuna costante, dalla verità delle proposizioni elementari . In termini matematici la verità delle proposizioni complesse è "funzione" della verità delle proposizioni elementari.

 

Le tautologie

Alcune proposizioni, dette tautologie, sono vere qualunque sia il valore di verità delle proposizioni elementari da cui dipendono. L’esempio più semplice di tautologia è quello della forma "piove o non piove"; essa, infatti, sia che in effetti piova, sia che non piova, è in ogni caso vera. Chiaramente questa proprietà deriva dalla particolare combinazione delle costanti "o" e "non". I fatti del mondo non hanno alcun rilievo nel rendere vera la tautologia, che è vera soltanto in virtù della sua forma logica. Essa, pertanto, nonostante la sua assoluta certezza, non trasmette alcuna informazione riguardo al mondo dei fatti. Al contrario le proposizioni che sono false in virtù della loro forma, qualunque cosa accada nel mondo, sono dette contraddizioni: le più semplici tra esse hanno la forma "p e non-p" ("p" sta per una qualsiasi proposizione).

 

Logica e matematica

Poste queste basi Wittgenstein procede ad esaminare il valore conoscitivo delle varie scienze. La logica è interamente costituita da tautologie, la cui verità è necessaria, ma non reca alcun contenuto informativo riguardante il mondo dei fatti, cioè la realtà. Esse, afferma Wittgenstein, "non dicono nulla" e sono analitiche nel senso kantiano. Alla logica si connette la matematica. Questa è "un metodo della logica", un metodo applicando il quale trasformiamo alcune proposizioni vere in altre proposizioni vere, come quando, sulla base di alcuni dati, risolviamo un problema. A questo proposito la posizione di Wittgenstein, e in genere di tutto l’empirismo logico, differisce profondamente da quelle espresse da Kant e dal positivismo ottocentesco: la matematica è un metodo, sia pure della somma importanza, che, in quanto tale, non ha valore conoscitivo. Le sue equazioni, non avendo in se stesse alcun valore di verità, non hanno autentica natura proposizionale e sono soltanto proposizioni apparenti.

Le proposizioni che non sono né tautologie né contraddizioni e che si riferiscono ai fatti del mondo sono indipendenti l’una dall’altra, così come sono reciprocamente indipendenti i fatti che costituiscono il mondo. La fede in un nesso causale che stabilisca un vincolo necessario tra un fatto e altri fatti è pura superstizione. Tutto ciò che accade nel mondo è contingente, ossia non-necessario. La necessità sussiste solo nell’ambito della logica.

 

Le leggi scientifiche

Che cosa sono, allora, le leggi scientifiche, come per esempio quelle della meccanica? La legge scientifica è un apparato logico che permette di formulare proposizioni intorno ai fatti del mondo. Le leggi della meccanica newtoniana non parlano, nella loro enunciazione generale, dei fatti del mondo. Solo quando esse sono applicate ai casi particolari e sono specificate attraverso ben determinate misure, forniscono descrizioni riferite a fatti. Le leggi scientifiche, dunque, sebbene a motivo della loro generalità non parlino del mondo, forniscono i materiali fondamentali che consentono di formare proposizioni riguardanti il mondo e di individuare con precisione dei fatti. Esse sono paragonabili ai reticolati, costituiti da linee e da figure arbitrarie, per mezzo di cui possiamo descrivere una superficie su cui sono irregolarmente distribuite delle macchie di colore. Non c’è nessun obbligo che imponga di descrivere la superficie ricorrendo a un reticolato piuttosto che a un altro. Così, analogamente, una certa teoria scientifica può essere valida quanto un altra, purché entrambe consentano di individuare con la stessa precisione i fatti del mondo.

 

La filosofia come attività chiarificatrice

Ma allorché i segni proposizionali non sono immagini di fatti, né, d’altra parte, si possono ricondurre ai metodi di ragionamento propri della matematica o alle leggi scientifiche, essi non hanno significato, ossia sono insensati. In essi, infatti, è venuta a mancare quella che costituisce la funzione specifica della proposizione: rappresentare un fatto. Questa insensatezza si riscontra nelle proposizioni della filosofia tradizionale: esse non sono false, ma sono, piuttosto, prive di significato. La filosofia del passato il più delle volte è sorta, sostiene Wittgenstein, dalla mancata comprensione della natura del linguaggio. C’è, tuttavia, ancora spazio per l’attività filosofica, a patto che si abbandoni l’atteggiamento proprio dei filosofi tradizionali. La filosofia, che non è una scienza, ma piuttosto un’attività chiarificatrice, quando è intesa nell’unica maniera corretta possibile, è "critica del linguaggio". Quando sarà stata compiuta la corretta analisi delle espressioni linguistiche risulterà che ogni enigma è soltanto apparente ed è, con ciò stesso, scomparso: i problemi tradizionalmente considerati più profondi in realtà non sono affatto problemi.

 

L’ineffabile

L’analisi che Wittgenstein sviluppa nel Tractatus non si risolve, tuttavia, in una pura e semplice dichiarazione di insensatezza nei confronti della problematica filosofica tradizionale. Accanto alla logica e a tutto ciò che concerne il linguaggio inteso come raffigurazione della realtà fattuale, appare un’altra dimensione, che sfugge all’espressione linguistica, ma che pure non è meno reale: la dimensione dell’ineffabile. E’ questo, forse, l’aspetto più inquietante del Tractatus. L’ineffabile sorge all’interno delle proposizioni stesse in quanto esse, non solo parlano del mondo, ma esibiscono, per il semplice fatto che esistono, la loro forma logica. La proposizione, in altre parole, dice qual è la struttura di un fatto del mondo, ma mostra, senza poterlo dire, come è fatta essa stessa. E in generale, afferma Wittgenstein, "Ciò che può essere mostrato non può essere detto".

La presenza dell’ineffabile, ossia di ciò che "si mostra" nel linguaggio ma non può essere detto, diventa esplicita tutte le volte che il discorso abbandona i fatti e investe il mondo nella sua totalità o i limiti del mondo stesso, per esempio quando si considera il soggetto dell’esperienza, oppure la morte. La totalità dei fatti è ciò che costituisce la nostra esperienza, ma non è essa stessa un fatto. Il soggetto dell’esperienza non si manifesta all’interno dell’esperienza. La morte è ciò che chiude la nostra esperienza del mondo: "La morte non è un evento della vita. La morte non si vive".

 

Il mistico

Il tema dell’ineffabile conduce in tal modo alle soglie del mistico. A differenza dell’ineffabile, che manifesta se stesso nella forma della proposizione, e che, dunque, è già implicito nella dimensione logica, il mistico si presenta come un intuire, un sentire, dunque come un’esperienza soggettiva. In questo senso deve essere interpretato uno degli aforismi con cui si chiude il Tractatus: "Sentire il mondo quale tutto limitato è il mistico". Questa medesima ispirazione, che spinge la logica ai confini dell’indicibile, si avverte in un’altra celebre proposizione, derivata probabilmente dalla mistica tedesca dei primi secoli dell’età moderna: "Se per eternità s’intende, non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel presente". Il tempo presente, infatti, è un tutto limitato al di fuori del quale non è possibile andare. Ma questo non può essere "detto": può essere soltanto "vissuto". Con queste enunciazioni, presenti soprattutto nella parte conclusiva dell’opera, il Tractatus si conferma un testo affascinante ed enigmatico. La ragione di ciò si può trovare nel fatto che, sebbene siamo necessitati a parlare del mondo per mezzo del linguaggio e con gli strumenti della logica, nell’esistenza stessa del linguaggio "si mostra" una dimensione della realtà che appartiene a pieno titolo al vissuto, ma non può essere espressa per mezzo di parole.

 

Le Ricerche filosofiche: una nuova teoria del significato

 

Con le Ricerche filosofiche, il testo pubblicato nel 1953, sulla base di appunti che Wittgenstein aveva terminato di comporre nel 1949, le concezioni esposte nel Tractatus sono sottoposte a una revisione profonda da cui emergono nuove vedute destinate a segnare profondamente l’evolversi del dibattito filosofico più recente.

In un certo senso si può dire che il punto di partenza della nuova indagine sia esattamente il punto di arrivo dell’analisi condotta nel Tractatus, ovvero l’impossibilità di uscire dal linguaggio. Il linguaggio è intrascendibile: tutto quello che noi diciamo, o pensiamo, lo diciamo o pensiamo per mezzo del linguaggio. Anche quando cerchiamo di fornire la spiegazione o la definizione di alcune espressioni linguistiche, compiamo questa operazione per mezzo di altre espressioni linguistiche.

 

Il linguaggio non si può trascendere

Detto in altri termini non ci sono (al contrario di quello che si sosteneva nel Tractatus) espressioni linguistiche privilegiate che traggano il loro significato da un riferimento immediato alla realtà. Il significato di un’espressione non viene mai definito mediante un riferimento diretto ai fatti. L’unica maniera in cui sarebbe possibile raccordare un’espressione del linguaggio alla realtà fattuale consisterebbe nell’ostensione, cioè nell’atto con cui si indica concretamente, per esempio con un gesto della mano, la realtà concreta a cui l’espressione si riferisce. Ma ciò, a ben guardare, non è possibile. Quando indico un certo oggetto con la mano, non è affatto chiaro, a chi eventualmente già non sia in possesso del linguaggio in cui mi esprimo, se indico l’oggetto nella sua interezza, oppure qualche sua proprietà, o non voglia indicare, piuttosto, il gesto stesso che compio con la mano. Attraverso il gesto della mia mano: potrei, in fondo, semplicemente guardarmi il polso, anziché indicare un oggetto come potrebbe credere il mio interlocutore.

 

Linguaggio scientifico e linguaggio ordinario

Si impara, dunque, il significato delle espressioni linguistiche, non già perché alcune di esse ci mettano a confronto con la realtà, ma perché a poco a poco impariamo a usare il linguaggio, nello stesso modo in cui a poco a poco impariamo a praticare un determinato gioco secondo le sue regole caratteristiche, trovando l’occasione per correggerci ogniqualvolta non le rispettiamo. Siamo erroneamente portati a credere che tutte le espressioni linguistiche acquistino significato per mezzo di una definizione perché questo in effetti accade quando vengono introdotti nuovi termini nel linguaggio scientifico. Quando il chimico, per esempio, introduce il termine "litio" ne fornisce una definizione rigorosa che ne fissa in maniera univoca il significato. Ma il linguaggio scientifico non deve essere confuso con il linguaggio ordinario, quello che parliamo comunemente al di fuori della scienza. Il linguaggio scientifico stesso è in realtà, costruito all’interno del linguaggio ordinario: è come un sobborgo moderno e razionale costruito alla periferia di una vecchia città medievale, i cui edifici e le cui vie faticano a mostrare la presenza di un ordine razionale. Ma nondimeno senza la vecchia città disordinata non esisterebbe nemmeno il sobborgo moderno.

 

I giochi linguistici

Il significato delle espressioni si costituisce, dunque; nell’ambito del linguaggio ordinario. In generale il significato di un’espressione è costituito dall’intreccio delle regole che ne governano l’uso: il gioco linguistico, ovvero la specifica grammatica relativa a quella particolare espressione. Ogni singolo gioco linguistico rinvia ad altri analoghi giochi, in un processo che non giunge mai a termine e che lascia la determinazione del significato per sempre provvisoria e suscettibile di completamento. Il quadro che ne emerge è profondamente innovativo rispetto a quelle che fin dal Seicento erano state le linee di fondo della filosofia moderna. Poiché non è più possibile attingere un supporto esterno al linguaggio su cui si fondi il suo significato, viene troncata alla radice la problematica, ancora assai viva nel Tractatus e in tutto l’empirismo logico, relativa al fondamento. Vengono a cadere le "proposizioni elementari" in cui si sarebbero dovuti riflettere i costituenti elementari e "atomici" della realtà stessa, ad assicurare un fondamento certo e stabile al significato e alla verità. Questa diventa, in ultima analisi, soltanto la capacità di produrre, mediante l’uso di certe espressioni linguistiche, buoni risultati nella pratica.

Caduta ogni illusione relativa al fondamento della conoscenza e della verità, il compito della filosofia resta, ora più che mai, soltanto quello terapeutico: dissolvere i falsi problemi che possono sorgere dall’intreccio caotico dei giochi linguistici e da un uso delle espressioni che ignori i limiti intrinseci alla loro "grammatica". La filosofia è malattia in quanto distrae il linguaggio dal suo uso ordinario e suscita problemi che il linguaggio stesso non è in grado di risolvere. La terapia, ossia la critica del linguaggio, riporta gli usi linguistici nell’ambito e nei limiti del linguaggio ordinario, accettato per quello che è, senza pretese di raffinamenti o di correzioni.

 

La filosofia analitica

 

L’orientamento inaugurato da Wittgenstein con le Ricerche filosofiche ha contribuito in modo decisivo a rinnovare la problematica filosofica contemporanea. Erede diretta dell’ultimo Wittgenstein è la filosofia analitica sorta in Inghilterra nei due centri universitari di Cambridge e soprattutto, di Oxford, per altro influenzata, oltre che dal filosofo austriaco, anche dai precedenti sviluppi del pensiero filosofico britannico. Esponenti di primo piano del movimento sono, tra gli altri, John Wisdom, Gilbert Ryle, John L. Austin. Tale movimento, in generale, sebbene non sia affatto unitario, intende la filosofia come analisi del linguaggio, in primo luogo di quello comune, non scientifico. L’analisi potrà smascherare nel linguaggio filosofico le "espressioni fuorvianti" oppure gli errori dovuti al fatto che spesso le strutture grammaticali non rispecchiano fedelmente le più profonde strutture logiche. L’evoluzione più recente di questo indirizzo, tuttora vitale, ha esteso le procedure dell’analisi linguistica ad ambiti che prima erano sfuggiti all’indagine sistematica, quali sono quelli della politica e dell’etica.

 

L’empirismo logico

 

Il circolo di Vienna

Il "circolo di Vienna" costituì, all’inizio degli anni venti, il primo nucleo di quel movimento filosofico noto come "empirismo logico", "positivismo logico", "neoempirismo" o "neopositivismo". Moritz Schlick, Otto Neurath, Rudolf Carnap furono i principali animatori del gruppo viennese; un gruppo analogo si raccolse a Berlino, intorno alla figura di Hans Reichenbach. Dalla collaborazione di questi studiosi sorse la rivista "Erkenntnis" (la parola in tedesco significa "conoscenza"). I nazisti perseguitarono il movimento e giunsero a uccidere Schlick, il primo animatore del gruppo viennese. Con l’avvento del regime hitleriano la scuola emigrò negli USA, ove poté continuare la propria attività di ricerca con ancor maggiore vitalità e largo seguito, soprattutto negli ambienti accademici. Dalla collaborazione degli studiosi che si riconoscevano nell’empirismo logico e in posizioni affini nasceva in America l’Enciclopedia internazionale della scienza unificata, un tentativo di ricondurre a unità di linguaggio il complesso panorama delle conoscenza scientifica contemporanea.

Il movimento neoempirista fu influenzato, nella sua fase costitutiva, dal fisico e filosofo della scienza Ernst Mach, che aveva insegnato all’università di Vienna; anche l’influsso del primo Wittgenstein, l’autore del Tractatus logico-philosophicus, fu molto forte, sebbene non ci sia mai stata una totale coincidenza di vedute tra il filosofo austriaco e gli esponenti del neoempirismo.

Il principio di verificazione

In generale questi autori sostengono il principio di verificazione. Secondo questo principio il significato delle proposizioni consiste nel metodo di verificazione, ossia nel modo in cui può essere accertata la loro verità o falsità. Le proposizioni provviste di significato sono o generalizzazioni empiriche, basate, quindi, sull’osservazione, o tautologie, della forma "x è x", riconducibili in ultima analisi al principio di identità. Le proposizioni delle scienze sperimentali sono del primo tipo, mentre le proposizioni della matematica sono in ultima analisi tautologie; esse sono vere per la loro forma logica, senza bisogno di alcuna conferma sperimentale, ma non aggiungono alcuna nuova informazione alla nostra conoscenza.

 

L’insensatezza della metafisica

Le proposizioni che non ammettono verificazione sono prive di significato. Tali sono in particolare le affermazioni della metafisica, in quanto essa pretende di essere una scienza che si spinge oltre i dati dell’esperienza. Questa radicale opposizione alla metafisica, la quale, si noti bene, non è "falsa", ma "insensata", è uno dei tratti più caratteristici del neoempirismo, soprattutto nella sua fase iniziale.

 

Il problema del fondamento

Il dibattito, molto ricco e fecondo, tra gli esponenti dell’empirismo logico riguardò soprattutto il modo in cui concretamente possono essere verificate le proposizioni empiriche. Ci si domandava, in particolare, se ci sia oppure no un fondamento ultimo delle verità empiriche, e quindi della conoscenza scientifica. Ci si domandava, inoltre, in qual modo possano essere individuate, al di là del linguaggio, quei dati di esperienza che costituiscono il significato e fondano la verità.

Nella discussione di questi problemi riapparvero molti di quegli interrogativi che avevano nutrito il dibattito della filosofia tradizionale. Schlick, per esempio, trovò nell’esperienza sensibile il fondamento ultimo della verità. Ma questa esperienza gli appariva come qualcosa di privato e in se stesso inesprimibile e ciò creava problemi poiché le affermazioni delle scienze dovevano essere rigorosamente "pubbliche", prive, cioè, di qualsiasi riferimento all’ambito soggettivo. Neurath, il più rigorosamente antimetafisico tra gli esponenti del circolo di Vienna, rifiutò ogni appello all’esperienza soggettiva. A suo parere le proposizioni possono essere verificate, non già ad opera dei dati sensibili, ma solo per mezzo di altre proposizioni. In altre parole il linguaggio, come aveva già sostenuto Wittgenstein, non può uscire da se stesso. Il compito di verificare le proposizioni empiriche spetta a quelle che già Carnap aveva chiamato proposizioni protocollari. Queste, secondo Neurath sono resoconti immediati di esperienze del tipo "il tale a un determinato istante del tempo vede determinate cose". Secondo il fisicalismo di Neurath le proposizioni protocollari non si riferiscono all’esperienza privata, ma a processi biologici oggettivamente controllabili ed esprimibili in ultima analisi mediante il linguaggio della fisica. Esse non sono mai assolutamente certe e inconfutabili, ma possono essere "corrette" da altre proposizioni protocollari. Come più tardi nell’ultimo Wittgenstein scompare, qui, la pretesa di assicurare alla conoscenza un fondamento ultimo.

 

Rudolf Carnap

Il tentativo di fondare la conoscenza empirica sulle idee primitive, ossia sui vissuti elementari che si presentano nell’esperienza fu compiuto da Rudolf Carnap, il filosofo che più di ogni altro approfondì le tematiche dell’empirismo logico. Con La costruzione logica del mondo (1928) egli, facendo propri i risultati che andavano emergendo nella psicologia con Kohler e la scuola della Gestalt, individuò le esperienze elementari, non più nelle singole sensazioni, ma nei vissuti complessivi che, fluendo nel corso del tempo, costituiscono la concreta esperienza di un determinato soggetto. Sulla base di questi vissuti elementari e delle relazioni di somiglianza che tra loro sussistono, Carnap "costruiva" attraverso una rigorosa procedura logica le "cose" del mondo fisico e le rispettive qualità.

Ma restava pur sempre nel tentativo di Carnap il riferimento all esperienza privata. Nelle sue elaborazioni successive il filosofo tedesco preferì ricorrere ai protocolli, quei resoconti linguistici sull’esperienza immediata che possono essere interpretati in maniere differenti (in termini di "cose" o in termini di vissuti), ma che, in ogni caso, sono interni al linguaggio. Il fatto essenziale rimane quello per cui le proposizioni empiriche dotate di significato devono essere integralmente riformulabili in termini di protocolli.

L’attenzione di Carnap per le problematiche connesse al linguaggio giunse a nuovi risultati significativi con la Sintassi logica del linguaggio (1934). In questo lavoro Carnap sostiene che nell’ambito del metalinguaggio possiamo individuare le regole di formazione, ossia la sintassi, mediante cui all’interno di un determinato linguaggio vengono costruite le espressioni aventi significato. Sono possibili diversi linguaggi, aventi diverse regole . E’ questo il principio di tolleranza. L’importante è che una certa proposizione abbia significato all’interno di un certo linguaggio sulla base delle regole da cui esso è governato. Il compito del filosofo empirista è ora quello di "raccomandare" la costruzione di linguaggio in cui le proposizioni possano essere ricondotte in qualche modo all’esperienza. Ma niente esclude che il metafisico possa elaborare un linguaggio proprio, alternativo rispetto a quello dell’empirista.

Un’altra importante acquisizione fu compiuta da Carnap nello scritto del 1936-37 intitolato Controllabilità e significato. Viene a cadere ora l’esigenza di far corrispondere ogni proposizione avente significato ai dati dell’esperienza. Solo le proposizioni "protocollari", infatti, possono essere direttamente verificate per mezzo dell’esperienza. Le altre proposizioni, in particolare le leggi delle scienze, possono essere attestate, ossia controllate solo indirettamente, attraverso la verifica delle conseguenze che da esse derivano. Non c’è mai, in tal modo, una verifica definitiva della verità empirica, ma solo una progressiva conferma di ciò che, in ogni caso, resta sempre un’ipotesi più o meno confermata.

La ricerca di Carnap e degli altri esponenti del movimento continuò anche dopo gli anni della seconda guerra mondiale, diventando più "tecnica" e attenta a problemi specifici inerenti alla metodologia delle scienze induttive. In particolare fu studiato con i metodi della logica matematica il concetto di probabilità, intesa come il grado di conferma, rigorosamente quantificabile, che spetta a ciascuna singola proposizione.

 

Nuove tendenze dell’epistemologia

 

Karl Popper

Il principio fondamentale dell’epistemologia empiristica è quello per cui le leggi scientifiche sono ricavate per mezzo di procedimenti induttivi che operano generalizzazioni sulla base di evidenze osservative. Karl Popper (nato a Vienna nel 1902), autore di La logica della scoperta scientifica (1934), La società aperta e i suoi nemici (1945), Congetture e confutazioni (1969) prende le distanze da questa tesi fondamentale dell’empirismo e nega che le teorie scientifiche abbiano origine dall’induzione. Secondo il falsificazionismo popperiano l’evidenza osservativa non può né dare origine alle teorie scientifiche e neppure confermarle; l’esperienza, in realtà, può solamente confutare delle ipotesi che vengono elaborate indipendentemente dall’esperienza stessa.

Qualsiasi ipotesi può essere, osserva Popper, confermata. Se, per esempio, l’astrologo afferma che le persone nate in un certo periodo dell’anno hanno determinate caratteristiche, ci saranno numerosi riscontri che confermano la sua ipotesi e che a taluni sembreranno avvalorarne la scientificità. D’altra parte un numero anche molto elevato di osservazioni non consente il passaggio da una moltitudine di enunciati particolari a una legge generale: per esempio il fatto che tutti i cigni da noi finora osservati siano bianchi non ci permette di concludere che tutti i cigni sono bianchi; può darsi che il prossimo che incontriamo sia, in effetti, nero.

Ciò che rende "scientifica" una determinata ipotesi, e che permette di stabilire una rigorosa demarcazione tra scienza e non scienza, è la possibilità della confutazione. Quando il caso previsto sulla base di una certa teoria non si verifica questa stessa teoria risulta irrimediabilmente confutata e deve essere abbandonate. Le teorie non scientifiche, quali, per esempio, l’astrologia, la psicoanalisi, il marxismo, non ammettono, al contrario, confutazione, poiché tutto quello che nei fatti si verifica è compatibile con i loro principi di fondo.

 

Il progresso della conoscenza

Una teoria che resiste a tentativi di confutazione sempre più severi è una buona teoria e risulta, ad ogni prova che essa supera, sempre più corroborata, anche se qualsiasi teoria scientifica, anche la migliore, sarà prima o poi definitivamente soppiantata da un’altra che meglio resiste alle confutazioni. Questo è, secondo Popper, il progresso della conoscenza scientifica, secondo un modello interpretativo che rinvia alle idee fondamentali dell’evoluzionismo darwiniano: lotta per l’esistenza e sopravvivenza del più adatto.

In ogni caso le ipotesi non sono fondate sull’osservazione. Al contrario è proprio l’osservazione stessa che coglie nella realtà ciò che ci è suggerito e ci è presentato come significativo da parte di un certo sistema teorico. Le teorie scientifiche sono liberamente prodotte dalla ragione umana. Certamente esse non scoprono l’essenza ultima dei fenomeni, ma non sono neppure dei semplici strumenti con cui l’uomo opera sulla realtà. Infatti nel suo progredire la scienza, grazie alla selezione di teorie sempre più attendibili, perviene a una conoscenza dei fenomeni sempre più adeguata, anche se mai definitiva.

 

Società aperte e società chiuse

Il progresso scientifico è favorito da quelle società in cui sono garantiti la libertà del pensiero e il libero confronto delle idee. Queste sono le società aperte. Ad esse si contrappongono le società chiuse. In queste ultime l’autoritarismo politico si regge su concezioni filosofiche che sono in diretta opposizione al razionalismo critico sostenuto da Popper. Il totalitarismo coincide con l’idea di una razionalità che governa la totalità dei fenomeni e ne determina infallibilmente l’essenza. Sorge da queste origini quello che Popper chiama storicismo, secondo il quale il corso delle vicende umane è predeterminato da un disegno razionale ad esso intrinseco. Si riconduce a questa visione storicistica, in particolare, la dottrina di Marx, che abbandona il terreno dell’analisi scientifica, già da lui stesso avviata, per farsi profeta di una società nuova. Ma i padri delle "società chiuse" e dei regimi totalitari da cui esse sono dominate sono soprattutto, nella storia del pensiero filosofico, Hegel e Platone, con le loro concezioni totalizzanti della razionalità e della storia che non ammettono il controllo da parte dell’esperienza.

Dopo il razionalismo critico di Popper sono apparse, negli ultimi decenni, concezioni epistemologiche ancora più radicalmente alternative rispetto ai principi dell’empirismo. Dedichiamo ad alcune di esse soltanto qualche cenno informativo. La tesi secondo cui le singole proposizioni non possono essere né confermate né smentite è stata proposta, dopo gli anni della seconda guerra mondiale, dal filosofo pragmatista statunitense Willard Van Omman Quine. Egli, riprendendo la concezione già formulata all’inizio del secolo da Pierre Duhem, sostiene che le varie proposizioni scientifiche sono tra loro così universalmente interdipendenti che ciò che viene messo a confronto con l’esperienza non è mai una singola proposizione, ma sempre un sistema di assunzioni teoriche reciprocamente correlate. In tal modo è possibile mantenere una proposizione anche dopo un’apparente smentita, trasformando opportunamente il sistema teorico in cui è inserita.

 

Thomas Kuhn

Un approccio nuovo alla filosofia e alla storia delle scienze emerge, in forte opposizione rispetto a quello di Popper, appare con Thomas Kuhn (nato nel 1922), autore, tra l’altro, di La rivoluzione copernicana (1957) e La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962). Il concetto fondamentale dell’epistemologia di Kuhn è quello di paradigma.

Un "paradigma" è un complesso di assunzioni teoriche fondamentali e di regole per la loro applicazione che viene assunto sulla base di un consenso sociale da parte di una comunità. Non c’è, quindi, nessun criterio "oggettivo" che imponga la scelta di un paradigma piuttosto che un altro: le motivazioni che determinano la formazione del consenso sono di ordine essenzialmente sociale.

Il cambiamento del paradigma è analogo al cambiamento della Gestalt con cui viene strutturato un certo campo percettivo. Questi "riorientamenti gestaltici", ossia questi cambiamenti della "forma" complessiva secondo cui viene percepita la realtà, sono le rivoluzioni scientifiche, per esempio la rivoluzione copernicana. Nella storia della scienza le rivoluzioni sono del tutto eccezionali e la comunità scientifica cerca con ogni mezzo di ostacolarle. Di solito prevale quel tipo di ricerca che Kuhn chiama scienza normale e che consiste nella deduzione delle conseguenze ricavabili all’interno di un determinato paradigma. All’interno di questo ci sono sempre problemi che restano insoluti e casi particolari che smentiscono le assunzioni particolari. Ma la scienza normale tende a ignorare tutto ciò che potrebbe mettere in crisi il paradigma e questi casi ribelli balzano al centro dell’attenzione solo in occasione delle svolte rivoluzionarie.

Il linguaggio stesso di cui fa uso la scienza è vincolato al paradigma che essa adotta. Ogni termine ha il suo significato all’interno di una struttura in cui sono legati da una stretta interdipendenza gli assunti teorici e i fatti. La parola "elemento" non ha lo stesso significato, osserva Kuhn, nella scienza aristotelica e nella chimica moderna. Ne segue quella incapacità di comunicare tra due diversi paradigmi scientifici che da Kuhn è detta incommensurabilità.

 

Imre Lakatos

Sempre su questa linea di pensiero l’ungherese Imre Lakatos (1922-1974) pone al centro della sua riflessione metodologica il concetto di programma di ricerca. Questi "programmi" sono strutture, elaborate su basi razionali e deduttive, che guidano gli scienziati nella ricerca di nuovi fenomeni e nello stesso tempo escludono tutto ciò che potrebbe mettere in discussione le assunzioni fondamentali del programma. Un programma è "progressivo", se conduce alla scoperta di nuovi fenomeni, oppure è "degenerato", se non riesce in questo compito.

 

Paul Feyerabend

Al contrario Paul Feyerabend (nato a Vienna nel 1924 e trasferitosi poi in Inghilterra e negli USA), autore di Contro il metodo (1970), sostiene contro Popper, Lakatos e Kuhn le posizioni dell’anarchismo metodologico. Secondo Feyerabend quando adottiamo una teoria per spiegare un fatto il fatto stesso si presenta diversamente una volta che è stato spiegato per mezzo della teoria. In altre parole i fatti dipendono dalle teorie da cui sono spiegati; non è, dunque, in alcun modo possibile mettere a confronto assunti teorici ed evidenze fattuali. Poiché, inoltre, adottare una certa teoria significa modificare i fatti, non è possibile mettere a confronto teorie differenti nella spiegazione di un medesimo fatto. Ne risulta che le teorie sono l’una rispetto all’altra del tutto incommensurabili, ossia inconfrontabili.

Non esiste alcuna procedura che possa sottoporre a controllo le teoria scientifiche né alcun criterio che permetta la scelta tra due teorie concorrenti. Persino quei programmi di ricerca che Lakatos definisce "degenerati" possono improvvisamente ripresentarsi come attuali. Occorre, dunque, proclamare il principio "tutto va bene" e combattere le restrizioni che le varie epistemologie vorrebbero imporre alla ricerca scientifica e considerare questa come se fosse un’opera d’arte, un prodotto libero della creatività umana. Le teorie vengono accolte o rifiutate dalla comunità scientifica sulla base di decisioni che nulla hanno di razionale e che sono simili a quelle che determinano l’affermarsi di un credo religioso o di un gusto estetico. Non esiste, ovviamente, secondo questa concezione, alcun vero progresso nel succedersi dei vari "stili" che di volta in volta si affermano nella ricerca scientifica.

 

GLOSSARIO

 

ANTINOMIA

Nella logica e nella filosofia della matematica contemporanee il termine indica una coppia di proposizioni contraddittorie ciascuna delle quali segue dall’altra: si ha un’antinomia quando dalla proposizione A segue non-A e, viceversa, da non-A segue A. La logica non può ammettere il sussistere di tali antinomie in quanto ammetterebbe con ciò stesso il sussistere al proprio interno di una contraddizione. Come era già noto ai Medievali, e come è, d’altra parte, comprensibile anche intuitivamente, la possibilità di dedurre all’interno di un sistema una contraddizione consentirebbe di dedurre all’interno di esso qualsiasi altra proposizione insieme con la sua negazione. La più celebre delle antinomie è quella comunicata nel 1902 da Russell a Frege, ed è legata alla classe R, definita come "la classe di tutte le classi che non sono elementi di se stesse". Ma ce ne sono numerose altre. Alcune erano note fin dall’antichità come quella del "mentitore", in cui si imbatte colui che dichiara "io mento". Allo scopo di evitare il sorgere delle antinomie Russell elaborò la teoria dei tipi(vedi Teoria dei tipi). Alcune antinomie possono essere evitate attraverso la distinzione tra metalinguaggio (il linguaggio all’interno del quale si parla di un altro linguaggio) e linguaggio-oggetto (il linguaggio di cui si parla).

 

CONTROLLABILITA’

In generale è la possibilità di controllare per mezzo dell’esperienza la verità di un enunciato. Non tutti gli enunciati, tuttavia, si riferiscono immediatamente a ciò che può essere oggetto di esperienza; questo accade per gran parte delle leggi scientifiche. In Controllabilità e significato (1936) Carnap sostiene che tali enunciati possono essere confermati attraverso la verifica delle conseguenze particolari che ne derivano. In tal modo le leggi scientifiche non saranno, in genere, totalmente "verificate" ma soltanto "confermate" fino a un certo grado di probabilità che le rende, sebbene non assolutamente certe, scientificamente affidabili.

 

COSTANTI LOGICHE

Nella terminologia di Wittgenstein esse sono quelle particelle che hanno la funzione di connettere le proposizioni. Più comunemente vengono dette connettivi e sono, fondamentalmente, "non". "e", "o", "se...allora".

 

DESCRIZIONI DEFINITE

Sono espressioni usate per caratterizzare un soggetto generico e pronominale, indicato con una variabile x: esse hanno significato anche se non si riferiscono necessariamente a oggetti esistenti, per esempio l’espressione "l’attuale re di Francia". Attraverso la teoria delle "descrizioni definite" Russell propone di interpretare i "soggetti" della logica tradizionale come "descrizioni definite". In tal modo un enunciato come "l’attuale re di Francia è calvo" diventa "esiste un termine c tale che, qualunque sia x, "x è l’attuale re di Francia" equivale a "x è c", inoltre c è calvo".

 

FALSIFICAZIONISMO

Quell’orientamento, rappresentato soprattutto da Popper, secondo cui la scientificità di un enunciato consiste nella possibilità di falsificarlo.

 

FATTO

Nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein i fatti sono i costituenti elementari del mondo. La seconda affermazione del Tractatus dichiara: "Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose". Secondo alcuni degli indirizzi epistemologici più recenti, per esempio quello rappresentato da Feyerabend, il fatto è quello che è solo all’interno di una teoria. La teoria, dunque, modifica i fatti che spiega e le due dimensioni, quella teorica e quella fattuale, risultano reciprocamente interconnesse.

 

FILOSOFIA ANALITICA

Quella corrente del pensiero contemporaneo che individua il compito della filosofia nell’analisi del linguaggio, in particolare di quello ordinario, cioè dell’uso quotidiano "non-scientifico", allo scopo di risolvere le oscurità e le difficoltà che sorgono al suo interno. L’indirizzo, che si ispira in gran parte a Wittgenstein, si è sviluppato soprattutto in Gran Bretagna, in particolare a Oxford.

 

FISICALISMO

La tesi, formulata da Neurath e accettata in seguito anche da Carnap, secondo cui tutte le proposizioni provviste di significato possono essere tradotte nel linguaggio della fisica. Il fisicalismo ispirò il tentativo, compiuto negli USA a cominciare dal 1938, volto a dar vita a una Enciclopedia internazionale della scienza unificata.

 

FORMALISMO

L’orientamento che risale a Hilbert, secondo cui la matematica è un sistema di simboli non necessariamente interpretati e di regole che governano l’uso di questi simboli. La matematica è intesa dal formalismo come una sorta di "gioco", in cui non è necessario (anche se è pur tuttavia possibile) riferirsi a qualche entità diversa dai simboli stessi.(vedi anche Intuizionismo e Logicismo)

 

GIOCO LINGUISTICO

Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein chiama "gioco linguistico" l’intreccio delle regole che all’interno di un linguaggio governano l’uso delle espressioni aventi significato. Di regola tale intreccio è costituito da una serie di rimandi che non ha termine e che non è rigorosamente precisabile. In tal modo il significato si risolve nel gioco linguistico, senza più rimandare a qualche entità esterna al linguaggio.

 

INCOMMENSURABILITÀ

Secondo alcuni indirizzi della più recente epistemologia, in particolare quelli che fanno capo a Kuhn e a Feyerabend, è l’impossibilità di mettere a confronto teorie scientifiche alternative. Secondo queste concezioni non sarebbe possibile compiere "esperimenti cruciali" per decidere quale delle teorie concorrenti sia valida, in quanto i fatti non sono mai gli stessi all’interno di teorie diverse; ciò che chiamiamo "fatto" è sempre condizionato da una certa interpretazione riconducibile ad una teoria.

 

INCOMPLETEZZA

Una teoria "assiomatica" (in cui le proposizioni vere sono o gli assiomi non dimostrati o i teoremi dedotti dagli assiomi) si dice completa quando all’interno di essa ogni proposizione vera può essere dedotta come teorema. Al contrario una teoria assiomatica è incompleta quando all’interno di essa esistono proposizione vere che non possono essere dedotte come teoremi. L’incompletezza dei sistemi assiomatici contenenti al proprio interno la teoria dei numeri naturali fu dimostrata nel 1931 da Godel, con il celebre teorema. Ne risulta che l’aritmetica deve contenere proposizioni verificate per tutti i possibili numeri, ma di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità.

 

INEFFABILE

Nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein è detto "ineffabile" ciò che "si mostra" attraverso la forma del linguaggio, ma che non può "essere detto", in quanto non è un fatto del mondo a cui si possa riferire una proposizione del nostro linguaggio. Sono in tal senso "ineffabili" il mondo nella sua totalità, il soggetto, la morte.

 

INSENSATO

In generale è detta da Wittgenstein e dai filosofi dell’empirismo logico un’espressione che non è né vera né falsa, ma che non ha significato. Questa insensatezza può derivare o dal fatto che tale "pseudoproposizione" non può essere verificata attraverso il confronto con i fatti, oppure perché non sono state rispettate le regole sintattiche del linguaggio in cui è formulata. Sono generalmente considerate insensate le proposizioni della metafisica tradizionale: per esempio "la realtà è spirito", oppure "la realtà è materia".

 

INTUIZIONISMO

Nella filosofia della matematica è quell’indirizzo, sviluppato soprattutto da Brouwer, secondo cui all’interno della matematica possono essere ammesse soltanto quelle entità che sono state effettivamente costruite da parte della coscienza. (vedi anche Formalismo e Logicismo)

 

LOGICISMO

Nella filosofia della matematica è l’indirizzo, rappresentato, tra gli altri, da Frege e da Russell secondo cui tutto l’edificio della matematica è uno sviluppo della logica. Tutte le teorie matematiche possono essere ricondotte, infatti, all’aritmetica dei numeri naturali, questi, a loro volta, possono essere definiti, secondo i sostenitori di quest’orientamento, con i soli strumenti della logica. (Vedi anche Formalismo e Intuizionismo)

 

METALINGUAGGIO

E’ il linguaggio all’interno del quale ci si riferisce ad un altro linguaggio, che è detto linguaggio-oggetto. Una proposizione metalinguistica è, per esempio, "io mento", in quanto essa si riferisce a tutte le altre proposizioni che io pronuncio. Spesso le antinomie sorgono dalla mancata distinzione tra metalinguaggio e linguaggio-oggetto.

 

METAMATEMATICA

La teoria che ha come proprio oggetto la matematica, della quale cerca di mostrare, soprattutto, la non-contraddittorietà. Fu sviluppata, in particolare, da Hilbert.

 

OSTENSIONE

La spiegazione del significato di un termine mediante l’indicazione gestuale dell’oggetto o della proprietà a cui esso si riferisce. Wittgenstein, nelle Ricerche filosofiche, negò che i termini linguistici, in generale, acquistino significato mediante un atto di ostensione.

 

PARADIGMA

Nella terminologia di Kuhn è quel complesso di assunzioni che in un certo periodo storico guidano la ricerca scientifica. I paradigmi vengono accettati e rimpiazzati sulla base di un consenso sociale, senza che possano essere in se stessi "verificati" o controllati per mezzo di qualche procedura razionale.

 

PROGRAMMA Dl RICERCA

Secondo Lakatos è la struttura teorica che guida gli scienziati nella ricerca e nella scoperta di nuovi fenomeni. Può essere "progressivo", quando riesce nei suoi compiti, o "degenerato", quando ormai ha esaurito le sue funzioni euristiche.

 

PROPOSIZIONE

In generale è l’espressione che ha la proprietà di essere o vera o falsa. Talora "proposizione" ed "enunciato" vengono usati come sinonimi. Più precisamente "enunciato" viene inteso come l’espressione linguistica avente la proprietà sopra indicata, mentre "proposizione" viene intesa come ciò a cui si riferiscono tutti gli enunciati (che possono essere formulati da persone diverse e in linguaggi diversi) tra loro sinonimi. La logica contemporanea analizza le proposizioni complesse nelle proposizioni semplici, o "atomiche", unite l’una all’altra per mezzo dei "connettivi" (vedi Costanti logiche); essa, inoltre, rispetto al passato ha cambiato in maniera sostanziale il modo di analizzare la proposizione in "soggetto" e "predicato" (vedi Descrizioni definite).

 

PROTOCOLLO

Nel linguaggio dell’empirismo logico indica il resoconto immediato di un’esperienza. Varie concezioni alternative furono avanzate a proposito del linguaggio in cui dovevano essere espresse le proposizioni protocollari e della possibilità di considerarle come fondamenti indubitabili della verità fattuale.

 

SEMIOTICA

E’, in generale, la teoria che si occupa dei segni e del loro uso. All’interno della semiotica si è soliti distingue la sintassi, che considera le regole mediante cui i segni vengono tra loro combinati, la semantica, che considera il significato e, in generale, il rapporto dei segni rispetto agli oggetti, e la pragmatica, che considera il rapporto tra i segni e chi li usa.

 

TAUTOLOGIA

Una proposizione che è sempre vera in virtù della sua forma, qualunque interpretazione sia dia ai termini che la compongono. Le tautologie non aggiungono nuove informazioni alla nostra conoscenza. Secondo molte correnti del pensiero contemporaneo la matematica è interamente costituita da proposizioni tautologiche.

 

TEORIA DEI TIPI

E’ la teoria creata da Russell per evitare l’antinomia che egli stesso aveva individuato in riferimento alla "classe di tutte le classi che non sono elementi di se stesse". Secondo questa teoria le entità individuali sono di tipo 0, le classi di individui sono di tipo 1, le classi di classi di individui sono di tipo 2, e così via. Il principio fondamentale della teoria è quello per cui in ogni proposizione ben formata il predicato deve essere di tipo superiore rispetto al soggetto.

 

TOLLERANZA

Il "principio di tolleranza", sostenuto da Carnap nella Sintassi logica del linguaggio (1934), afferma che sono possibili molteplici linguaggi alternativi governati al proprio interno da differenti regole sintattiche. Il fatto che una proposizione abbia o non abbia significato dipende, in tal modo, dalle specifiche regole interne al linguaggio in cui essa è costruita.


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IL PENSIERO MAGICO E L'ILLUSIONE 
DELLA RAZIONALITA' QUOTIDIANA

 A cura della Dott.ssa Monica Monaco

La magia è un fenomeno sociale molto diffuso che, sul piano psicologico individuale, si innesta facilmente su una predisposizione umana al pensiero magico, una forma mentale che contraddistingue il funzionamento cognitivo infantile. Questa forma di pensiero non abbandona mai totalmente la mente umana, perciò tracce del pensiero magico infantile sono facilmente rinvenibili anche nel pensiero adulto quotidiano.
L'analisi dei frequenti processi di scelta basati su modalità non razionali mette in evidenza la natura illusoria dell'uomo logico, un modello di perfezione creato sulla base di prototipi astratti della logica umana.

Pensiero logico e pensiero magico

Comunemente quando si parla di pensiero si fa riferimento ad una facoltà propria degli esseri razionali, sottolineando come quest'abilità si opponga all'azione impulsiva rappresentandone l'antitesi.Questa concezione riduttiva del pensiero si è cristallizzata negli anni a partire da alcune teorie psicologiche che, se da un lato hanno permesso di far luce su alcuni aspetti del pensiero umano e del suo sviluppo, dall'altro sono state frequentemente considerate un punto di arrivo di studi che dovrebbero, in realtà, rappresentare un punto di partenza per esplorare le numerose caratteristiche che contraddistinguono i complessi processi cognitivi umani.Il risultato è stato il diffondersi dell'equazione pensiero = logica, la quale ha fatto in modo che il pensiero razionale, definito anche pensiero ipotetico-deduttivo, venisse considerato a lungo come il pensiero umano per antonomasia.Per comprendere come questa forma di pensiero perfetto spesso lasci il posto ad altre, è necessario ricordare che il pensiero logico consente di ragionare in modo simile ad uno scienziato, formulando un'ipotesi relativa ad eventi presenti o potenziali e verificando tali ipotesi sulla realtà, seguendo operazioni logico-matematiche (addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, ordinamento, sostituzione, inclusione in classi, relazioni) e spazio-temporali (reversibilità, compensazione) (Miller P. H., 1983 ). E' facile intuire quindi come le decisioni fondate sulla logica ipotetico-deduttiva seguano le leggi e i principi della statistica e del calcolo probabilistico.Tuttavia, l'osservazione delle scelte in situazioni quotidiane è stata una preziosa fonte di studio che ha mostrato la frequente violazione di principi e di regole proprie della razionalità, mettendo in evidenza il ripetuto ricorso anche a forme di ragionamento che rientrano nella sfera del cosiddetto pensiero magico, o pensiero quasi-magico. (Giusberti F., Nori R., 2000 ).

 

Uno dei maggiori contributi che ha segnato la storia degli studi sullo sviluppo del pensiero umano è indubbiamente costituito dalla teoria dello sviluppo cognitivo di J. Piaget.
Piaget (vedi Lo sviluppo della moralità dall'infanzia all'età adulta), attraverso numerose osservazioni, ha tracciato le caratteristiche dei principali periodi o stadi dell'evoluzione del pensiero, dalla nascita all'età adulta, affermando che l'ultima tappa di questa naturale evoluzione è rappresentata dal raggiungimento delle abilità che appartengono alla sfera del pensiero ipotetico-deduttivo. 
Piaget è stato anche uno dei primi studiosi del pensiero magico e, a tal proposito, ha suggerito che questa modalità di funzionamento dell'apparato psichico è presente sia nel bambino che nella mente dell'uomo con un funzionamento di tipo primitivo; essa scomparirebbe poi completamente una volta raggiunti i livelli del pensiero operatorio concreto e formale, lasciando il posto alla logica ipotetico-deduttiva.

Oggi, la netta contrapposizione tra pensiero magico e pensiero razionale, che vedeva opposte la cosiddetta mentalità primitiva alla mentalità occidentale e che scindeva l'umanità in due tronconi, facendo per lungo tempo pensare che l'uomo moderno, simbolo di perfezione, fosse sempre e soltanto un pensatore scientifico, ha lasciato spazio ad una visione più realistica e intermedia.

Di conseguenza, pensiero magico e pensiero razionale si configurano come due strutture mentali conviventi nella mente adulta , due forme di pensiero in costante interazione nella quotidiana sperimentazione della realtà, entrambe presenti nell'uomo occidentale come in quello delle popolazioni primitive, sebbene la struttura del pensiero magico resti più evidente e facile da studiare nelle civiltà primitive e quella del pensiero razionale in quelle popolazioni che vivono nei Paesi Occidentali e più moderni (Lévy-Bruhl L., 1966 ).

La struttura del pensiero magico e le principali differenze con il pensiero logico

La descrizione della struttura e del funzionamento del pensiero magico è importante per poter comprendere come esso stia alla base, tanto delle credenze magiche più radicate, che di alcune convinzioni e atteggiamenti che guidano comportamenti quotidiani comuni. La caratteristica principale del pensiero magico è senza alcun dubbio quella che viene definita partecipazione.
Quest'ultima rappresenta infatti il fulcro attorno a cui ruota tutto il funzionamento di questa forma di pensiero, poiché attraverso essa viene percepito un rapporto fra due fenomeni che in realtà è assolutamente inesistente e non reale . La magia operata dal pensiero nasce poi dall'illusione che si stabilisce in un individuo che, più o meno inconsapevolmente, si convince, in virtù del suddetto rapporto fittizio, di poter modificare la realtà.
La facilità con cui questa modalità di funzionamento del pensiero può essere colta nelle popolazioni primitive è legata all'esistenza, in questi popoli, di simboli in cui il rapporto tra significante (simbolo stesso) e significato (oggetto o evento rappresentato) non è reale, ma è stabilito dalla mente sulla base di una relazione partecipativa che talvolta giunge alla consustanzialità. Il simbolo, in questi casi, è il rappresentato ed è sentito come l'oggetto stesso che rappresenta, il quale viene reso dalla partecipazione attualmente presente.

Una conseguenza significativa di questa modalità di pensiero è visibile nelle pratiche magiche, presenti in Occidente come nel resto del mondo, in cui l'azione sul simbolo (ad esempio un oggetto, quale una foto o un fazzoletto, di un soggetto che si desidera far innamorare) è ritenuta alla pari dell'azione sulla persona cui l'oggetto appartiene (De Martino E., 1948) .

L'azione magica si ottiene quindi quando si stabilisce una credenza di corrispondenza piuttosto che di simbolismo; in tal modo agire sul simbolo è uguale ad agire sul rappresentato e non invece come se si agisse sul rappresentato.
La differenza risiede nella credenza, nel sentimento, nella certezza che si struttura alla base dell'azione e in base alla quale si ritiene di agire sul simbolo e dunque, ipso facto, sul rappresentato. La partecipazione è una caratteristica forte in quanto è in grado di reggere e alimentare la strutturazione magica del pensiero, che talvolta sostiene le scelte e la vita intera di alcune persone, resistendo all'esperienza che frequentemente dimostra che l'oggetto-simbolo non è l'oggetto-persona/evento rappresentato.
Tante volte infatti un evento o un essere che si vorrebbe controllare o raggiungere sfugge alla presa; ad esempio, nelle tribù primitive la pioggia non arriva nonostante l'azione sul suo simbolo o il mimo della sua danza, così come una persona di cui si è innamorati non torna se si agisce un rituale sul suo fazzoletto o sulla sua foto. Tuttavia il pensiero magico sopravvive, nonostante i fallimenti della magia, perché esso si basa anche su un'altra caratteristica che lo mantiene in vita: l'impermeabilità all'esperienza.
Nelle persone in cui la mente segue prevalentemente una modalità di ragionamento magico, quando le esperienze contraddicono il loro pensiero non nasce il bisogno di spiegare l'insuccesso. Questo è possibile anche grazie al ricorso a giustificazioni in base alle quali l'accaduto è connesso all'intervento di altri fattori che lo possono giustificare, oppure facendo riferimento a premesse diverse da quelle su cui si fonda il pensiero logico e secondo cui le potenze invisibili che consentono la partecipazione agiscono secondo progetti oscuri e quindi in momenti inattesi, imprevedibili e incalcolabili (Jung C. G., 1942) . Così i fallimenti di un rituale magico possono essere attribuiti ad un errore di memoria, ad un errore nell'eseguire un rito, al volere degli spiriti o ad una contro-magia (Malinoswski B., 1925) .

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La rottura dell'organizzazione spazio-temporale , che rappresenta la principale differenza tra pensiero magico e pensiero logico, è un'altra caratteristica basilare della modalità magica di funzionamento del pensiero; essa agisce rendendo possibile una causalità artificiale, illogica e paradossale. Rispetto alla logica spaziale, la rottura operata dal pensiero magico consiste nella creazione di una coincidenza tra il tutto e le sue parti, anche quando essi vengono separati . Di conseguenza, per esempio, chi possieda anche una parte insignificante del corpo di una persona, ad esempio un capello o un'unghia, può convincersi di poter agire su di esso agendo sulla persona.
La rottura della logica temporale, che guida la causalità nel pensiero razionale, è presente in tutti quei casi in cui viene a stabilirsi un legame, tra una causa ed un effetto, privo di un momento temporale ben limitato . Questo avviene, ad esempio in alcune tribù, quando si intende guarire una ferita agendo su un'arma che l'ha provocata che viene sottoposta a particolari trattamenti. In questi casi, infatti, il pensiero non tiene conto che il rapporto causale è ben più di una relazione atemporale tra cose, essendo più precisamente un rapporto tra cambiamenti che avvengono in certi oggetti entro tempi stabiliti, così come quando una lancia ferisce un uomo incidendo un suo organo (Cassirer E., 1967 ).
Un'altra importante distinzione tra pensiero magico e pensiero logico risiede nella differente concezione dei simboli e, più precisamente, nel pre-simbolismo persistente nella prima forma di pensiero. Infatti, il pensiero magico è strettamente connesso ad uso primitivo dei simboli. Questi ultimi, durante lo sviluppo, inizialmente cominciano ad essere associati alle cose in base a riflessi condizionati e, successivamente, vengono staccati dalle cose per diventare strumenti plastici e mobili di espressione del pensiero. La magia si situa nell'area intermedia di questa evoluzione dei simboli, quella in cui i simboli sono ancora aderenti alle cose pur essendo già parzialmente staccati; quindi i simboli nel pensiero magico sono ancora concepiti come partecipi alle cose e sono utilizzati ad uno stadio pre-simbolico (Piaget J., 1955) .

 

Il pensiero magico nel corso dello sviluppo: fondamenti, forme di partecipazione e funzioni

Come è stato accennato, il pensiero magico, presente accanto a quello razionale nell'uomo adulto, rappresenta un retaggio della mentalità infantile; esso infatti è una modalità di ragionamento predominante nell'infanzia in cui assume il valore di un mezzo di adattamento . Durante l'età evolutiva sono molte le attività spontanee in cui questo processo psichico si manifesta; ne sono esempi alcune attività ludiche, grafiche e linguistiche in cui un bambino compensa situazioni reali frustranti.Il pensiero magico ha una duplice genesi, essendo basato su due fenomeni della mentalità infantile, uno di origine individuale e l'altro di ordine sociale. Si fa riferimento al primo fenomeno adottando il termine realismo e al secondo utilizzando il termine animismo.

 

  • Il realismo implica l'indifferenziazione e la confusione tra mondo interno (Io) e mondo esterno (non Io) ed è fondamentale affinché lo psichico possa invadere e permeare il fisico e viceversa, così come avviene nella struttura di pensiero in questione.

  • L' animismo comporta invece la convinzione che gli oggetti e gli eventi esterni siano dotati di propri sentimenti e volontà, che possono essere favorevoli oppure ostili (Miller P. H., 1983).

 

Il legame partecipativo, presente nel pensiero magico, può essere stabilito tra gesti, oggetti, eventi, pensieri e intenzioni, dando luogo a diverse tipologie o forme di partecipazione.

FORME DI PARTECIPAZIONE

TIPO DI PARTECIPAZIONE

CONSEGUENZA

ESEMPIO DI PENSIERO ASSOCIATO

Partecipazione tra gesti ed eventi.

Una persona che compie un gesto ritiene di poter influire su un evento.

Se si tiene in mano un oggetto portafortuna, l'interrogazione andrà bene.

Partecipazione tra pensiero ed eventi.

Una persona ritiene di poter modificare un evento della realtà con un pensiero.

Se si pensa intensamente ad una carta desiderata, sarà estratta dal mazzo.

Partecipazione degli oggetti tra loro.

Si utilizza un oggetto per agire su un altro oggetto-persona.

Se si strappano le foto dell'ex fidanzato/a verrà dimenticato/a.

Partecipazione di intenzioni

Intenzione di un oggetto o di una persona possa agire sulla volontà di un altro oggetto o persona.

Se si pensa che si vuole incontrare una persona al supermercato, questa andrà al negozio in questione.

La presenza del pensiero magico in modo predominante nella vita mentale infantile e la sua persistenza in età adulta è giustificata da tre principali funzioni , parzialmente sovrapponibili (Bonino S., 1994) :

 

FUNZIONI DEL PENSIERO MAGICO

Funzione difensiva , fondata sulla convinzione, che tale pensiero alimenta, di poter controllare la realtà; tale funzione è fondamentale in età evolutiva per affrontare situazioni che provocano angoscia o insicurezza. Essa è anche la ragione per cui in situazioni problematiche alcuni adulti regrediscono, facendo ricorso a questa forma di pensiero pur di non accettare ed affrontare la realtà.

Funzione propiziatoria , fondata sulla convinzione che ci siano forze che regolano gli eventi, che viene assolta in tutte quelle condizioni in cui si agisce in considerazione di tali potenze.

Funzione conoscitiva , per cui il pensiero magico riempie i vuoti delle altre forme di pensiero e rivela ciò che non può essere conosciuto secondo la logica.

 

Il pensiero magico nella vita quotidiana

Se lo sviluppo fosse a senso unico e la vita psichica non fosse suscettibile di blocchi e di regressioni, il pensiero magico probabilmente scomparirebbe totalmente nell'adulto. Tuttavia, leggendo gli esempi più frequenti delle diverse forme di partecipazione magica, ci si rende facilmente conto di quanto sia facile riconoscersi nell'utilizzo di qualcuna di esse. Le credenze nei rituali magici e la superstizione sono una manifestazione di un predominio del pensiero magico nella vita mentale, l'espressione del ricorso frequente o costante a capacità pre-simboliche di pensiero, un comportamento che è connesso ad un arresto più o meno parziale nello sviluppo di un simbolismo completo.Ma il pensiero magico si attiva anche quando sono presenti capacità simboliche complete, essendo avviato da particolari condizioni in cui il pensiero logico non ha a disposizione tutti i dati necessari per operare. L'attività di ragionamento del soggetto è infatti multideterminata; ciò significa che essa è influenzata sia da fattori generali, quali le capacità logiche possedute, che da fattori specifici individuali, come la preferenza di una modalità di pensiero piuttosto che di un'altra, e infine, in percentuale non meno importante, da fattori situazionali (Bonino S., Reffieuna A., 1999).Di conseguenza, è possibile individuare diversi esempi di comportamenti guidati dal pensiero magico che ricompaiono in diverse circostanze che si verificano nella vita di tutti i giorni e che implicano principalmente una rottura spazio-temporale nei principi di causalità e lo stabilirsi di una partecipazione . Essi a volte sono attivati nell'impossibilità di operare una stima di probabilità, altre volte sono accompagnati da un errore nel giudizio relativo alla probabilità che un evento si verifichi.

 

Un primo esempio delle condizioni in cui si attiva facilmente la modalità di pensiero magico è quello in cui ci si trova ad effettuare scelte in situazioni incerte o di rischio , ossia in condizioni che non consentono nessuna possibilità di valutare la probabilità che un evento si verifichi e che, conseguentemente, non consentono scelte razionali. Infatti, nelle scelte in cui è possibile apprezzare due alternative opposte, la logica comporta solo di valutare la migliore; un esempio sono le decisioni in merito all'acquisto dello stesso prodotto a due prezzi diversi. Nelle situazioni in cui si può stimare la probabilità di un evento, le scelte sono generalmente ancora guidate dalla logica che le adatta alla probabilità del verificarsi dell'evento in questione; un esempio è rappresentato dal caso in cui si scommette sull'uscita del numero 2 al lancio di un dado, evento che ha una probabilità di verificarsi semplice da calcolare, pari a 1/6.
Tuttavia, nella maggior parte delle scelte, le probabilità degli eventi o sono sconosciute o sono complesse da valutare e le scelte possono essere orientate verso le opzioni meno probabili. In queste condizioni infatti si determina quasi sempre un conflitto fra il desiderio che un evento si verifichi e la probabilità che ciò avvenga realmente . L'attivazione in queste condizioni del pensiero magico è testimoniata dalla violazione del principio della fissità del passato, che rappresenta un esempio della rottura spazio-temporale nei principi di causalità che guidano il pensiero logico. La violazione del principio della fissità del passato può essere considerato uno dei tanti comportamenti in cui in età adulta si manifesta ancora il pensiero magico. Essa determina la tendenza a considerare un evento E come dimostrazione evidente di un precedente evento A; in tal modo si suppone che un'azione attuale (E) possa causare uno stato (A) in realtà già determinatosi in precedenza.

Un esempio di questa violazione è riportato in una ricerca condotta alcuni anni fa (Giusberti F., Nori R., 2000)

Ad un gruppo di persone è stata data notizia che uno studio ha mostrato come una maggiore resistenza ai rumori sia riscontrata nelle persone con costituzioni fisiche più forti e dotate di buona salute. Una volta appresa questa notizia, in successive condizioni di rumorosità si è osservata, nel suddetto gruppo, una tendenza piuttosto diffusa a tollerare il rumore (giudicato sopportabile in tutti i casi). Questa tendenza è volta a dimostrare a se stessi di avere un organismo forte e in salute, facendo ricorso ad un pensiero magico che inverte le relazioni causali, illudendo che se si resiste al rumore si ha una costituzione fisica forte.
E' importante sottolineare come questa tendenza non sia stata riscontrata nei componenti di un secondo gruppo a cui la notizia sullo studio in questione non era stata riferita; essi infatti hanno mostrato maggiore sincerità nel valutare il fastidio degli stimoli rumorosi a cui sono stati sottoposti, nonostante fossero identici a quelli cui sono stati sottoposti quelli del primo gruppo.

In condizioni di probabilità ignota, quindi, la mente costruisce false relazioni causali, guidate dal desiderio di trovarsi in una condizione ambìta ma che in realtà è già preesistente. Le persone in questi casi agiscono come se potessero influenzare un risultato che è già predeterminato (la costituzione fisica).

 

Anche quando la probabilità è calcolabile, spesso il pensiero non segue il giudizio di probabilità, così come avviene in una particolare manifestazione del pensiero magico, costituita dal cosiddetto pensiero desiderativo (wishful thinking). Anche questa modalità di pensiero si attiva quando il desiderio assume il controllo del comportamento e fa in modo che gli eventi soggettivamente più desiderati vengano valutati come più probabili di altri meno desiderabili (Morlock A. H., 1967).

 

Un esempio tipico del pensiero basato sul desiderio è il seguente

Due case produttrici commerciali degli stessi prodotti organizzano entrambe un concorso a premi. La prima mette in palio un'automobile e la seconda una borsa da viaggio. Pur essendo riportato sulle confezioni dei prodotti che le probabilità di vincere la borsa sono maggiori rispetto a quelle di vincere l'automobile, il desiderio di vincere l'auto può guidare all'acquisto del primo prodotto, ignorando le scarse possibilità di vincita.

Questa modalità di pensiero magico può essere innocua la maggior parte delle volte che si stimano come più probabili gli eventi desiderati; essa tuttavia può risultare particolarmente rischiosa in quei casi in cui vengono considerati poco probabili (e così non è nella realtà) eventi negativi non desiderati.

 

Un esempio di pensiero desiderativo pericoloso è il seguente

La scienza medica ha verificato con numerosi studi che, quando si è colpiti da infarto, esiste un maggiore rischio di ricadute se si continua a fumare.Diversi infartuati tuttavia non riescono a smettere di fumare, sottovalutando il rischio reale testimoniato dai dati statistici sull'incidenza del fenomeno e lasciandosi guidare dal forte desiderio di continuare a fumare.

 

 

Un'altra forma molto comune di manifestazione quotidiana del pensiero magico è costituita dai rituali. Essi sono costituiti da abitudini che assumono il valore di possibilità di controllare gli eventi reali ; essi sono legati a tutti gli esempi di partecipazione che sono stati riportati in precedenza.

 

Esempi di rituali

Tutti, più o meno, fanno ricorso a rituali. Essi diventano più frequenti quando ci si trova in condizioni di ansia e aumenta il desiderio di controllare la realtà.Ne sono esempi l'uso di uno stesso vestito per fare un esame, lo scendere dallo stesso lato del letto ogni mattina, l'allenarsi allo stesso orario la settimana prima di una gara, l'uso di un oggetto come portafortuna o il lasciare fuori dall'armadio l'ombrello per scongiurare che non si rimetta a piovere.

 

I rituali possono non interferire con la vita di una persona, ovviamente a patto che non diventino, come in alcuni casi, comportamenti rigidi e centrali.

Conclusioni

Uno dei compiti più frequenti che ci viene richiesto quotidianamente è quello di prendere delle decisioni. Le scelte che sono richieste spesso non sono tutte ugualmente importanti; alcune sono abituali, come quelle che riguardano cosa mangiare a colazione, come vestirci per andare a lavoro; altre sono saltuarie, come quelle che riguardano l'acquisto di un libro. Esistono poi delle scelte di maggiore rilevanza come quelle che concernono l'acquisto di un appartamento, la scelta di un corso di studi o di un partner.Queste importanti decisioni devono tenere in considerazione sia aspetti concreti, come caratteristiche o fatti, che aspetti meno tangibili, come i desideri, le emozioni altrui o la probabilità che accadano determinati eventi. La conoscenza delle modalità di ragionamento legate al pensiero magico può aiutare a diventare più consapevoli delle scelte in cui esso può essere chiamato in causa senza rischi e di quelle in cui questa forma di pensiero, sostituendo le capacità di giudizio razionali, potrebbe divenire pericolosa.

Bibliografia

 

  • Bonino S., 1994, Dizionario di Psicologia dello sviluppo (stadio operatorio formale), Einaudi, Torino.

  • Bonino S., Reffieuna A., 1999, Psicologia dello sviluppo e scuola elementare. Dalla conoscenza all'azione, Giunti, Firenze.

  • Cassirer E., 1964, Fisolofia delle forme simboliche, vol. II: il pensiero mitico, La Nuova Italia, Firenze.

  • De Martino E., 1984, Magia e civiltà, Garzanti, Milano.

  • De Martino E., 1948, Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Boringhieri, Torino.

  • Giusberti F., Nori R., 2000, Il pensiero quasi-magico, in 'Psicologia Contemporanea', 160, 50-55.

  • Jung C. G., 1950, Psicologia e alchimia, Astrolabio, Roma.

  • Lévy-Bruhl L., 1966, La mentalità primitiva, Einaudi, Torino.

  • Malinoswski B., 1925, Magic, Science and Religion, Doubleday Anchor Books, New York.

  • Miller P. H., 1983, Teorie dello sviluppo psicologico, Il Mulino, Bologna.

  • Morlock A. H., 1967, The effect of outcome desiderabilità on information required for decision, in 'Behavioural Science', 12, 296-300.

  • Piaget J., 1952, trad it. La psicologia dell'intelligenza, Giunti-Barbera, Firenze.

  • Piaget J., 1955, La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Einaudi, Torino.

  • Piaget J., 1977, trad it. Adattamento vitale e psicologia dell'intelligenza, Giunti-Marzocco, Firenze.

Fonte: www.benessere.com


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L'ordine dialettico e la legalità universale nel pensiero eriugeniano

1. Introduzione ^

Volendo tentare di mettere in luce la nozione eriugeniana di ordine inteso come regola interna al ragionamento e alla costruzione del discorso fondato rettamente, abbiamo scelto di avviare la nostra analisi a partire dalla considerazione di alcune occorrenze significative del termine ordo. Abbiamo, inoltre, ristretto il campo della nostra indagine a tre trattati di Giovanni Scoto, il De divina praedestinatione, il Periphyseon e le Expositiones super ierarchiam coelestem, testi in cui si può registrare la presenza più significativa del termine ordo, tralasciando dunque le opere eriugeniane di traduzione, che avrebbero comportato un confronto serrato con gli originali greci.

Sulla base di un'analisi testuale delle occorrenze in cui ordo compare insieme a genitivi come verborum, sermonis o ratiocinationis o in cui, in relazione al contesto della frase esso assume l'accezione di ordine dell'argomentazione, abbiamo tentato di giungere ad alcune conclusioni sulla funzione che questa nozione assume nel pensiero eriugeniano in relazione a una molteplicità di fattori: in primo luogo la concezione eiugeniana delle arti liberali e della dialettica, alcuni tratti sommari della concezione dell'ordine come ordo universalis e soprattutto come lex, infine la relazione e il confronto con un autore con cui Giovanni Scoto intrattiene un costante dialogo, lo Pseudo-Dionigi.

Per favorire una maggiore fruibilità del nostro lavoro abbiamo fornito una nostra traduzione dei testi citati; per questi testi abbiamo impiegato le edizioni critiche riportate nella piccola nota bibliografica: rimane aperta, evidentemente, la questione del Periphyseon, di cui non esiste tuttora un'edizione critica integrale. Nella consapevolezza dei problemi che sorgono da quest'assenza, noi abbiamo scelto di basarci sull'edizione Jeauneau contenuta nel Corpus Christianorum per quanto riguarda i primi tre libri, e sull'edizione della Patrologia latina per gli ultimi due.

2. La legalità del discorso nel De praedestinatione ^

Il termine ordo appare per la prima volta nel De divina praedestinatione nel contesto di un richiamo all'ordine dell'argomentazione, dopo una digressione sul libero arbitrio e la natura dell'uomo:

Quae cum ita sint, ordo rerum quas exsequendas esse praesentis cause flagitat utilitas consequenter postulat ut, quoniam malorum omnium quorum deus auctor non est eius quoque necessario effectivam causam non esse praedestinationem aperte rationis regulis, ut opinor, confectum, ex praescientia dei firmissima sumamus argumenta, ea scilicet monstraturi primo quemadmodum praescientia dei peccata quae prescit fieri non cogit, ita eius praedestinatio peccata quae nunquam praedestinat fieri non efficit (De praed., 5, 4-12).

Stando così le cose, la successione delle questioni richieste dall'utilità della nostra argomentazione impone che, poiché si è arrivati alla conclusione, seguendo le regole del ragionamento, che la causa efficiente di tutti i mali di cui Dio non è autore non è la predestinazione, assumiamo argomenti saldissimi riguardo la prescienza divina, per mostrare, cioè, che come la prescienza divina non costringe all'esistenza i peccati che preconosce, così la sua predestinazione non rende effettivi i peccati che predestina.

L'accezione di successione argomentativa che qui è assunta da ordo è accentuata ulteriormente dalla presenza di un richiamo forte alle regole che presiedono al retto ragionamento, regulis rationis, e che sono state impiegate nel corso della trattazione per giungere a delle conclusioni certe e fondate. Questa attenzione alla regola, o legge, del ragionamento costituisce come vedremo una preoccupazione costante nello sviluppo dell'opera eriugeniana, che va interpretata da un lato in relazione alla concezione eriugeniana della filosofia come vera religione e delle arti liberali come strumenti indispensabili della deificazione, dall'altro in relazione alla nozione di ordine come legalità che percorre tutti e tre i trattati che stiamo esaminando.

Proprio all'inizio del De praedestinatione, nel primo capitolo, si trova una definizione molto netta di filosofia, funzionale a individuare gli strumenti e il metodo di dispiegamento del ragionamento nell'ambito del trattato: la filosofia non è diversa dalla vera religione. «Si conclude dunque che la vera filosofia è vera religione, e reciprocamente che la vera religione è vera filosofia» (De praed., 1, 1, 16-18). L'amore della sapienza coincide con la vera religione, con cui la somma causa di tutte le cose è indagata razionalmente e resa oggetto di culto; le regole dell'uno sono le medesime regole dell'altra. In questo passo fondamentale, Scoto approfondisce e radicalizza l'affermazione agostiniana dell'identità di filosofia e religione, mostrando una particolare attenzione da un lato all'illustrazione delle parti di cui si compone lo studio della sapienza (diairetica, euristica, apodittica, analitica), dall'altro alla giustificazione dell'impiego dell'arte della dialettica in ambito teologico.

«Affinché noi difensori della verità non diamo l'impressione di lottare inermi contro gli assertori del falso, non incongruamente faremo ricorso alle regole dell'arte della disputa» (De praed., 1, 3, 45-47): la conoscenza delle leggi che presiedono all'articolazione di un retto discorso è indispensabile strumento di smascheramento delle false argomentazioni, costruite attraverso un impiego fraudolento della retorica. La prima giustificazione del ricorso alla filosofia si dà come esigenza apologetica di fronte alle insidie dell'eretico, il quale deve essere svelato come colui che costruisce false argomentazioni: nel discorso dell'eretico è contenuto un errore di natura logica, che va individuato. Ma la pertinenza della dialettica alla teologia, quindi alla ricerca della verità, trova la sua più compiuta fondazione nella sua individuazione come dono divino, cioè dato di creazione, originario e non prodotto artificialmente dall'uomo. Nel pensiero eriugeniano, dal De praedestinatione alle Expositiones, le arti liberali rivestono un ruolo assolutamente cruciale: beneficio divino, esse sono facoltà della mente, cui sono coeterne, necessarie al recupero di quella conoscenza di Dio innata nell'uomo, che è stata compromessa dalla caduta. L'insieme delle arti, archetipo eterno della perfetta conoscenza, e allo stesso tempo facoltà interna alla mente umana, è considerato nel De praedestinatione, ingrediente indispensabile lungo il percorso di avvicinamento cognitivo a Dio, strumento senza il quale il rischio dell'eresia, e della perdizione che ne consegue, diviene quasi inevitabile. Questa concezione delle arti come dato di creazione, già presente nel De praedestinatione, troverà un ben più ampio sviluppo successivamente.

Se nelle arti liberali, e dunque nello studio della sapienza, si incontrano regole certe e immutabili, garanti della rettitudine del ragionamento che si sta dispiegando, è a una nozione più ampia di legalità che bisogna ricorrere per motivare la fondatezza di un ordine argomentativo che si vuole infallibile. L'ordo della trattazione non è cosa distinta da un ordine ben più ampio, l'ordo rerum, l'ordo dell'intera realtà. Nelle regulae della dialettica si rispecchia una lex universale, di cui tenteremo di mettere in luce il carattere.

In due accezioni differenti, ma correlate, riappare il termine ordo in 6, 3:

Quae quanquam in ordine suo recte locata sint et suam quandam pulchritudinem peragant, perversi tamen animi est et inordinati eis sequendi subiici, quibus ad nutum suum ducendis potius divino ordine ac iure praelatus est (De praed., 6, 3, 78-81).

Queste cose sono rettamente collocate nel proprio ordine e si ammantano di una certa propria bellezza, tuttavia è proprio di un animo perverso e disordinato sottomettersi ad esse, quando dovrebbe piuttosto ridurle al proprio comando, secondo l'ordine e il diritto divini.

La duplicità di significato che qui si manifesta nell'uso del termine ordo, ha la sua genesi nella parola greca táxis, che sembra averla trasmessa alla sua corrispondenza latina: se da un lato ordo sta a indicare originariamente una schiera, una successione regolare, una fila, e in maniera più ampia, quindi, una struttura ordinata a carattere spaziale, dall'altro esso allude anche al comando, al principio o metodo, che conferisce un assetto ordinato, che trae cioè il reale dal caos e lo muta in un insieme retto da una legge armonica. Il carattere spaziale della prima accezione in cui viene impiegato il sostantivo è accentuato dal verbo che lo accompagna, locare in suo ordine, che si riferisce alla costituzione esterna dell'oggetto, al suo essere collocato all'interno di un contesto strutturato verticalmente; se all'interno di tale contesto ogni realtà possiede un rango differente dalle altre, il mantenersi nella propria posizione, adempiendo alla propria funzione stabilita dal comando divino, ammanta di bellezza la creatura (et suam quandam pulchritudinem peragant).

Il disordine dell'animo umano consiste nel piegarsi di fronte alla bellezza del creato, nell'assoggettarvisi anziché ricondurla a gloria del creatore. Il peccato è infrazione dell'ordine nei due sensi del termine, disobbedienza alla legge divina che fonda l'ordine e conversione di una natura superiore ad adorazione di ciò che è ordinato sotto di lei e che essa dovrebbe governare. Si potrebbe dire che la sregolatezza dell'animo consista proprio nella superbia che non ha rispetto dei gradi e delle differenti dignità secondo le quali è stata creata la totalità, che osa tentare di sovvertire la scala gerarchica degli esseri e dei beni. Il disordine dell'animo umano consiste nel piegarsi di fronte alla bellezza del creato, nell'assoggettarvisi anziché ricondurla a gloria del creatore. Il peccato non è sostanza, non può essere annoverato tra le realtà perché ogni realtà proviene da Dio, né è un male l'oggetto desiderato dall'anima peccatrice nell'insonnia della sua libido, poiché ogni creatura ha la sua origine ultima in Dio. In questo movimento di conversione verso ciò che è ordinato al di sotto di sé, in questo movimento di umiliazione della dignità dell'anima umana, creata perché permanesse nella contemplazione delle realtà eterne, si consuma il peccato.

Il male è dunque corruzione della bellezza, dell'onestà, dell'integrità, è diminuzione e compromissione di tutto ciò che concorre a dar vita all'ordine armonico del creato, stabilito e costituito nella legge divina. Ma quale funzione riveste tale legge nell'ambito del De praedestinatione? La predestinazione divina è una lex: in questa definizione si ritrova, a conclusione del trattato, il filo di tutto il ragionamento eriugeniano. La predestinazione fonda un ordine universale, il quale costituisce il suo vero oggetto, in luogo dei destini individuali dei reprobi e degli eletti; essa non è l'intervento a carattere personale di un potere intollerante che qualcosa sfugga al suo controllo, persino la sorte dei malvagi. La diversificazione dei destini umani appartiene all'ambito della responsabilità morale dell'uomo e si mantiene all'interno di una lex che costituisce la manifestazione propria, e mediata, dell'onnipotente volontà divina. Lo stesso rapporto tra Dio e l'uomo, qui chiamato in causa, non può essere astratto dal contesto di una visione della realtà come cosmo, nel senso pregnante del temine: esso va ripensato secondo la nozione di legge divina e di ordine.

Come ha sottolineato Gianluca Potestà, la concezione gotescalchiana dell'onnipotenza divina comportava una svalutazione e relativizzazione dell'autorità e delle gerarchie umane: la visione di un universo in cui non si dà alcuna mediazione tra il creatore e la creatura, sulla quale egli esercita un potere illimitato, metteva evidentemente in crisi la funzione stessa della Chiesa.

Non a caso la questione dei sacramenti e del loro ruolo ai fini della salvezza del cristiano costituiva uno dei nodi centrali della controversia: uno degli aspetti della dottrina di Gotescalco che destava nei suoi avversari le maggiori preoccupazioni era l'affermazione che il sangue del Cristo avesse redento tutti gli eletti una volta per sempre. In questo caso, infatti, non solo i reprobi, dannati per sempre alla perdizione, sarebbero risultati del tutto esclusi dalla Chiesa, ma anche ai fini della salvezza degli eletti i sacramenti avrebbero perso ogni reale funzione, e con essi i loro ministri.

Si comprende bene come ciò che distanziava Gotescalco ed Eriugena non era soltanto una diversa concezione del rapporto tra Dio e l'uomo, ma anche del potere e dell'autorità umana.

A partire dal XVI capitolo si ha un incremento significativo dell'impiego del termine ordo e delle varie forme del verbo ordino: negli ultimi tre capitoli ordo appare in stretta relazione con il termine lex per sei volte,1 nel solo capitolo XVII si incontrano in successione naturalem ordinem, ordine universitatis, auctor et ordinator, iustissimus ordinator, poenarum ordinem, pulchre ordinari.2

Questi esempi rafforzano l'ipotesi per cui al tentativo eriugeniano di fondazione di un ordine universale è strettamente legato il ripensamento della nozione di lex. Se in particolare nel penultimo e nell'ultimo capitolo il termine ordo viene impiegato in un'accezione di sapore fortemente giuridico, che ne sottolinea il suo avere origine nella lex e nello ius divini, l'allusione frequente al disponere o constituere in recto ordine fa riferimento anche a una visione complessiva della struttura ultima della natura e del creato, di cui il creatore è, come il demiurgo platonico, l'ordinator iustissimus nella misura in cui il progetto divino della creazione non si presenta come il prodotto di un arbitrio personale, in cui è impossibile rintracciare una legge unitaria, ma si media scandendosi secondo un trama immutabile e universalmente riconoscibile.

Rimane il nodo principale della questione: la gerarchia, stabilita nella lex divina, è definitivamente compromessa dal peccato dell'uomo, l'integrità della natura violata, la coerenza del creato spezzata?

La risposta di Giovanni Scoto a questo quesito non può che essere una (De praed., 8, 4, 67-70): i moti della volontà perversa non possono trascendere e superare la disciplina del creatore, sono ricondotti, anzi, entro congruis ordinibus; la volontà dei malvagi è una volontà frustrata, che si scontra inesorabilmente con la ferrea e inflessibile legge che regge l'universo riconducendo a un insieme significante un mondo pullulante di disarmonie apparenti, disarticolato e frammentato. Ogni peccato, qualsiasi libido agiti nel profondo la creatura, nel suo inevitabile fallimento, nel suo infrangersi contro l'invalicabile muro della lex divina, è destinata a tradursi in una delle innumerevoli voci che partecipano al coro dell'universo, che dalle dissonanze produce l'armonia più dolce. Il supplizio eterno, identificato come conato a vuoto della volontà malvagia si precisa meglio come il vano movimento di fuga dai confini naturali dell'universo definiti dalla lex: la volontà dannata dovrà servire le leggi a cui aveva voluto ribellarsi, la sua ribellione sarà costretta a trasformarsi in servitù eterna, la sua superbia in perenne umiliazione, la sua libido in frustrazione senza fine. In questo servire contro voglia, in questo doversi piegare, si consuma il dramma più crudele della volontà umana. In questo, che è il peggior tormento che l'uomo avrebbe potuto guadagnarsi con la sua caduta, nemmeno paragonabile a quei supplizi del corpo partoriti dall'immaginazione, ogni turpitudine, ogni corruzione, viene riassorbita nell'onnicomprensivo ordine divino.

Se l'ordine naturale è stabilito dall'eternità dalla lex divina, non c'è distanza tra natura e volontà divina che vengono a coincidere nella struttura che regge e permea tutto il creato.

Quest'ampia digressione sulla nozione di legge che si delinea nel corso del De praedestinatione acquista senso nell'ambito della nostra ricerca solo se la questione della dialettica e del suo ordo viene ricondotta all'interno del quadro sin qui delineato, che oltretutto non investe solo il primo trattato eriugeniano, bensì costituisce una vera e propria costante nello sviluppo successivo del suo pensiero.

Solo in relazione a questa attenzione così viva alla problematica della lex e della sua immutabilità, si comprende può comprendere a fondo tutta la portata che assume l'argomentazione di Giovanni Scoto sulla natura umana e sul mantenimento del libero arbitrio nell'uomo anche dopo il peccato originale: ammettere che l'integrità della natura sia stata compromessa dal peccato dell'uomo comporterebbe l'ammissione di una permanenza eterna del male all'interno dell'universo e di una sconfitta perenne del bene. Ma soprattutto insinuerebbe un elemento di intrinseca debolezza nella volontà divina, che non sarebbe più in grado di garantire l'ordine naturale che con essa si identifica. Il tema delle conseguenze della caduta, in rapporto alla necessità di garantire la salvaguardia dell'ordine universale a dispetto del tentativo di suo sovvertimento attuato dall'uomo, avrà un lungo sviluppo nel Periphyseon: l'errore lascia una traccia nella natura dell'uomo, basti pensare alla lunga riflessione eriugeniana, contenuta nel quarto libro del Periphyseon, sulla divisione in sessi come conseguenza del peccato originale, sulla scorta del De hominis opificio di Gregorio di Nissa. La capacità di conoscenza e dunque di partecipazione all'illuminazione divina è inevitabilmente compromessa dall'assunzione di un corpo corruttibile e soggetto al divenire, creato da Dio per l'uomo in previsione della sua caduta; ma ciò che non può in nessun modo essere ammesso è che la facoltà di conoscenza, la volontà, il libero arbitrio siano stati distrutti sin nella radice dal peccato: essi devono, infatti, mantenersi anche nell'uomo caduto, perdendo tuttavia la propria efficacia.

L'ordine dialettico, nelle cui strutture portanti si rispecchia l'ordine universale stesso stabilito dalla e nella invalicabile lex divina, in questo contesto appare più chiaramente come lo strumento indispensabile di recupero delle facoltà cognitive dell'uomo, compromesse, ma non distrutte dal peccato; la capacità di impiego delle arti liberali si identifica con la capacità di lettura dell'ordine del reale, e dunque con la capacità di interpretazione e adeguazione al comando divino. La successione delle argomentazioni nella costruzione del retto ragionamento, nel suo rispondere e rispecchiare una lex ben più ampia, scandisce il percorso interiore dell'uomo, che è un percorso di purificazione e progressivo avvicinamento alla verità, ma al contempo un intimo percorso di recupero delle facoltà cognitive perdute nella caduta.

3. L'ordo dialettico come struttura del trattato nel Periphyseon ^

La contestualizzazione della questione dell'ordo dialettico in relazione alla nozione di lex uiversalis, che abbiamo tentato di compiere nel caso del De praedestinatione, mantiene tutta la sua validità anche per il Periphyseon. I punti di contatto, infatti, tra il complesso di concezioni in merito alla legalità della creazione, al peccato e alla pena, elaborato per la prima volta nel De praedestinatione, e il Periphyseon sono numerosi: in particolar modo proficuo è, in questa direzione, il confronto tra il primo trattato eriugeniano e la prospettiva escatologica espressa nel V libro del Periphyseon. Ciò che è chiamato in gioco è, qui come nel De praedestinatione, la questione dell'origine del male, che postula la formulazione di una dottrina del peccato e del castigo escludente ogni responsabilità divina e idonea a garantire la sostanziale positività del creato.

quis nisi amens dixerit, naturalia bona causarum peccandi acceptiva esse posse, vel ab eis peccatum oriri? Si enim acceptiva sunt, naturalis in eis pulchritudo corrumpitur, dignitas minuitur, immutabilitas vacillat, ordo titubat (Periphyseon, PL, V, 974.35-39).

Chi, se non qualcuno privo di senno, potrebbe affermare che i beni naturali possano contenere in sé le cause del peccato o che da essi il peccato abbia origine? Se infatti le contengono, la loro naturale bellezza ne è corrotta, la dignità menomata, l'immutabilità vacilla e l'ordine barcolla.

L'ammissione che il peccato dell'uomo abbia potuto in qualche modo comportare una diminuzione o una corruzione nei beni naturali, o che dall'essere abbia potuto avere origine il peccato, metterebbe in crisi l'immutabilità del mondo, la sua positività originaria: l'ordine stesso della totalità del creato sarebbe messo in discussione. Ordo è accostato a pulchritudo, dignitas, immutabilitas, attributi indivisibili dell'essere.

Una precedente definizione della natura del peccato, che richiamava anch'essa la teoria espressa nel De Praedestinatione, si trova già nel IV libro:

Ordo itaque divinae legis erat, primum Creatorem cognoscere ejusque ineffabilem pulchritudinem, deinde creaturam rationabili sensu mentis nutibus obtemperante considerare, totamque ipsius pulchritudinem, sive interius in rationibus, sive exterius in formis sensibilibus, ad laudem Creatoris referre. Hunc autem divinae legis ordinem superbiendo spernens, Creatoris sui amorem et cognitionem materialis creaturae exteriori pulchritudini postposuit, ac per hoc periculum divinae indignationis incurrit, mortemque corporis et animae totiusque naturae perditionem incidit, quia divinae legis justissimam pulcherrimam seriem servare neglexit (Periphyseon, PL, IV, 843.32-45).

Il comando della legge divina era, in primo luogo, di conoscere il Creatore e la sua ineffabile bellezza, poi di considerare la creatura con il senso razionale sottomesso agli ordini della mente, e di ricondurre tutta la sua bellezza, sia quella che si genera interiormente nei ragionamenti, sia esteriormente nelle forme sensibili, a lode del Creatore. L'uomo, disprezzando nella sua superbia quest'ordine della legge divina, pose la conoscenza e l'amore del suo Creatore dopo la bellezza esteriore della creatura materiale, e perciò sperimentò l'indignazione divina e cadde nella morte del corpo e nella perdizione dell'anima e dell'intera natura, poiché non volle osservare il giustissimo e bellissimo ordine della legge divina.

Il termine ordo viene impiegato due volte con il significato di comando impartito dalla legge, ma in modo da sottolineare il contenuto positivo della legge stessa nella prima occorrenza e invece il senso imperativo, in connessione con l'atto di disubbidienza, nella seconda. Nel primo caso infatti esso regge una frase dichiarativa che precisa il precetto stabilito dalla e nella legge divina, nel secondo caso invece è l'oggetto del verbo sperno (il cui soggetto è l'uomo), che esprime l'atto estremo di disprezzo, appunto, compiuto dall'uomo nei confronti della successione gerarchica stabilita nel comando divino.

Il peccato si configura, infatti, come un assoggettamento della volontà alla bellezza sensibile, un godimento cieco e fine a se stesso delle bellezze create originariamente perché conducessero anagogicamente l'anima alla contemplazione del Creatore. Il godimento per sé del bello sensibile recide il legame significante, che fa, nella prospettiva della teologia negativa, di ogni oggetto sensibile una teofania, e della bellezza sensibile una effusione del Bello soprasostanziale di cui essa è rimando e significazione. L'atto di disprezzo del peccatore si traduce in tentativo sovversivo nella misura in cui esso è sottrazione all'ordine che sottomette l'esteriore materiale all'interiore intellettivo, ed è mancato adempimento alla propria funzione e al proprio ordine interiore stabiliti originariamente nella creazione.

L'oggetto della punizione divina non può essere, dunque, un prodotto della fecondità creatrice di Dio; al contrario, la pena, pur consumandosi entro e non al di fuori dei limiti della natura creata, avrà come oggetto i moti della volontà perversa, che non sono naturali e dunque non sono creati. La volontà sarà tormento a se stessa, i desideri libidinosi, concepiti in questa vita, saranno fonte rinnovata di supplizio nell'altra.

Se tutto ciò che è stato prodotto dai moti irrazionali della creatura non è riconducibile al creatore, e dunque non comporta una sua responsabilità nell'esistenza del male, allo stesso tempo non può essere concepito al di fuori dei confini determinati dalla divina provvidenza: ritorna anche nel Periphyseon quello che può essere considerato uno dei temi dominanti della prima opera eriugeniana, l'impossibilità di evasione dai confini stabiliti nella lex universale.

Et jam, ni fallor, intelligis, non solum omne, quod ab uno Deo creatum est, verum etiam omne, quod irrationabilis motus rationabilis et intellectualis creaturae supermachinatus est, et nunc intra ordinem divinae providentiae contineri, et tunc post universalis creaturae in suas causas reditum inque ipsum Deum ordinandum fore, quando totius universitatis conditae plenissima perficietur pulchritudo. Neque hoc mirum, dum nulla natura aliam naturam punire, nullum vitium virtutem, qua continetur, possit corrumpere; et non solum hoc, sed ex his omnibus intra divinas leges ordinatis omnium plenitudo naturarum et formositas complebitur, omnium visibilium et invisibilium consona absque ulla dissonante harmonia modulabitur (Periphyseon, PL, V, 965.19-34).

E già, se non mi sbaglio, comprendi come, non solo tutto ciò che dall'unico Dio è stato creato, ma anche tutto ciò che il moto irrazionale della creatura razionale e intellettuale ha artificialmente congegnato, è ora contenuto entro l'ordine della divina provvidenza, e allora, dopo il ritorno dell'universo creato nelle sue cause e in Dio stesso, sarà ordinato, quando sarà condotta a perfezione la pienissima bellezza della totalità creata. Né questo è strano, quando nessuna natura potrebbe punirne un'altra, nessun vizio corrompere la virtù dalla quale è contenuto; e non solo, ma dall'insieme di tutto ciò che è ordinato entro le leggi divine sarà colmata la pienezza e la bellezza delle nature, sarà modulata l'armonia concorde, priva di dissonanze, di tutte le cose visibili e invisibili.

I prodotti delle macchinazioni umane sono contenuti entro l'ordine della provvidenza divina, come saranno ordinati dopo il reditus dell'intera natura: l'impiego del termine lex, retto dal participio perfetto del verbo ordino, rafforza la sfumatura giuridica assunta da ordo e ordino, accentuandone l'aspetto cogente. La permanenza entro le divinas leges è garanzia, inoltre, della dimensione estetica della natura, poiché fonda l'armonica conciliazione delle creature visibili e invisibili e il raggiungimento di una piena formositas.

All'interno dell'onnicomprensivo disegno divino, infatti, tutto ciò che appare malvagio, turpe o empio è costretto a mutarsi nel proprio opposto nella prospettiva dell'universalità della natura, è costretto a cozzare contro i limiti della lex, che obbliga ciò che voleva scagliarsi contro la natura stessa a mutarsi in una delle disparate voci concorrenti a dar vita al coro dell'universo.

È certamente significativo che si possa registrare un incremento sensibile dell'impiego del termine lex proprio nel contesto della trattazione sul destino dell'umanità dopo la morte; l'insistenza con cui Giovanni Scoto sottolinea il nesso tra i supplizi riservati agli empi e le leggi divine che li regolamentano, testimonia la necessità di riassorbire entro una concezione legalitaria dell'universo, tutto ciò che potrebbe comportare una contraddizione nell'economia generale della creazione. Si tratta di un nucleo speculativo già presente nel De praedestinatione, che non investe soltanto la prospettiva escatologica dominante nel V libro del Periphyseon, ma getta luce sulla più generale concezione eriugeniana dell'ordine della natura e, conseguentemente, dell'ordine dialettico.

Non solo in un numero di testi abbastanza consistente ordo compare per indicare l'ordine dell'argomentazione o della costruzione del discorso, ma è proprio in questa accezione, come nel De praedestinatione, che il termine fa la sua prima apparizione all'interno del Periphyseon:

Recte aestimas. Sed quo ordine ratiocinationis via tenenda sit, hoc est de qua specie naturae primo discutiendum, tuo arbitrio committo (Periphyseon, I, 40-43).

Giudichi rettamente. Ma secondo quale ordine del ragionamento sia da tenere la strada, cioè di quale specie della natura si debba discutere prima, lo affido al tuo giudizio.

L'ordine del ragionamento segna la via da seguire nella scelta della successione degli argomenti da trattare. I testi in cui il termine compare in contesti di richiamo all'ordine del discorso o di scelta degli argomenti da affrontare sono abbastanza numerosi. Se in alcuni di essi la scelta sembra essere affidata all'arbitrio del maestro (Periphyseon I, 3062; I, 3240-3241; II, 575), e comunque interna a un rapporto pedagogico con il discepolo, in diversi altri testi i verbi utilizzati, exigo, pono, expeto, presuppongono un ordine cogente, che va seguito nell'articolazione del trattato (Ibidem, I, 3476-3478; II, 40; II, 2324-2325; III, 2421). In alcune occorrenze, infine, la presenza del genitivo rerum, retto da ordo, testimonia la stretta corrispondenza tra l'articolazione del discorso e la struttura intima della realtà:

Non aliter ordo rerum exigit (Periphyseon, II, 26).

De his omnibus quae tibi, ut dicis, non clare patescunt alium disserendi locum ordo rerum expetit (Periphyseon, II, 570-571).

Riguardo a tutte queste cose che, come dici, non ti risultano chiare, l'ordine delle cose esige un altro luogo di discussione.

Sed quia pars sensibilis mundi maxima est corpus humanum, non mole sed dignitate rationalis animae, qua formatur et vivificatur et regitur et continetur, de ipsius reditu tractare ordo rerum exigit et disputationis series, ni fallor (Periphyseon, PL, V, 898.38-43).

Ma poiché la parte più importante del mondo sensibile è il corpo umano, non per la mole, ma per la dignità dell'anima razionale da cui è formato, vivificato, retto e contenuto, l'ordine delle cose e la successione dell'argomentazione richiede che si tratti del suo reditus, se non sbaglio.

Il richiamo all'ordine dell'argomentazione costituisce, come si è visto, una preoccupazione sempre abbastanza presente in Eriugena, che sembra fare mano a mano il punto della trattazione; questa frequenza pone evidentemente la questione, lo avevamo già detto, della struttura interna del Periphyseon.

Le interpretazioni degli studiosi in merito sono alquanto discordi; secondo il Cappuyns, ad esempio, la divisione della natura in quattro specie mal si accorda con la dialettica ascendente e discendente che costituisce la nervatura del trattato, essendo troppo statica e costringendo l'autore a dare molto più spazio alla divisione che al reditus.3

È vero che l'assenza di una edizione critica integrale del testo rende ancora più difficile la lettura di una struttura, già complessa, ma in più complicata dalla stratificazione delle tre recensioni successive, derivate dall'incorporazione nel testo primitivo di una serie di note marginali. Tuttavia il Jeauneau4 legge anche nelle numerose e lunghissime digressioni un piano coerente dell'opera, che rivelerebbe una traiettoria elicoidale, in cui a ogni tappa successiva si incontrano i medesimi temi già affrontati, ma in una prospettiva differente e sempre più approfondita. Giovanni Scoto, dunque, sembrerebbe voler ricreare l'universo, non solo rimodellando, ma anche rifondando tutto il materiale concettuale che egli giunge a toccare; una ricreazione che seguirebbe il doppio movimento di discesa e risalita entro i due poli metastorici rappresentati dalle cause primordiali e dalla riunificazione finale.

Ci sembra interessante riportare anche la chiave interpretativa proposta dall'Allard,5 secondo il quale il Periphyseon si presterebbe a tre differenti prospettive di lettura, tra di loro interconnesse, che egli definisce come ordine logico, pedagogico ed epistemologico. Secondo la prima prospettiva è possibile tracciare un metodo di articolazione dell'indagine che parte dalla divisione dell'ousia in quae sunt et quae non sunt, che costituirebbe il momento statico dello sguardo all'essenza, per tornare al momento dinamico della divisione in quattro, inquadrata nell'ulteriore divisione della processio e della reversio. L'ordine epistemologico si baserebbe, invece, sul presupposto che punto di partenza del ragionamento debba essere ciò che presenta la maggiore oscurità e difficoltà di comprensione: l'articolazione del ragionamento procede dunque dall'oscuro a ciò che è via via più manifesto, dall'ousia alle sue teofanie, gli accidenti. Non a caso, prima di affrontare la quadripartizione della natura e i suoi momenti, il Maestro pone come prima e ineludibile divisione, quella dell'ousia in quae sunt e quae non sunt, essere e non-essere; il motivo di questa scelta della successione dell'argomentazione si fonda sulla maggiore oscurità e difficoltà di questa distinzione. Quest'ordine epistemologico è anch'esso rispecchiamento dell'ordine del reale, poiché lo stesso movimento discendente e degradante dal principio creativo alla molteplicità si configura come un movimento di progressivo svelamento, di progressiva manifestazione di Colui che non è manifestabile. In questo movimento tutto si tiene nell'essere rimando significante al Principio, in cui il tutto si fonda; ma nella discesa verso il molteplice il grado di accessibilità del significato aumenta in proporzione esattamente inversa al grado di complessità, e dunque di vicinanza al Creatore, della teofania.

L'ordine pedagogico comporterebbe, per concludere, una coerenza interna al rapporto tra maestro e discepolo, che spiegherebbe le frequenti ripetizioni e le digressioni amplificanti, come strumenti finalizzati a consentire allo spirito di abituarsi progressivamente alla luce accecante della verità.

La questione del rapporto tra il Nutritor e l'Alumnus non ha importanza secondaria nella comprensione dell'articolazione del trattato. In primo luogo la forma dialogica scelta dall'Eriugena, se da un lato rimanda per analogia alla scrittura dei dialoghi platonici, dall'altro lato proprio in questo rimando segna una distanza e una differenza che è utile cercare di cogliere. Possiamo partire dalla considerazione del fatto che il Discepolo del Periphyseon è un soggetto attivo all'interno del dialogo: egli pone domande sempre più roventi, definisce insieme al Maestro l'ordine della trattazione, chiede chiarimenti, imponendo al Maestro digressioni continue, continui ritorni sul già detto, suscitando anche reazioni spazientite, contesta le affermazioni del Maestro, impegnandolo in un costante sforzo di chiarimento, di argomentazione, giunge autonomamente ad alcune conclusioni, a volte errando a volte anticipando, almeno apparentemente, il Maestro stesso. In questo senso quello che viene definito da Allard come ordine pedagogico è fortissimamente un ordine dialogico, laddove il dialogo si impone come interlocuzione tra due soggetti distinti e non identificabili. L'andamento stesso del trattato sarebbe in parte largamente incomprensibile se si prescindesse da queste considerazioni, e dalla considerazione dell'intreccio che vive nel Periphyseon tra un ordo dialettico e un ordo dialogico.

Per tornare alla concezione eriugeniana della dialettica, che sembra assumere un carattere sempre più definito, il D'Onofrio, in un intervento al convegno di Montréal, ha messo in luce i diversi piani in cui va considerata la questione della dialettica, (logico ontologico e metafisico) e il loro stretto legame.6

La dialettica, concepita come arte della definizione e della divisione, strumento contro l'eresia, via di purificazione dell'anima e di ascesa alla verità divina, riflette nei suoi momenti di divisione e riunificazione, l'ordine stesso della natura. La stessa natura, o ousia, corrisponde a quei concetti noetici puri e immediatamente evidenti, che costituiscono i punti di partenza della divisione dialettica: essa è la categoria suprema concepibile dall'intelletto. Da essa inizia il tentativo di seguire una divisione dialettica che metta in luce l'articolazione propria dell'universo, attraverso la sua quadripartizione che dovrà essere poi essere riassorbita in unità nell'analisi. La progressiva divisione della natura segna le tappe fondamentali di una dialettica discendente che rappresenta la parte più cospicua del trattato; in questo senso si può dire che nella descrizione del rapporto tra Dio e mondo, che costituisce la nervatura vera e propria del trattato, sia la problematica della derivazione del molteplice dall'uno a dominare: la derivazione del sensibile dall'intelligibile, delle cause primordiali dalla semplicità del Verbo, della molteplicità degli effetti dalle cause. L'andamento stesso del Periphyseon si sforza, dunque, di rispecchiare il movimento di produzione della realtà a partire dal principio creativo, scandendosi nei momenti successivi della degradazione e della dispersione dell'essere nel molteplice.

Il punto di partenza stesso della riunificazione è la predicazione, l'unione semantica di due termini: per questo motivo bisognerà seguire le regole della dimostrazione logica per individuare i passaggi necessari, che la ragione deve compiere sulla via dell'unità. Così trova giustificazione il gusto eriugeniano per le leggi della logica e l'uso dei suoi strumenti, dalla conversio, al quadratum oppositionis, al sillogismo.

Nella legalità del discorso costruito attraverso il ricorso alle arti liberali, immagine più immediata e vicina a Dio all'interno della natura, si riconosce la traccia della legalità interna al processo creativo, che nel linguaggio è svelata.

4. Lex ierarchica e lex ratiocinationis nelle Expositiones ^

Nelle Expositiones, l'impiego di ordo in stretto nesso con la nozione di lex, che, come abbiamo visto rappresenta un filo conduttore a partire dalla prima opera eriugeniana e attraverso l'intero suo pensiero, si arricchisce di ulteriori approfondimenti alla luce del suo legame con l'ordinamento gerarchico, che riveste in quest'opera un'importanza a dir poco centrale: in questo senso lo stesso rapporto con il testo dionisiano dovette rivelarsi proficuo per Eriugena. Infatti, se la gerarchia dionisiana può essere definita come una costituzione ordinata in cui si incarna la lex divina, sarà utile approfondire come questo nodo speculativo venga assunto ed eventualmente approfondito da Giovanni Scoto, prima di affrontare più da vicino il nodo dell'ordo dialettico.

Il termine che Dionigi impiega per indicare la legge in riferimento alla gerarchia celeste non è nómos, termine profano, bensì thesmós, che sottolinea la sua origine sacra: Giovanni Scoto traduce abitualmente thesmós con lex.

Ciò che presiede alla effusione dell'illuminazione divina, è una legge di origine sacra, una costituzione perfetta che determina la partecipazione di ordine in ordine alla scienza di Dio:

Propterea, inquit, divina agalmata, purgatissimi videlicet animi qui primitus et immediate divinam suscipiunt claritatem, non aliter eam inferioribus se ordinibus declarant nisi secundum divinas leges (Expos., III, 128-130).

E le divine immagini, dice, sono riempite dapprima del glorioso splendore della bellezza divina, e quella luce, di cui prima partecipano largamente, di nuovo manifestano ed effondono in quelle che seguono, cioè negli ordini che sono sotto di loro, secondo la distribuzione stabilita dalle leggi divine.

Le leggi che presiedono alla distribuzione dei doni divini sono i confini stessi in cui si muove tutto ciò che viene operato all'interno della gerarchia; si ritrova anche nelle Expositiones il tema continuamente ribadito dell'invalicabilità della lex divina e universale, dell'impossibilità che qualcosa venga agito al di fuori dei suoi confini, dell'identità tra la trasgressione della legge, il tentativo di evasione dall'ordine gerarchico e il disprezzo del comando divino. Ma in quest'opera è possibile riconoscere in modo evidente la matrice dionisiana di questo nodo speculativo fondamentale nel pensiero eriugeniano.

Lo splendore divino non consente il turbamento delle leggi divine, realizzate nell'ordinamento gerarchico che esse governano e in cui si identificano. In questi testi il termine ordo è impiegato nel significato di grado o rango, cui ognuno deve adeguarsi per non violare la lex, ma troviamo anche un testo in cui ordine e legge appaiono connessi in maniera ancora più evidente, e si tratta di un testo dionisiano (CH, 180.46-181.4):

Docet autem et hoc sapienter theologia per angelos eam in nos provenire, tamquam divino legali ordine illud legaliter ponente, hoc est per prima secunda in divinum reduci (Expos., IV, 500-503).

La sapiente scrittura, dice, insegna che essa (la teofania) attraverso gli angeli giunge a noi, secondo il divino ordine della legge, che legalmente ha stabilito che i secondi siano ricondotti al divino attraverso i primi.

Divino legali ordine, traduce correttamente nel testo eriugeniano il greco tês theonomikês táxeos, letteralmente appunto ordine della legge proveniente da Dio: questo testo conferma ciò che stavamo sostenendo, e cioè che il nesso speculativo tra ordine e legge, che è presente nell'intero pensiero eriugeniano, trova nell'ordine gerarchico la sua incarnazione, ma al tempo stesso rivela, se non una matrice dionisiana, certamente un significativo rispecchiamento in alcuni elementi fondamentali della dottrina dionisiana della ierarchia universalis.

Una certa distanza, invece, con il pensiero di Dionigi è segnata dal trasferimento di questo elemento fortemente legalitario sul piano dell'organizzazione del discorso e del ragionamento. L'idea di una legalità interna al discorso, che si rispecchia anche nella scelta della successione dell'argomentazione nella stesura di un trattato, risale agli inizi stessi del pensiero dell'Eriugena. Già nel De praedestinatione, infatti, si trova un significativa e famosa definizione di dialettica, che porta addirittura all'identificazione tra la vera dialettica, cioè la filosofia, e la vera religione; questo elemento, come abbiamo visto, ripreso e ulteriormente approfondito nel Periphyseon, ricompare adesso anche nelle Expositiones. La formula ordo verborum7 ricorre ben 16 volte nel corso di quest'opera, e solitamente indica il metodo di traduzione o di esposizione adoperato; molto spesso, infatti, precede le perifrasi utilizzate da Giovanni Scoto per chiarire dei passaggi oscuri del testo dionisiano, o per adattare la struttura del periodo greco al periodare latino. Essa rivela dunque una grande attenzione alla lettera del testo, accentuata dalla consapevolezza delle difficoltà insite nell'arte del tradurre. Accanto a questa formula incontriamo, con la medesima funzione, due volte ordo dictionum;8 una volta, invece, si incontra ordo rerum in riferimento all'ordine dell'argomentazione:

Hoc est: ordo rerum exigit, ut arbitror, priusquam ad expositionem dissimilium symbolorum... primum explanare qualem speculationem, id est qualem diffinitionem, iudicamus esse omnis ierarchie, id est universalis ierarchie (Expos., II, 25-30).

L'ordine delle cose esige, come penso, che, prima di esporre i simboli dissimili, attraverso i quali l'animo umano è introdotto alla pura visione delle virtù celesti, spieghiamo quale pensiamo sia la contemplazione, cioè definizione, di ogni gerarchia, vale a dire della gerarchia universale.

In questa glossa, Scoto sostituisce con la formula ordo rerum, che evidentemente reputa ancora più esplicativa, l'oportet che aveva utilizzato nella traduzione. Il contesto è comunque quello della scelta della successione degli argomenti da trattare, e l'impiego del genitivo rerum testimonia lo stretto legame che per Scoto sussiste tra il discorso costruito rettamente, secondo le leggi, e la struttura intima del reale.

Infine, in una occorrenza si trova ordo, accompagnato dall'aggettivo naturalis, a indicare l'andamento dell'analisi da seguire:

Dum hec, inquit, que prediximus, consequenti naturalique ordine fuerint considerata, oportet dicere quales divinas formationes sanctorum eloquiorum sacra descriptio, hoc est sancta formarum assimilatio ad celestes ordines significandos figurant atque conformant... (Expos., II, 48-52).

Quando, ciò che abbiamo detto prima sarà stato considerato secondo l'ordine conseguente e naturale, sarà opportuno dire quali divine formazioni plasmi e adegui alla rappresentazione degli ordini celesti la sacra descrizione, cioè la santa simulazione delle forme, delle sacre scritture...

L'impiego dell'aggettivo naturalis è significativo della convinzione eriugeniana che una corretta analisi debba rispecchiare l'andamento naturale della realtà, e che nella struttura del discorso sia possibile leggere le leggi stesse del creato. Tale convinzione si fonda, come abbiamo già detto, sull'alta considerazione nutrita da Scoto per le arti liberali, riunite sotto il nome di dialettica. Sull'incidenza di tale considerazione delle arti anche nel testo delle Expositiones è un saggio del Roques a fornirci alcuni elementi analitici importanti.9

Egli prende l'avvio da una singolare traduzione di Scoto, il quale rende l'avverbio atéchnos, che nel testo dionisiano è riferito alla semplicità delle Sacre Scritture, con il suo esatto opposto, valde artificialiter (Expos., I, 124-128), trasformando l'alfa privativo in un rafforzativo. Questa scelta di traduzione non sarebbe sintomatica, secondo Roques, di un semplice errore di interpretazione, ma sarebbe riconducibile all'impossibilità, per Giovanni Scoto, di riconoscersi in un testo che nega chiaramente qualsiasi pertinenza delle arti liberali alla Sacra Scrittura. Ora, un'opposizione di fatto tra Scrittura e arti è per Scoto del tutto inconcepibile, in particolar modo se affermata da un testo che godeva all'epoca di un enorme prestigio e, soprattutto, di una grande autorità.

Non solo per l'Eriugena la Scrittura si serve delle arti per guidare il credente alla piena comprensione della verità divina: non sarebbe nemmeno pensabile il darsi di una Scrittura che evada dalle arti liberali e non sia contenuta nei loro confini: «Nulla enim sacra scriptura est que regulis liberalium careat disciplinarum» (Expos., I, 560-561).

Nella concezione eriugeniana, le arti liberali, essendo coeterne all'intelligenza in cui sussistono in unità, sussistendo eternamente nelle cause primordiali, essendo un oggetto originario della creazione divina, sono l'immagine più elevata e più perfetta di Dio entro la natura, e perciò possiedono maggiore dignità sia della Scrittura che del mondo degli effetti, i due ambiti della rivelazione.

Sia la Scrittura che la natura sono due fonti insufficienti di conoscenza, se non vi si immette la ratio naturalis con cui esse vanno interpretate. L'intelligenza umana non completamente decaduta, può ancora trovare la verità divina, nella misura in cui essa ritrova se stessa nell'attività del nous e delle proprie arti.

«Il nostro animo illuminato con una sacra varietà di simboli dalla stessa disciplina, che dai Greci è chiamata analytiké, è ricondotto all'altezza della celeste deificazione. Due sono le parti della dialettica, di cui una è denominata diairetiké, l'altra analytiké» (Expos., VII, 575-580).

Si comprende bene, per concludere, come la questione dell'ordine del ragionamento e del discorso, non solo rivesta ancora una volta un ruolo centrale nel pensiero eriugeniano, ma investa anche la possibilità stessa di un percorso di avvicinamento al divino e di recupero della dignità perduta.

5. Nota bibliografica ^

  • G.H. Allard, «Quelques remarques sur la «disputationis series» du «de divisione naturae»», in Jean Scot Érigène et l'histoire de la philosophie, a cura di R. Roques, Paris, 1977.
  • M. Cappuyns, Jean Scot Érigène, sa vie, son œuvre, sa pensée, Paris-Louvain, 1933.
  • M. Cristiani, Dall'unanimitas all'universitas, Roma, 1978.
  • M. Cristiani, «La notion de loi dans le «De Praedestinatione»», in Jean Scot Érigène et l'histoire de la philosophie, a cura di R. Roques, Paris 1977.
  • G. D'Onofrio, «Disputandi disciplina» . Procédés dialectiques et «logica vetus» dans le langage philosophique de Jean Scot», in Jean Scot écrivain, Montréal, 1983.
  • E. Jeauneau, «L'homme et l'œuvre», in Études érigéniennes, Paris, 1987.
  • U. Keudel, «Ordo nel Thesaurus linguae latinae», in Ordo. IIº colloquio internazionale del Lessico intellettuale europeo, a cura di M. Fattori e M. Bianchi, Roma 1979.
  • G.L. Potestà, «Ordine ed eresia nella controversia sulla predestinazione», in Giovanni Scoto nel suo tempo, a cura di C. Leonardi e E. Menestò, Spoleto 1989.
  • R. Roques, Libres sentiers vers l'érigénisme, Roma, 1975.
  • R. Roques, L'universo dionisiano, trad. it. a cura di C. Moreschini, Milano 1996.
  • Dionigi Areopagita, Hiérarchie céleste, in Sources Chrétiennes, a cura di G. Heil e E. Jeauneau, Paris 1958.
  • Giovanni Scoto Eriugena, De divina praedestinatione liber, a cura di Goulven Madec, in Corpus Christianorum, Turnholt, 1978.
  • Giovanni Scoto Eriugena, Expositiones in Ierarchiam coelestem, in Corpus christianorum, a cura di J. Barbet, Turnholt 1975.
  • Giovanni Scoto Eriugena, Periphyseon, Liber primus, in Corpus Christianorum a cura di E. Jeauneau, Turnholt, 1996.
  • Giovanni Scoto Eriugena, Periphyseon, Liber secundus, in Corpus Christianorum a cura di E. Jeauneau, Turnholt, 1997.
  • Giovanni Scoto Eriugena, Periphyseon, Liber tertius, in Corpus Christianorum a cura di E. Jeauneau, Turnholt, 1999.
  • Giovanni Scoto Eriugena, Periphyseon, Liber quartus
  • Giovanni Scoto Eriugena, Periphyseon, a cura di H.J. Floss, in Patrologia Latina, ed. Migne, Parigi, 1865.

Copyright © 2000 Cinzia Arruzza

Cinzia Arruzza. «L'ordine dialettico e la legalità universale nel pensiero eriugeniano», Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 2 (2000) [inserito il 14 febbraio 2000], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>, [64 KB], ISSN 1128-5478.

Note

  1. De praed., 17, 3, 49-51; 18, 6, 126-128; 18, 6, 132-134; 18, 9, 215-217; 18, 10, 224-227; 18, 10, 242-246. <
  2. De praed., 17, 1, 18; 17, 2, 24; 17, 5, 91-92; 17, 5, 97-98; 17, 6, 118; 17, 7, 123; 17, 6, 2, 64-68. <
  3. M. Cappuyns, Jean Scot Érigène, sa vie, son œuvre, sa pensée, Paris-Louvain, 1933. <
  4. E. Jeauneau, «L'homme et l'œuvre», in Études érigéniennes, Paris, 1987, pp. 13-54. <
  5. G.H. Allard, «Quelques remarques sur la "disputationis series" du "De divisione naturae"», in Jean Scot Érigène et l'histoire de la philosophie, a cura di R. Roques, Paris, 1977. <
  6. G. D'Onofrio, «"Disputandi disciplina". Procédés dialectiques et «logica vetus» dans le langage philosophique de Jean Scot», in Jean Scot écrivain, Montréal, 1983. <
  7. Expositiones, I, 225; I, 431; IV, 433; IV, 453; VI, 73; VII, 57; VII, 101; VII, 341; VIII, 256; VIII, 329; IX, 214; IX, 335; XIII, 529; XV, 129; XV, 196; XV, 804. <
  8. Expos., IX, 605; XI, 78. <
  9. R. Roques, Libres sentiers vers l'érigénisme, Roma, 1975. <

     

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