Normatività e descrittività nello studio
del ragionamento
Luisa Montecucco
Universita' di Genova - Dipartimento di
Filosofia
Il presente lavoro prende in considerazione le modalità
attraverso le quali il ragionamento è diventato oggetto di
indagine all'interno di diverse discipline. In particolare
si chiede se la logica, rispondendo alla domanda 'come
dobbiamo ragionare', abbia carattere esclusivamente
normativo, e se la psicologia, rispondendo alla domanda 'come
ragioniamo', abbia carattere esclusivamente descrittivo. La
risposta che viene qui data ad entrambe le domande è
negativa: normatività e descrittività non tracciano
la linea di confine tra logica e psicologia. Nella parte
finale, si analizza brevemente il modo in cui il
ragionamento proposizionale viene trattato nella teoria dei
modelli mentali. Lo scopo è quello di evidenziare come il
riferimento ad una normatività di tipo logico nella ricerca
psicologica sul ragionamento di senso comune possa condurre
ad esiti controintuitivi e forse addirittura fuorvianti.
1. IL RAGIONAMENTO COME OGGETTO DI
INDAGINE
Esistono teorie del ragionamento
all'interno di discipline tanto diverse quanto la logica, la
retorica, la psicologia, la filosofia della scienza,
l'intelligenza artificiale, in dipendenza dagli specifici
punti di vista che la complessità semantica del termine
impone. Nel linguaggio comune le espressioni 'ragionamento'
e 'ragionare' sono di uso frequente; come parziali sinonimi
sono proponibili 'argomentare', 'trarre conclusioni',
'spiegare' o anche, in contesti di discorso più specifici,
'dimostrare', 'derivare', 'inferire', 'dedurre', 'indurre'.
Ogni termine quasi equivalente nel significato a 'ragionare'
focalizza aspetti particolari dell'attività fondamentale
dell' 'usare la ragione', dell' 'avanzare ragioni' per
sostenere qualcosa. Ad esempio, 'persuadere' ha a che fare
con l'influenza esercitata da chi esegue un ragionamento su
un particolare destinatario in un determinato contesto
comunicazionale.
Da un punto di vista molto generale, però, 'ragionare' -
nella sua struttura semantica essenziale - appare
corrispondere al comportamento manifestato (o manifestabile)
linguisticamente (1)
attraverso il quale non ci si
limita a fare affermazioni, ma si danno 'ragioni' per
giustificarle. Lo schema di un ragionamento contiene quindi
l'affermazione che si intende sostenere (tesi), le
assunzioni esplicitamente portate a favore della tesi,
una base argomentativa (insieme di assunzioni
implicite) lasciata sottintesa. Ragionare equivale quindi a
concatenare proposizioni in modo tale che si possa trarre
una conclusione (la tesi) sulla loro base
(2).
Già a questo livello di analisi, del tutto informale e
introduttivo, emergono due aspetti essenziali dell'oggetto
in esame: uno riguarda i tipi di vincoli che collegano tra
di loro gli anelli dell'argomentazione perché possa dirsi
tale, invece che un semplice insieme di proposizioni;
l'altro ha a che fare il suo contenuto semantico e il
riferimento a sistemi di conoscenze sul mondo attraverso la
base argomentativa. Questi aspetti sono distinguibili nei
diversi tipi di ragionamento utilizzati nel contesto
generale del linguaggio di senso comune e nei linguaggi
specialistici delle scienze.
Le teorie scientifiche sono strutture argomentative
complesse sulla cui base vengono giustificate determinate
ipotesi esplicative. Il ragionamento scientifico si
presenta come una forma di dimostrazione, con differenze non
trascurabili a seconda che si tratti di elaborare un'ipotesi
empirica, collegandola all'esecuzione di esperimenti, come
in fisica, oppure che si tratti di dimostrare un teorema a
partire dagli assiomi di una scienza formale, come in
geometria. Nonostante il divario tra ricerca sperimentale e
processo deduttivo, il ragionamento scientifico ha alcune
proprietà costanti: mira al conseguimento della verità
attraverso la mediazione di altre proposizioni già
note come vere o comunque accettate; si rivolge ad un
uditorio potenzialmente universale, cioè a chiunque possa
acquisire la competenza di comprendere e giudicare il
discorso della scienza; le sue basi argomentative sono
proposizioni di carattere generale (ipotesi empiriche,
leggi, assiomi) formulate in un linguaggio specialistico che
tende ad eliminare ogni possibile ambiguità.
Dal ragionamento scientifico si distinguono le
argomentazioni che, per le caratteristiche intrinseche, per
il contesto in cui vengono formulate e per le finalità che
intendono raggiungere, offrono minori garanzie per quanto
riguarda la loro portata veritativa. Costitutive dell'uso
ordinario del linguaggio, ma presenti anche in contesti più
specifici, possono essere considerate sotto l'aspetto
cognitivo o sotto l'aspetto persuasivo, o addirittura essere
idealmente suddivise in due gruppi, a seconda che in esse
siano dominanti gli elementi cognitivi oppure quelli
persuasivi. L'argomentazione cognitiva mira ancora a
raggiungere conoscenze vere o almeno plausibili e
ragionevoli; si rivolge ad un uditorio il più ampio
possibile; le sue basi argomentative possono consistere
nell'osservazione di fatti come in generalizzazioni anche
collegate a scelte di valori, sulle quali si suppone o si
ricerca il consenso. L'argomentazione persuasiva mira
appunto alla persuasione; si rivolge ad un uditorio
particolare, in una data situazione di spazio e di tempo,
con lo scopo di influire sulla sfera affettiva ed emotiva
dei singoli; le conoscenze generali che eventualmente
intervengono nelle sue basi argomentative sono subordinate
al fine del persuadere.
La tipologia introdotta si basa su distinzioni tanto
antiche quanto il pensiero aristotelico e apre uno spiraglio
su temi legati al difficile rapporto tra logica e retorica
(3) . Corrisponde però a
idealizzazioni operate sull'effettivo uso linguistico
dell'argomentare tanto nella scienza come al di fuori di
essa. Non sempre, ad esempio, un'argomentazione può essere
detta solo cognitiva o solo persuasiva e anche per quel che
riguarda il ragionamento scientifico non sono da escludere
casi in cui emergono aspetti dell'argomentazione persuasiva.
Inoltre la persuasione costituisce una componente
motivazionale che accompagna l'argomentare in diversi
contesti, anche in quello privatissimo del soliloquio.
Al di sotto tuttavia delle caratteristiche proprie di
ciascun tipo, così come è stato qui idealmente e
schematicamente identificato, permangono comuni la struttura
inferenziale e la funzione probatoria: ragionamento
scientifico e dimostrazione, argomentazione cognitiva e
persuasiva sono strumenti linguistici per garantire a
diversi livelli l'accettazione razionale di una tesi
mediante il collegamento con altre proposizioni già
condivise (perché accertate come vere o verosimili o
comunque avanzate come condivisibili).
Da un punto di vista molto generale, una teoria del
ragionamento dovrebbe individuarne schemi validi e schemi
fallaci, per permettere una valutazione degli argomenti
usati nei contesti più diversi. Quali sono dunque i criteri
di valutazione o, comunque, che cosa occorre valutare? In
base alle considerazioni precedenti, risulta possibile
distinguere tra:
a) un punto di vista che tiene conto della correttezza
dei legami tra gli anelli argomentativi rispetto ad un
sistema di regole;
b) un punto di vista che valuta i contenuti
dell'argomentazione e la sua portata veritativa;
c) un punto di vista che privilegia la forza persuasiva
in rapporto ad un fine da raggiungere
(4).
In altre parole, sono in gioco la dimensione formale,
quella conoscitiva e quella dialettica del ragionamento, la
cui interrelazione è già stata sottolineata. Con gli
Analitici Primi, gli Analitici Secondi e i
Topici, oltre che con la Retorica, Aristotele
intraprese un'indagine disgiunta di queste tre dimensioni.
Già nelle prime righe dei Topici
(5), che sembrano
appartenere ad un periodo iniziale dell'opera aristotelica,
si definisce l'argomentazione come "un discorso nel
quale, poste alcune cose, qualcosa di diverso da ciò che è
posto risulta necessariamente mediante ciò che è posto", con
riferimento quindi al particolare nesso inferenziale che
verrà esplorato negli Analitici Primi dando luogo
alla teoria del sillogismo. Si parla subito dopo di
dimostrazione, "quando l'argomentazione risulta da
asserzioni vere e primitive, oppure da asserzioni tali che
hanno il fondamento della conoscenza, ad esse relativa,
mediante alcune asserzioni vere e primitive", tema di
indagine degli Analitici Secondi. Infine, al metodo
per costruire, per ogni problema che possa essere proposto,
un'argomentazione dialettica, "che argomenta muovendo
da opinioni notevoli", quelle cioè generalmente accettate,
sono dedicati appunto i Topici.
Il percorso ideale che collega la teoria delle inferenze
valide (analitica o sillogistica) alla teoria
dell'argomentazione dimostrativa (apodittica), a quella
dell'argomentazione probabile (dialettica), e a quella
dell'argomentazione persuasiva (retorica), potrebbe essere
interpretato come un progressivo allontanamento dal tipo di
argomentazione ideale, la cui validità è controllabile
mediante schemi formali, fino ad arrivare alle fallacie
dell'argomentazione eristica considerate nelle
Confutazioni sofistiche. Una valutazione di segno
opposto vedrebbe invece in tale processo un graduale
ampliamento dell'ambito di indagine, per includervi quegli
aspetti del 'ragionare' non catturati dal punto di vista che
mette a fuoco la correttezza delle strutture inferenziali, e
cioè il punto di vista propriamente logico. Sarà questa la
prospettiva privilegiata nel corso del presente lavoro.
2. LA LOGICA È SOLO NORMATIVA?
Da Aristotele in poi, la logica - come
è stata denominata la disciplina che corrisponde alla sua
'analitica' e alla 'dialettica' degli Stoici - ha mantenuto
un' anima formale, espressa per la prima volta nella teoria
del sillogismo. Suo oggetto sono dunque le forme del
ragionamento corretto, del quale studia le regole,
indipendentemente da considerazioni di contenuto semantico e
di verità o falsità delle proposizioni concatenate. Suo
compito non è infatti fornire i mezzi per individuare
quali proposizioni siano vere, ma dare dei criteri per
garantire la verità di certe proposizioni se altre da cui
dipendono sono vere. Il che corrisponde in sostanza alla
definizione aristotelica posta all'inizio sia dei Topici
che degli Analitici Primi. Quindi la logica
(6) produce degli schemi, delle strutture
linguistiche o in generale simboliche, in cui sono rese
esplicite tutte le concatenazioni inferenziali. Uno
schema valido
(7) rappresenta lo
scheletro logico di un'intera classe potenzialmente infinita
di argomentazioni corrette, linguisticamente espresse.
Garantisce quindi che in esse le conclusioni raggiunte
rispettando determinati vincoli sintattici conseguono
effettivamente dalle premesse: se queste sono vere, la
conclusione sarà necessariamente vera. Se queste sono false,
l'argomento è ancora valido, perché se le sue
premesse fossero vere la sua conclusione dovrebbe
essere vera. Questa complessa relazione tra verità e
validità conduce anche a qualificare come invalidi argomenti
in cui premesse e conclusione sono vere, ma la conclusione
potrebbe diventare falsa rimanendo vere le premesse. Manca
quindi in essi la particolare connessione formale tra
premesse e conclusione che garantisce la trasmissione della
verità. Come dunque la sillogistica aristotelica intendeva
distinguere tra sillogismi validi e sillogismi invalidi, il
problema centrale della logica (classica, deduttiva) è la
distinzione tra ragionamenti validi e ragionamenti invalidi
o fallaci. E, generalizzando ancora, il problema centrale di
una logica comunque specificata è la distinzione tra
ragionamenti corretti e ragionamenti scorretti.
Che rapporto si può porre tra il punto di vista logico,
quindi formale, della correttezza delle argomentazioni e le
argomentazioni effettive, caricate di un contenuto
semantico, di una portata veritativa, di una particolare
funzione in un contesto comunicazionale specifico? Se la
logica è una teoria delle forme valide del ragionamento, che
rimangono invarianti rispetto alle loro possibili
assegnazioni di contenuto semantico, allora può presentarsi
come un calcolo astratto, che non rende però conto della
complessità e della ricchezza dei ragionamenti condotti ai
livelli di senso comune e anche di discorso scientifico,
soprattutto quando si tratta delle scienze 'non esatte'.
Nel suo sviluppo storico fino all'epoca contemporanea, la
logica ha percorso un cammino che l'ha allontanata
progressivamente dalla retorica e avvicinata piuttosto alla
matematica, grazie all'emergere di analogie tra ragionamento
logico e ragionamento aritmetico-algebrico, favorito
dall'espandersi della matematica formale. I nomi di Hobbes,
di Leibniz, di Boole, di Frege rappresentano momenti
fondamentali dell'imporsi dell'idea di calcolo logico.
Attualmente, la crescente astrattezza, i tecnicismi, la
natura controintuitiva delle indagini in essa condotte hanno
contribuito a far avanzare la logica, o meglio il modo in
cui la logica viene intesa, nella seguente direzione:
1. la logica ha carattere puramente normativo rispetto al
ragionare: essa individua come si dovrebbe ragionare
per ragionare correttamente;
2. la logica non si occupa affatto dei ragionamenti di
senso comune, ma solo di dimostrazioni;
3. la logica è lo studio del ragionamento matematico;
4. la logica è una disciplina matematica astratta e il
rapporto tra i suoi calcoli e i ragionamenti si allenta fino
a vanificarsi.
Una chiarificazione sui problemi e anche sui
fraintendimenti derivanti da queste posizioni, nell'ordine
imposto dal crescente incrinarsi dell'equilibrio classico
tra il fine della coerenza formale e quello della
corrispondenza alla 'logica naturale', viene dalle
riflessioni di Evandro Agazzi sia nell'ambito organico del
suo testo sulla logica simbolica che in numerosi contributi
specialistici
(8).
Quanto dunque alla normatività della logica , se viene
accettata come suo tratto distintivo, escludente aspetti
descrittivi, conduce ad un tipo di contrapposizione come
quella espressa da Kant nella sua "Introduzione" alla
Logica
(9). La logica artificiale o scientifica,
unica per Kant ad essere correttamente denominata logica, è
...una scienza del retto uso, in generale,
dell'intelletto e della ragione, ma non in senso soggettivo,
cioè non secondo principi empirici (psicologici) del modo in
cui l'intelletto pensa, bensì in senso oggettivo, cioè
secondo principi a priori del modo in cui esso deve
(10) pensare.
Da essa viene tenuta distinta "...la logica naturale o
logica della ragione comune (sensus communis)",
considerata piuttosto una scienza antropologica: "...essa ha
solo principi empirici, in quanto tratta delle regole
dell'uso naturale dell'intelletto e della ragione...".
Prescindendo da quanto, nelle espressioni precedenti,
rimanda all'impianto concettuale kantiano, possiamo
interpretare in termini attuali tale contrapposizione: la
logica in quanto tale risponderebbe alla domanda "come
dobbiamo ragionare se intendiamo ragionare
correttamente?", mentre sul "come ragioniamo?" interverrebbe
la "logica della ragione comune", i cui compiti rientrano
oggi nella psicologia del pensiero. La logica si
qualificherebbe dunque come normativa e la psicologia come
descrittiva. Il quadro concettuale è però molto diverso se
si ritiene - oppure no - di poter rispondere alla prima
domanda indipendentemente da una risposta alla seconda
(11). Se la risposta è
negativa, lo studio del ragionamento corretto rimanda allo
studio del ragionamento così come viene effettivamente
condotto; la spiegazione di tipo logico si fonderebbe allora
sulla spiegazione di tipo psicologico. Se la risposta è
affermativa, l'indagine di tipo normativo della logica non
ha niente a che fare con l'indagine di tipo descrittivo
della psicologia.
Nel primo caso, si procede verso uno snaturamento della
logica come scienza formale, fino a trasformarla nella
scienza antropologica di cui parlava Kant. Nel secondo caso,
si favorisce un'interpretazione della logica come sistema di
calcoli, svincolati dal rapporto con i modi in cui sono
condotti i ragionamenti a livello di senso comune. Questa
netta contrapposizione sembra insoddisfacente: isolare la
'pura normatività' rispetto ad una 'pura descrittività'
negli studi sul ragionamento non sembra realizzabile, come
emerge da considerazioni di natura molto generale. Da dove
infatti vengono le indicazioni circa le norme del ragionar
corretto, se non dal ragionare, in qualche modo corretto,
tramite il quale tra l'altro costruiamo la logica stessa? E
come possiamo descrivere i ragionamenti se non utilizzando
norme implicite che ci permettono di individuarli come tali?
2.1 Normatività logica e senso comune
Una via di uscita è lucidamente indicata
da Agazzi (12)
attraverso il riconoscimento
dell'interrelazione essenziale tra normatività e
descrittività e quindi della presenza di aspetti normativi
e descrittivi in logica. Seguiamo dunque le linee
della sua argomentazione a sostegno della tesi che il senso
comune, considerato sotto l'aspetto cognitivo, "... fornisce
il quadro imprescindibile entro il quale si può ricercare un
fondamento normativo per la logica...". Invece di optare per
normatività o per descrittività a proposito della logica,
cadendo in circoli viziosi, occorre ripensare la stessa
nozione di norma: liberata dagli ambigui connotati di
"imperativo" e intesa invece in senso cognitivo, si rivela
equiparabile ad una definizione
(13) . Come tale, permette
infatti di determinare una classe di oggetti (tutti e soli
quelli che la soddisfano); nel caso delle norme logiche, gli
oggetti sono appunto i ragionamenti corretti. L'aspetto
descrittivo entra invece in gioco quando si tratta di
pervenire alla definizione, e poi di valutarne l'adeguatezza,
a proposito degli oggetti che la nostra 'intuizione' ritiene
siano da includere o da escludere nella classe da essa
determinata. Si tratta tuttavia di una descrittività non
'pura', in quanto deve inglobare un certo grado di
normatività, in corrispondenza con quanto già sappiamo sugli
oggetti da definire e sulle caratteristiche che essi
devono avere.
..la descrizione (reale) già contiene una certa
normatività implicita, e a sua volta la normatività
esplicita della definizione deve continuamente fare i conti
con la descrizione e adattarsi ad essa.
Si stringe dunque il rapporto tra norma logica e senso
comune, che in molti sviluppi della logica contemporanea, o
nelle loro interpretazioni, sembrava essersi perduta. Se la
logica codifica in modo esplicito i processi argomentativi
che sottendono il ragionamento di senso comune, tra senso
comune e logica non c'è solo un ordine genetico, ma un
legame che corrisponde ad un criterio di fondazione: "...il
senso comune rimane l'ultima istanza in base alla quale
giudicare della adeguatezza delle stesse regole
logiche..."
2.2 Conseguenza logica e senso comune
A questo punto la natura convenzionale
dei calcoli logici, nei quali si ricavano le conseguenze di
un numero limitato di assiomi tramite un numero limitato di
regole di derivazione, non è più sostenibile: se il loro
ruolo è appunto quello di definizioni reali, devono
soddisfare dei requisiti di adeguatezza. Non qualunque
calcolo è un calcolo logico (non lo è ad esempio un
gioco, che pure si presenta come un sistema coerente di
regole).
A livello metateorico, si richiede infatti che un
calcolo logico sia corretto (dimostrando quindi per
esso un teorema di correttezza): qualora cioè le sue regole
vengano interpretate per esprimere proposizioni, il calcolo
deve consentire di ricavare soltanto le conseguenze
logiche di un insieme di proposizioni assunte come premesse.
Mentre questa condizione ha da essere obbligatoriamente
soddisfatta perché il calcolo sia qualificabile come
'logico', una seconda condizione - in base alla quale il
calcolo è anche completo, se consente di ricavare
tutte le conseguenze logiche di un certo insieme di
premesse - non può essere soddisfatta (come la logica
matematica moderna ha scoperto) al di sopra di un certo
grado di complessità del calcolo stesso.
A livello di senso comune, la base descrittiva
alla quale sono collegati i calcoli logici è la nozione
intuitiva di conseguenza logica, che rende possibile il
nostro ragionare concatenando proposizioni in modi giudicati
corretti. Se
...l'argomentare è concepito in seno al senso comune
come uno strumento in forza del quale si può
affermare la verità di una proposizione, anche quando questa
non risulti immediatamente...,
allora un calcolo logico è normativo nei confronti di quel
particolare tipo di nesso proposizionale che consente di
"...rimanere dentro la verità anche quando ci si
allontani dalla sua presenza." Questo passaggio - e la sua
giustificazione - dalla verità immediata, per cui certi
oggetti sono presenti intenzionalmente al pensiero,
alla verità mediata rappresenta il problema proprio della
logica tradizionale (o classica) per questo chiamata
aletica, o 'della verità'.
Quanto si è venuto finora indagando a proposito dello
studio del ragionamento ha isolato proprio questa componente
dell'argomentare, quella cioè che ha a che fare con
relazioni di verità. L'argomentare che coinvolge nozioni
come quelle di necessità e di possibilità, di dovere e
proibizione, di credenza e di conoscenza, viene invece
'catturato' dalle logiche non classiche, come le logiche
modali, deontiche o epistemiche: per quanto riguarda il loro
rapporto con il senso comune, valgono considerazioni
analoghe a quelle qui rivolte alla logica classica.
2.3 Idealizzazione logica e senso
comune
Può sorprendere che la nozione
sofisticata e complessa di conseguenza logica, che viene
trattata tecnicamente in logica in riferimento a schemi
artificiali di formule o a schemi di frasi usuali di cui
comunque si considera la forma, venga individuata a livello
di senso comune. Sembra anzi appartenere propriamente solo
alla matematica
(14) , che davvero prescinde
da contenuti semantici e le cui formule ammettono diverse
interpretazioni. Infatti la relazione di conseguenza logica
sussiste per definizione, come è stato più volte
evidenziato, tra premesse e conclusione quando questa
risulta vera ogni volta che le premesse sono vere. Occorre
quindi ammettere la possibilità di diverse interpretazioni
per le formule del calcolo logico, che di per sè non ne
hanno alcuna, mentre nel linguaggio naturale le frasi, se
non sono ambigue, hanno una sola interpretazione.
Da una parte, dunque, si è lentamente imposto in logica
"il riconoscimento della centralità del ruolo della
conseguenza logica", come sottolinea Palladino
(15), che indica come momento
decisivo la dimostrazione del teorema di completezza da
parte di Gödel (1930). Dall'altra, la natura formale di tale
relazione la renderebbe applicabile solo al ragionamento
matematico, anzi definibile in rapporto ad esso,
contribuendo a stringere i rapporti tra logica e matematica.
A questo proposito, Agazzi interviene riconoscendo, come
si è visto, che la nozione di conseguenza logica è prima di
tutto una nozione appartenente al senso comune (un senso
comune sottoposto a riflessione),
...in quanto sorregge la nostra
abitudine a 'ragionare', cioè a concatenare proposizioni e a
giudicare quali concatenazioni sono corrette e quali
scorrette.
Ovviamente è qui in gioco una
particolare concezione di senso comune, che consente di
attribuire ad esso le funzioni di base descrittiva e
fonte normativa per la logica. Invece di
caratterizzarlo come un "deposito di credenze", più o
meno fondate, al quale si attinge al di fuori di ogni
competenza specifica, Agazzi lo intende piuttosto come un "orizzonte
di evidenze fenomenologiche che devono essere analizzate,
comprese ed esplicitate". Questo processo coincide con
l'elaborazione di concetti, il cui ruolo è sia
descrittivo rispetto a certi oggetti individuali che li
esemplificano (siano essi gatti o ragionamenti di senso
comune), sia normativo-classificatorio. Quale rapporto
sussiste sotto quest'ottica tra calcoli logici e
ragionamenti di senso comune? Agazzi argomenta che i calcoli
logici
...non descrivono niente in
un senso empirico, anche se descrivono qualcosa in un
senso assai più profondo, ossia descrivono il modo in cui il
pensiero umano si muove e scava dentro l'orizzonte della
verità.
La base descrittiva di un calcolo
logico, che ne giustifica la normatività, è infatti la
nozione di conseguenza logica, non il ragionamento di
senso comune. La logica opera una idealizzazione del
ragionamento di senso comune, nel senso che di esso,
attraverso un processo astrattivo, costruisce una
rappresentazione idealizzata in cui il nesso di conseguenza
logica viene fedelmente riprodotto. I ragionamenti che
vengono posti in atto in diversi contesti semantici e
comunicazionali esemplificano, entro certi limiti, la
struttura ideale dei ragionamenti logicamenti corretti.
Logiche diverse idealizzano forme diverse
dell'argomentare, in un "...continuo adeguarsi a
codificare e normare il ragionamento di senso comune." La
logica rilevante, ad esempio, che mantiene l'obiettivo
della logica classica di esplicitare la relazione di
conseguenza logica, opera una idealizzazione di diverso
tipo, per tener conto di quelle connessioni di significato
tra premesse e conclusione che l'intuizione di senso comune
avverte come essenziali.
3. LA PSICOLOGIA È SOLO DESCRITTIVA?
Le riflessioni fin qui condotte, in
modo necessariamente schematico rispetto alla complessità
della prospettiva di Agazzi, hanno messo in luce come la
normatività della logica non equivalga a convenzionalità. Le
varie logiche ricavano infatti dei tipi ideali dalle
argomentazioni concretamente poste in atto, che a loro volta
esemplificano diverse idealizzazioni, così come qualunque
oggetto individuale esemplifica diversi concetti, per loro
natura rappresentazioni idealizzate. La logica matematica,
se intesa come logica del ragionamento matematico
(16) , non esaurisce dunque
l'orizzonte della logica: si potrebbe anzi dire che ne è
solo un capitolo, dato che l'ambito dell'argomentare
corretto sopravanza quello dell'argomentare matematico.
Si tratta ora di vedere se e come le nozioni fin qui
analizzate di normatività e di idealizzazione, in rapporto
al nesso di conseguenza logica, hanno a che fare con lo
studio del ragionamento dal punto di vista psicologico. Come
si è visto, questo viene qualificato come descrittivo, in
quanto cerca di rispondere a domande sul "come
ragioniamo?", quotidianamente, in contesti diversissimi di
significato e di comunicazione, al di fuori da ogni
competenza specifica. Nello stesso tempo, però, la
psicologia del pensiero - una delle aree in cui si è
suddivisa la ricerca cognitiva contemporanea -
concentrandosi inizialmente sul ragionamento deduttivo ha
dovuto fare i conti con il quadro concettuale elaborato
dalla millenaria tradizione logica. Ne è derivata
l'assunzione in ambito psicologico delle norme del ragionare
logicamente corretto, dalle quali viene studiata la
devianza, generando -più che una psicologia del ragionamento
quotidiano - una psicologia dell'errore rispetto ad una
supposta (come innata o in qualche modo appresa) competenza
logica ideale
(17).
Nella rimanente parte di questo lavoro, si cercherà
dunque di riflettere sulle possibili distorsioni
dell'interazione tra una normatività di tipo logico e lo
studio psicologico del ragionamento di senso comune.
Proseguendo l'analisi della nozione di normatività e in
accordo con quanto già detto, risulta evidente che
qualunque scienza opera un certo tipo di idealizzazione
sulla realtà, nel momento stesso in cui procede a
descriverla attraverso un processo di astrazione che ne
filtra alcuni aspetti e rende possibile la costruzione di
concetti. Senza voler alludere ad una prospettiva
platonizzante, il concetto è un costrutto ideale, le
cui caratteristiche definitorie vengono solo parzialmente
realizzate dagli oggetti concretamente esistenti che lo
esemplificano ( e che, come si è detto, esemplificano anche
altri concetti). L'aspetto normativo corrisponde alla
esplicitazione delle proprietà che gli oggetti debbono
soddisfare per rientrare nella classe corrispondente
all'estensione del concetto.
Tornando alla psicologia del pensiero, risulta
impossibile descrivere il ragionamento di senso comune senza
che la nostra descrizione abbia implicazioni normative. E'
infatti per idealizzazione che attribuiamo ragionamenti e li
riconosciamo come tali, prescindendo dai possibili errori e
anche da una ricerca accurata degli stessi, ma non da una
caratterizzazione più o meno implicita del ragionare
rispetto allo 'sragionare'. Quando isoliamo il 'patologico'
rispetto al 'normale', ci poniamo già sotto un'ottica
idealizzante. Una psicologia descrittiva, che non fosse
anche normativa e valutativa, non assolverebbe la funzione
propria di ogni disciplina scientifica di avanzare
spiegazioni e previsioni a proposito di un certo universo di
oggetti (normativamente) definiti attraverso gli strumenti
concettuali e operativi ad essa inerenti. Come Agazzi ha più
volte chiarito, le 'cose' della realtà quotidiana diventano
infatti 'oggetti' di una particolare scienza attraverso
modalità specifiche di idealizzazione che agiscono come
norme costitutive degli oggetti stessi
(18).
Se ogni scienza si occupa dunque delle cose sotto un
certo punto di vista, a partire dal processo fondativo di
precisare i propri metodi di indagine e contemporaneamente
individuare i propri oggetti, ogni nozione scientifica viene
relativizzata ad un contesto, cioè rispetto al suo universo
di oggetti. Questo significa anche che i criteri di
idealizzazione costitutivi dei concetti fondamentali della
logica hanno inerenze normative interne alla disciplina
stessa e relative ai suoi propri oggetti. Da una psicologia
del ragionamento ci si aspetterebbero forme di normatività
appropriate a descrivere e a spiegare non tanto e non solo
la consequenzialità logica dell'argomentare di senso comune
o le sue fallacie, ma le complesse strategie attraverso le
quali le argomentazioni concrete vengono concluse, si
rivelano pertinenti ad un contesto e persuasive, svolgono
comunque un ruolo cognitivo.
Una difficoltà propria della psicologia deriva dal suo
essere inevitabilmente autoriflessiva: da una parte "il
soggetto studiato viene sempre in qualche misura
riconosciuto cooperatore nella ricerca"
(19), dall'altra le
spiegazioni dello psicologo dovrebbero idealmente anche
rendere conto della sua attività in quanto psicologo. Due
diversi livelli di norme entrano così in gioco, dato che
alla normatività propria dell'idealizzazione psicologica
(che definisce o dovrebbe definire, ad esempio, che cosa è
un 'ragionamento di senso comune') corrisponde l'insieme di
presupposizioni (norme implicite) in base alle quali il
soggetto non solo ragiona, o sragiona, ma anche riconosce e
attribuisce ragionamenti e 'sragionamenti'. Il rischio
diventa quello di confondere i due livelli, attribuendo al
comune soggetto raziocinante una competenza argomentativa
ideale, che impone il problema di giustificarne l'origine e
conduce a situazioni sperimentali controintuitive. Un altro
rischio è quello per cui lo psicologo attribuisce a se
stesso un punto di vista assoluto di "puro soggetto
conoscente", come se il discorso scientifico sul senso
comune fosse estraneo al senso comune stesso, invece che uno
specifico sviluppo delle potenzialità di autotrascendenza
delle persone, già a livello del senso comune
(20).
A sostegno delle riflessioni e delle critiche portate
avanti fino a questo punto, prendiamo in considerazione come
caso esemplare il trattamento dei connettivi proposizionali
all'interno della teoria dei modelli mentali (TMM) di
Johnson-Laird
(21). Questa teoria
computazionale del ragionamento, che ha dato luogo ad un
complesso insieme di ricerche sperimentali sulla cui base si
è andato ampliando il suo ambito di applicazione, si propone
di spiegare quali sono le caratteristiche della normale
competenza inferenziale e in che modo, anche sistematico, si
determinino gli errori. Punto di partenza è la tesi che il
ragionamento "...non è un processo sintattico e formale;
esso richiede invece che i significati vengano compresi e le
loro rappresentazioni mentali manipolate."
(22) : La comprensione del
discorso produce infatti un modello mentale, la cui
struttura corrisponde alla struttura della situazione
descritta; potrebbe dunque essere definito come una
rappresentazione mentale semianalogica di uno specifico
stato di cose.
La TMM intende porsi in alternativa alle teorie che
ipotizzano l'esistenza di una logica mentale, secondo le
quali il ragionamento consisterebbe nell'applicazione di
regole di inferenza mentali alle premesse e alla conclusione
di un argomento: tali dimostrazioni implicite (nel caso del
ragionamento deduttivo) sarebbero analoghe alle
dimostrazioni esplicite della logica elementare. I modelli
mentali sono invece strutture semantiche, che non contengono
variabili; in essi è anche possibile integrare
l'informazione contenuta nelle premesse utilizzando la
conoscenza generale del mondo disponibile al soggetto. La
TMM prevede infatti che le persone facciano assunzioni
arbitrarie allo scopo di costruire un modello, quando la
comprensione e il ragionamento si svolgano con dati
incompleti. Dato che il modello mentale è modificabile in
presenza di nuove informazioni, la teoria è in grado di
spiegare la 'non-monotonicità' del ragionamento di senso
comune: l'acquisizione di nuove informazioni può indurre
cioè a ritrattare una conclusione (in contrasto quindi con
la proprietà di 'monotonicità' di un calcolo logico
classico).
Per la TMM il ragionamento proposizionale, in cui
vengono usati connettivi come 'e', 'oppure', 'se...allora',
consiste dunque nella costruzione e valutazione di modelli
mentali piuttosto che nella estrazione e manipolazione di
forme logiche. Il significato dei connettivi proposizionali
potrebbe essere definito attraverso tavole di verità, come
avviene in logica, ma risulta improbabile che soggetti senza
preparazione logica specifica impieghino tavole di verità.
Secondo Johnson-Laird, ciò che serve è una teoria che
"...riconcilii la semantica delle tavole di verità con i
vincoli dell'elaborazione mentale, in modo da spiegare la
performance umana." (23)
L'obiettivo è dunque di chiarire i processi inferenziali -
compreso l'uso dei connettivi - nel ragionamento ordinario,
arrivando ad una teoria dell'esecuzione. Quello che succede,
invece, è che la struttura dei possibili modelli
corrispondenti ad una proposizione composta, ad esempio del
tipo 'se p allora q', viene costruita operando una
evidente astrazione da contenuti particolari e ricorrendo
alle proprietà verofunzionali del connettivo 'se...allora'.
La manipolazione corretta dei modelli di p e di q
per costruire il modello della proposizione composta
equivarrebbe dunque all'esibizione di una ideale competenza
logica.
Se di teoria dell'esecuzione si tratta, la TMM,
contrariamente ai suoi intendimenti iniziali, diventa allora
una teoria dell'esecuzione per un ragionatore ideale, in
possesso di regole astratte. L'esito è contraddittorio,
perchè da un lato si sostiene che il ragionamento è un
processo semantico, coinvolgente i contenuti delle premesse
e il riferimento ad una generale conoscenza del mondo,
mentre dall'altro il tipo di razionalità delineata coincide
con la logicità, cioè con la capacità di effettuare
deduzioni valide. Sembrerebbe allora necessario ridefinire
il concetto di competenza inferenziale normale, al di fuori
dei criteri normativi della logica.
Considerazioni analoghe si potrebbero fare per il modo in
cui la teoria interpreta il ragionamento sillogistico: anche
in questo caso, l'esecuzione viene giudicata corretta in
riferimento ad un insieme di regole del tipo della
sillogistica artistotelica. E' questa una struttura
fortemente idealizzata, che permette di controllare la
correttezza dei ragionamenti di senso comune solo una volta
che siano costretti dentro i suoi schemi e privati di quelle
caratteristiche semantiche e conversazionali di essi
costitutive. Sembrerebbe quindi che la TMM si proponga non
tanto di rispondere alla domanda 'come ragioniamo?',
ma alla domanda 'ragioniamo come dovremmo
ragionare?'.
Concludendo, se per la psicologia del
ragionamento si vuole evitare il ruolo limitativo di
proporre teorie dell'errore, definito rispetto
all'attribuzione di una competenza logica ideale, occorre
che questa disciplina precisi i criteri propri di
idealizzazione al fine di salvaguardare la specificità dei
suoi oggetti. Questa ricerca difficile di
autoidentificazione, che dovrebbe stabilire l'originalità
del discorso della psicologia rispetto ai pericoli di
riduzionismo ad altre scienze, sembra attraversare tutto
l'orizzonte delle diverse teorie psicologiche.
NOTE
(1) Con
questa precisazione, collegata agli scopi e ai limiti di
questo lavoro, si intende circoscrivere l'ambito
dell'indagine al piano del linguaggio. Non vengono
quindi affrontati problemi specifici del rapporto
pensiero-linguaggio, anche se si può dire che il ragionare
abbia un versante mentale e un versante comportamentale.
Inoltre il versante comportamentale si esprime non solo
attraverso il linguaggio, ma anche sul piano dell'azione,
come quando ragioniamo, o meglio "mostriamo di ragionare",
utilizzando correttamente uno strumento. Anche questo tema,
che porta molto lontano, fino ad esplorare le 'ragioni' in
base alle quali agiscono gli animali, viene qui accantonato.
(Torna al testo)
(2) Si
considera il ragionamento come linguisticamente espresso e
concluso, sotto l'aspetto quindi della sua funzione
dimostrativa, distinta dalla funzione euristica
che esso assume quando, partendo da premesse assunte come
vere o verosimili o comunque accettate, si ricerca quali
siano le conclusioni teoriche o pratiche che è possibile
trarne
(Torna al testo)
(3)
Perelman (1981) preferisce chiamare 'ragionamento
argomentativo' ciò che Aristotele aveva denominato
'ragionamento dialettico'. La sua teoria
dell'argomentazione, elaborata negli anni '50 insieme a
Olbrechts-Tyteca, recupera l'idea aristotelica di retorica
con lo scopo di rivalutare l'uso pratico della ragione. Nel
corso del presente lavoro, tuttavia, 'ragionamento' ed
'argomentazione' (anche 'argomento') sono utilizzati come
interscambiabili, a meno che non siano specificatamente
qualificati.
(Torna al testo)
(4) I tre
punti di vista qui considerati sono in ovvia corrispondenza
con la tripartizione sintassi-semantica-pragmatica
introdotta da Morris per lo studio generale dei segni.
(Torna al testo)
(5) Cf.
Aristotele, I Topici, trad. introd. comm. a cura di
A. Zadro, Luigi Loffredo Editore, Napoli, 1974 (I, 100 a
25-29). Le opere di Aristotele vengono citate senza alcun
riferimento all'effettivo ordine cronologico di
composizione, così come risulta dalle ancora controverse
indagini filologiche.
(Torna al testo)
(6) Viene
qui sottolineato l'aspetto più applicativo della ricerca
logica, rispetto a quello più teorico rivolto allo studio
dei sistemi formali e alla ricerca delle leggi logiche.
(Torna al testo)
(7) Vale
la pena di ricordare, a questo punto, che in logica i
termini 'valido'/'invalido' oppure 'corretto'/'scorretto'
qualificano gli argomenti deduttivi, i quali garantiscono in
modo assoluto - se validi (corretti)- la verità della
conclusione quando le premesse sono vere. Verità e falsità
possono invece essere predicati solo di proposizioni, mai di
argomenti.
(Torna al testo)
(8)
Oltre ad Agazzi (1964, 1989), si tiene qui presente
soprattutto Agazzi (1986) e il recentissimo Agazzi (1998) in
via di pubblicazione.
(Torna al testo)
(9)
Per le citazioni seguenti cf. Kant I., Logica, a
cura di L. Amoroso, Laterza, 1984, pp. 10-11.
(Torna al testo)
(10)
Corsivo nostro.
(Torna al testo)
(11)
Cfr. Vassallo (1997), che considera anche il
rapporto con una terza domanda collegata alle prime due -
"ragioniamo come dovremmo ragionare?" - nel contesto della
tradizione filosofica inglese in cui è inquadrabile il
pensiero di Boole e in riferimento al suo supposto
psicologismo. Il complesso tema dello psicologismo, secondo
il quale le leggi logiche sono espressione di leggi
psichiche, non viene invece affrontato qui, in quanto
l'indagine verte sulle caratteristiche proprie del punto di
vista logico e di quello psicologico, invece che sulle
possibili interrelazioni tra i rispettivi risultati
(Torna al testo)
(12)
Cfr. Agazzi (1998), da cui sono tratte tutte le
citazioni seguenti, a meno che non sia altrimenti indicato.
(Torna al testo)
(13)
Si intende qui riferirsi alle definizioni
'reali', strumenti concettuali con cui viene resa esplicita
la nostra catalogazione di diversi tipi di realtà,
contrapposte alle cosiddette definizioni 'nominali', né vere
né false in quanto stipulazioni linguistiche.
(Torna al testo)
(14)
Per la giustificazione di questa prospettiva,
diversa da quella qui assunta, cfr. Lolli (1996), in
particolare il capitolo su "Il ragionamento".
(Torna al testo)
(15)
Cfr. Palladino (1998), in via di pubblicazione,
che approfondisce appunto gli stretti legami tra la
matematica e quel settore dell'indagine logica che oggi è
denominato 'logica matematica'. Per una riflessione accurata
sui due sensi fondamentali che si possono attribuire a tale
denominazione ('logica costruita matematicamente' vs
'logica della matematica'), cfr. Agazzi (1986).
(Torna al testo)
(16)
Se si intende invece come 'logica costruita
matematicamente', allora si tratta della trattazione
matematica di un settore della logica per cui la preliminare
analisi filosofica ha raggiunto un sufficiente grado di
esattezza. La logica matematica offre di conseguenza
strumenti sofisticati e pertinenti per trattare problemi
logici, come viene chiarito in Agazzi (1986).
(Torna al testo)
(17)
Cfr. Mosconi (1990) e (1998), per una analisi
dei fraintendimenti derivanti dall'assumere in psicologia
norme della logica e della teoria della probabilità: invece
di mettere in evidenza le regole discorsive proprie
dell'argomentare, le ricerche psicologiche sul ragionamento
hanno spesso dato luogo ad esperimenti organizzati come
esercizi logici espressi in linguaggio comune.
(Torna al testo)
(18)
Al rapporto tra 'cosa' e 'oggetto',
fondamentale nell'epistemologia di Agazzi, fanno specifico
riferimento soprattutto i saggi contenuti nella terza parte
di questo volume. Cfr. Agazzi (1981), invece, per una
distinzione tra norme costitutive, che identificano oggetti,
e norme prescrittive, che corrispondono a imperativi morali
e giuridici.
(Torna al testo)
(19)
Cfr. Muzi (1981), pag. 117.
(Torna al testo)
(20)
Questa osservazione è inquadrabile nella prospettiva
generale secondo cui l'evoluzione del senso comune
produce la scienza, come anche le riflessioni sulla
logica nella sezione precedente hanno indicato.
(Torna al testo)
(21)
Cfr. Johnson-Laird (1983), (1993) e Johnson-Laird,
Byrne(1993).
(Torna al testo)
(22)
Cfr. Johnson -Laird (1993), pag.20.
(Torna al testo)
(23)
Cfr. Johnson-Laird, Byrne(1993), pag. 43.
(Torna al testo)
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versus His Explanatory Anti-Psychologism", in via
di pubblicazione in History
and Philosophy of Logic, vol. 18, n. 4.
Il presente lavoro è pubblicato in: Montecucco L. (a cura
di), Contesti Filosofici della Scienza, Brescia: Ed.La
Scuola, 1997. Viene qui riprodotto per cortese concessione
dell'Editore.
Fonte:
www.psychomedia.it
§
Logica, filosofia del
linguaggio e filosofia della
scienza nel pensiero del Novecento
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|
Logica e fondamenti della matematica
Il pensiero filosofico moderno, a
cominciare da Descartes e dall’empirismo britannico,
fino a Kant e a Hegel aveva di regola mostrato
scarso interesse nei confronti della logica
formale; a questo riguardo gli studi compiuti da
Leibniz e fatti oggetto di attenzione in epoca
recente costituiscono un’eccezione. Se della "logica
formale" vogliamo dare una definizione
approssimativa, potremmo dire che essa ha come
oggetto di studio le regole generali mediante cui è
possibile ricavare da proposizioni vere altre
proposizioni vere, così come avveniva nel sillogismo
aristotelico. Ma i filosofi moderni avevano
obiettato, in genere, che la logica non permette di
scoprire nuove verità e può soltanto, nel migliore
dei casi, aiutare ad esporre quanto è già stato
conosciuto attraverso l’intuizione intellettuale o
l’esperienza sensibile.
E’ vero che Kant aveva dedicato
la parte più ampia della Critica della ragion
pura alla "logica trascendentale" e che una
delle opere fondamentali in cui Hegel sviluppa i
principi della "dialettica" reca il titolo di
Scienza della logica. Ma né la logica
trascendentale di Kant né la dialettica di Hegel
hanno nulla da spartire con la "logica formale".
Anzi, secondo Kant, essa, dopo l’Organon di
Aristotele non aveva conosciuto ulteriori sviluppi
significativi.
In realtà la "logica formale" (o,
come si dice oggi, la "logica matematica" o "logica
simbolica") ben lungi dall’esaurirsi nelle dottrine
aristoteliche è pressoché interamente un prodotto
del Novecento. La ripresa delle ricerche nell’ambito
della logica ha inizio attorno alla metà del
diciannovesimo secolo, allorché lo studio della
disciplina assume un carattere decisamente
matematico. La nuova logica tende a presentarsi come
un calcolo matematico. Ma c’è di più: la logica
sembra per un certo periodo all’inizio del Novecento
candidarsi con valide ragioni al ruolo di
fondamento della matematica, nel senso che tutte
le altre discipline matematiche, dall’algebra
all’analisi infinitesimale alla geometria, sembrano
essere riconducibili alla logica. Essa, infine,
sempre in riferimento alla matematica, consente una
rigorosa messa a punto dei procedimenti dimostrativi
più astratti e più lontani dalla comune intuizione e
farà oggetto di studio, negli sviluppi più avanzati,
il concetto stesso di "dimostrazione", chiarendone
il significato e individuandone i limiti .
Per quanto riguarda i primordi di
questa rinascita degli studi logici occorre
ricordare il nome del matematico inglese George
Boole. Questi, verso la metà dell’Ottocento, maturò
con chiara consapevolezza l’intuizione fondamentale
secondo cui la logica deve essere trattata come una
specie particolare di algebra. Le
proposizioni vengono da Boole considerate come
equazioni. Per esempio una proposizione del tipo
"nessun x è y", viene espressa con la formula "xy =
0". L’idea di Boole, che, almeno in origine,
conduceva a procedure piuttosto macchinose e non del
tutto chiare, venne ripresa, tra gli altri, dal
logico tedesco Ernst Schroder, che sviluppò l’
"algebra di Boole" in un sistema formalizzato,
manipolabile mediante chiare e precise regole di
calcolo.
Ma le innovazioni più
significative apparvero quando si cercò, come già si
è accennato, di individuare nella logica il
fondamento della matematica. Quest’ultima, in tutto
il complesso delle discipline ad essa riconducibili,
sarebbe dovuta apparire come un coerente sviluppo
dei concetti fondamentali propri della logica.
Protagonisti di questa impresa, volta a stabilire
in forma rigorosa i fondamenti della matematica,
furono, tra la fine dell’Ottocento e il principio
del Novecento, due matematici: l’italiano
Giuseppe Peano e il tedesco Gottlob Frege.
Indubbiamente la geometria,
attraverso il metodo delle coordinate numeriche
associate a ciascun punto, poteva essere facilmente
ricondotta alla teoria dei numeri reali. D’altra
parte l’intero sistema dei numeri, secondo quanto
era emerso durante il diciannovesimo secolo dagli
studi di vari matematici, tra cui Cauchy e Dedekind,
era in ultima analisi riconducibile ai numeri
naturali (quelli che normalmente utilizziamo nel
contare). Di conseguenza lo sforzo dei
logici-matematici si volse alla ricerca di una
definizione convincente del "numero naturale".
Il sistema ideato da Peano
utilizzò per questa impresa un materiale decisamente
povero. Per costruire la teoria dei numeri naturali
e, di conseguenza, l’intero sistema della matematica
erano sufficienti, secondo il matematico italiano,
l’apparato della logica (in particolare la teoria
degli insiemi) e tre concetti primitivi, ossia non
definiti: zero, numero e successore.
Questi termini compaiono nei cinque postulati
da cui viene ricavata l’intera teoria dei numeri.
Ma l’alternativa offerta dal
logicismo di Frege è più radicale.
Secondo il matematico tedesco, infatti, è possibile
definire, con i soli strumenti offerti dalla logica,
lo zero e tutta la successione dei numeri naturali.
Che cos’è, in generale, un "numero naturale"?
Secondo Frege il numero è, propriamente parlando,
qualcosa che viene assegnato a un concetto.
Possiamo, per esempio, attribuire un numero al
concetto "luna del pianeta Venere" (anche se Venere
non ha lune), o al concetto "luna del pianeta Giove"
(ne esistono quattro), oppure al concetto "abitante
di questa città". Cominciamo con l’attribuire il
numero "0" al concetto "non identico a se stesso".
Questo passaggio risponde abbastanza facilmente alla
nostra intuizione, giacché non esistono cose che non
siano identiche a se stesse. Procediamo oltre e
attribuiamo il numero "1" all’entità "0" che abbiamo
già definito: non c’è dubbio, infatti, che essa, in
quanto entità definita nella maniera sopra
illustrata, non sia un "nulla", ma costituisca in
qualche modo un’unità. Il numero "2" verrà, quindi,
attribuito alla successione numerica { 0, 1 } . E’
ora evidente che in questa maniera possono essere
definiti tutti i numeri naturali. Infatti il numero
"n" sarà attribuito alla successione {0, 1, 2,
...n-1}, costituita da tutti i numeri naturali, zero
compreso, che precedono n.
Resta da vedere, una volta
definiti i numeri naturali, come essi possano venir
usati per "numerare", ossia, nel linguaggio di Frege,
come essi possano essere attribuiti ai concetti. A
questo proposito Frege stabilisce che due concetti,
A e B, hanno lo stesso numero quando i concetti
"uguale al concetto A" e "uguale al concetto B"
hanno la stessa estensione. Per "estensione"
di un concetto si intende la classe di tutti gli
oggetti che cadono sotto tale concetto. Ma che cosa
si deve intendere per "uguaglianza" rispetto a un
concetto? A questo proposito Frege si poteva
avvalere del lavoro sugli insiemi già in precedenza
compiuto dal matematico tedesco Georg Cantor:
l’uguaglianza di cui sopra poteva essere intesa come
equinumerosità; due insiemi sono equinumerosi
quando tra essi sussiste una corrispondenza
biunivoca, ossia quando è possibile associare a
ciascun elemento di uno qualsiasi dei due insiemi
uno e uri solo elemento appartenente all’altro
insieme. In sostanza, dunque, due concetti sono
"uguali" quando sussiste una corrispondenza
biunivoca tra le rispettive estensioni. Si noti che
questa definizione di "equinumerosità" non implica
alcun riferimento al numero, che deve ancora essere
definito sulla base di essa.
Troviamo, ora, che, per esempio,
"uguale alle lune del pianeta Giove" e "uguale a
{0,1,2,3} avranno la stessa estensione; questa sarà
il numero "4", che, per definizione, è l’estensione
del concetto "uguale a {0,1,2,3}. Gli insiemi che
sono equinumerosi alle lune di Giove e alla
successione {0,1,2,3} sono, infatti, i medesimi.
In tal modo Frege caratterizza i
numeri naturali senza far riferimento a concetti che
già presuppongano il numero. Inoltre l’esistenza e
le proprietà dei numeri così definiti non dipendono
né dall’esistenza di oggetti fisici né da operazioni
compiute dalla mente. Il numero è, infatti, definito
mediante relazioni tra concetti, che sono, secondo
Frege, "oggetti di ragione", la cui esistenza non
dipende né dalla mente umana né dalla realtà fisica.
Il logico e filosofo inglese
Bertrand Russell (1872-1970) riuscì a
semplificare notevolmente la procedura seguita da
Frege. Egli metteva in pratica coerentemente quel
metodo, risalente alla tarda Scolastica medievale,
noto come "rasoio di Ockham", che cercava di
eliminare le entità non necessarie. Russell, che
ancora non conosceva i lavori di Frege, definì i
numeri naturali in termini di classi, senza
più utilizzare i concetti
su cui si era basato il
matematico tedesco. Un numero cardinale veniva
definito come la classe di tutte le cassi simili a
una classe data; due classi sono "simili" quando
possono essere poste in corrispondenza biunivoca. Ma
approfondendo lo studio delle "classi" e della
relazioni di appartenenza ad esse, Russell scoprì
una difficoltà che sembrò, sulle prime, troncare
alla radice il tentativo di ricondurre la teoria dei
numeri, e dunque l’intera matematica, alla logica.
Egli osservò che alcune classi possono essere
elementi di se stesse. Per esempio la classe
costituita da "tutte le cose che non sono
uomini" appartiene a se stessa, in quanto,
ovviamente essa stessa non è un uomo.
Definiamo, ora, la classe R, come
"la classe di tutte le classi che non
appartengono a se stesse". Domandiamoci: R
appartiene a se stessa oppure no? Facciamo le due
ipotesi possibili e vediamo quali conseguenze ne
derivano. Supponiamo, in primo luogo, che R
appartenga a se stessa: R è, allora, elemento di R;
ne segue, in base alla definizione di R come classe
di tutte le classi che non appartengono a se
stesse, che R, in realtà non appartiene a se
stessa, in contraddizione con l’ipotesi fatta.
Supponiamo, all’opposto, che R non appartenga
a se stessa; ne segue, allora, che, in virtù di
questa sua caratteristica, R appartiene, in
realtà, a se stessa, poiché R è stata definita come
la classe che contiene tutte le classi che non
appartengono a se stesse. Poiché le due ipotesi
reciprocamente contraddittorie si implicano a
vicenda, nel senso che ciascuna di esse segue
dall’altra, risulta che "R appartiene a R" equivale
a "R non appartiene a R". Questa contraddizione è
nota come "antinomia di Russell" ed è chiaramente
legata al fatto che la classe R è definita come una
totalità di classi.
La scoperta dell’antinomia, che
Russell comunicò a Frege nel 1902, metteva in crisi,
in generale, la teoria degli insiemi, in quanto non
è più possibile affermare che a ciascuna proprietà,
per esempio a "non essere elemento di se stesso",
corrisponda un insieme. Russell stesso tentò di
risolvere la difficoltà mediante la teoria dei
tipi. Si stabilisce che le entità individuali
sono di tipo "0"; che le classi di individui sono di
tipo "1"; che le classi di classi di individui sono
di tipo "2", e così via. Il principio fondamentale
della teoria è quello secondo cui in ciascuna frase
il predicato deve essere di tipo superiore al
soggetto. Se il principio non viene rispettato la
frase non è né vera né falsa, ma priva di
significato. Una classe, dunque, può appartenere
soltanto a una classe di classi, non già a una
classe di entità individuali. Pertanto la
definizione con cui viene introdotta la classe R, in
quanto afferma l’appartenenza di una classe a una
classe a cui appartengono individui, dà origine a un
nonsenso.
La teoria dei tipi fu
ulteriormente perfezionata da Russell in una
versione più sofisticata: la teoria dei tipi
ramificata. Ma essa, soprattutto in questa
seconda versione, fu spesso considerata innaturale e
macchinosa. Vari matematici preferirono sviluppare
la ricerca sui fondamenti della matematica in altre
direzioni.
Il tedesco David Hilbert
(1862-1943) e l’olandese Luitzen Egbertus Jan
Brouwer (1881-1966) furono promotori di due
indirizzi, denominati rispettivamente formalismo e
intuizionismo. Secondo il formalismo
di Hilbert la matematica può essere interpretata
come un sistema di simboli e di regole,
ovvero di assiomi, che governano l’uso di questi
simboli. I simboli non hanno necessariamente un
significato e devono essere intesi semplicemente
come segni tracciati sulla carta o sulla
lavagna. Fare matematica diventa, in tal modo, come
giocare una partita a scacchi o giocare un qualsiasi
altro gioco disciplinato da regole rigorosamente
determinate. Poiché in una qualsiasi teoria
matematica non si sa di quali oggetti si stia
parlando, una stessa teoria è suscettibile di
molteplici interpretazioni differenti, ossia è
applicabile a differenti ambiti di oggetti, purché,
ovviamente, questi soddisfino gli assiomi propri del
sistema matematico. Per esempio la geometria, intesa
come sistema matematico formalizzato, non si occupa
soltanto e necessariamente di punti o di piani, ma
può essere riferita a qualunque insieme di oggetti
che soddisfino i suoi assiomi.
Il compito di individuare e
ricostruire la struttura formale delle teorie
matematiche spetta a quella disciplina che Hilbert
chiama metamatematica . La metamatematica è
quella teoria che ha per oggetto la matematica.
L’obiettivo fondamentale che essa si propone è
quello di mostrare che è impossibile, all’interno
del sistema matematico, considerato, in particolare
dell’aritmetica, dedurre contraddizioni.
Una volta ottenuto questo
risultato in relazione all’aritmetica ogni problema
relativo ai fondamenti della matematica sarà
definitivamente risolto, in quanto sussisterà la
garanzia che l’intero sistema della matematica sarà
esente da contraddizioni.
L’intuizionismo,
sviluppato da Brouwer e da vari altri matematici, si
preoccupa, come il logicismo di Russell e il
formalismo di Hilbert, di prevenire all’interno del
discorso matematico il sorgere di paradossi. Esso,
tuttavia, segue una via completamente differente e
preferisce fondare la matematica su ciò che la
coscienza umana può costruire al proprio
interno. Secondo questo indirizzo, che fu anticipato
già dal matematico e filosofo Poincaré e non è privo
di agganci con alcune filosofie del Novecento (per
esempio quella di Bergson) possono avere
cittadinanza nella matematica solo quelle entità che
possono effettivamente essere costruite all’interno
della coscienza. In questo modo secondo gli
intuizionisti, possono essere evitati i paradossi.
L’intuizionismo, tuttavia, in quanto bandisce tutto
ciò che non è effettivamente costruibile, sacrifica
ampi settori della matematica stessa. Per esempio
gran parte della teoria degli insiemi infiniti, che,
dopo le ricerche di Georg Cantor, aveva dato luogo a
una articolata aritmetica transfinita, deve
essere abbandonata. Anche la logica subisce tagli
assai rilevanti. Viene a cadere, infatti, il
principio del terzo escluso, quello che
asserisce
che è vera una proposizione p,
oppure è vera la sua negazione, non p.
Infatti, se, per esempio, non ho costruito la
proposizione p, non segue da ciò che abbia costruito
la sua negazione non p. Se la verità
matematica consiste nella costruibilità occorre
ammettere che la logica deve avere tre valori di
verità: vero, falso, (come la logica tradizionale)
e, in più, indecidibile, per tutti i casi in cui la
mente non può costruire né p né non p.
Una svolta decisiva nelle
ricerche sui fondamenti della matematica e, in
generale, nella logica, ebbe luogo nel 1931. In
quell’anno il logico tedesco emigrato negli USA,
Kurt Godel ricavò, per mezzo di una procedura
complessa e ingegnosa, un teorema secondo cui
all’interno di un sistema assiomatico che contenga
l’aritmetica dei numeri naturali devono sussistere
proposizioni che non sono decidibili, di cui, cioè,
non può essere provata né la verità né la falsità.
Questa incompletezza dimostrata da Godel
colpiva alla radice soprattutto il tentativo
compiuto dal formalismo hilbertiano di provare la
non-contraddittorietà dell’aritmetica. In realtà
erano da lungo tempo disponibili nella matematica
proposizioni di cui non si era riuscita mai a
provare la verità, senza che, tuttavia, fossero
mai state smentite da controesempi. Una di queste è
la celebre "congettura di Goldbach", secondo la
quale ogni numero pari può essere espresso come
somma di due numeri primi.
Dopo il teorema di Godel le
ricerche dei logici abbandonarono il progetto volto
a costruire un unico edificio coerente in cui
fossero contenute la logica e la matematica. Esse
proseguirono in ambiti più specifici e mirarono a
risultati di portata meno generale. Furono esplorati
campi in gran parte nuovi, come per esempio quello
delle logiche a molteplici valori di verità,
oppure delle logiche che prendono in esame le
espressioni normative, quelle, cioè, che
contengono un comando e furono profondamente
rinnovate le indagini in campi quali la logica
modale, ossia quella parte della logica che si
occupa di espressioni come "possibile" e
"necessario".
Logica e filosofia: Russell
Lo sviluppo della logica
all’inizio del Novecento determinò una profonda
svolta nel modo di impostare alcuni tradizionali
problemi filosofici. Attraverso gli studi di Frege
e, soprattutto, di Russell risultò chiaro che il
modo usuale di analizzare le proposizioni è
insoddisfacente. La logica si assunse, pertanto, il
compito di individuare un altro modo di analizzare
le proposizioni. Si può dire, in generale, che,
secondo la logica contemporanea, quelli che nelle
lingue naturali figurano come nomi comuni o
anche come nomi propri cessano di essere nomi, e
quindi soggetti, per figurare come attributi. Il
soggetto è ormai, soltanto un pronome indeterminato
"x", a cui vengono riferiti sia il vecchio soggetto
sia il predicato. A Bertrand Russell premeva
soprattutto evitare che venissero postulate, in
qualità di significati dei termini linguistici,
delle entità astratte non riconducibili agli oggetti
esistenti nella realtà concreta. Se ad ogni
espressione dotata di significato dovesse
corrispondere una qualche entità, allora dovremmo
dire che deve esistere qualcosa che corrisponda
all’espressione "l’attuale re di Francia". Il
filosofo inglese, preoccupato di salvaguardare anche
nella logica "un robusto senso della realtà",
rifiutava di ammettere entità sussistenti in qualche
dimensione astratta che corrispondessero alle
espressioni prive di riferimento nella realtà
concreta. Eppure, quando diciamo qualcosa come
"l’attuale re di Francia è calvo", sappiamo
perfettamente che cosa diciamo, anche se non esiste
alcuna entità reale che corrisponda al soggetto
della nostra affermazione e anche se tale
affermazione è, ovviamente, falsa.
La teoria delle descrizioni
definite fornisce una risposta al problema
interpretando l’espressione "attuale re di Francia"
come un predicato da attribuire a un generico
"qualcosa", indicato in simboli logici con la
lettera "c". Nel suo complesso una proposizione come
"l’attuale re di Francia è calvo" viene ora
riformulata in questi termini: "esiste un termine c
tale che, qualunque sia x, x è l’attuale re di
Francia equivale a x è c; inoltre c è calvo".
Per quanto riguarda, poi, le
proposizioni universali della vecchia logica
aristotelica, del tipo "tutti gli uomini sono
mortali" esse vengono risolte in un’implicazione
della forma: "qualunque sia x, se x è un uomo,
allora x è mortale". Questo tra l’altro spiega
perché possano essere vere proposizioni universali
riferite a entità non esistenti, per esempio "tutti
i centauri sono quadrupedi". Esse, in sostanza, si
limitano ad asserire che se qualcosa è un
centauro allora esso è un quadrupede.
L’importanza di queste teorie, in
particolare della teoria delle descrizioni definite,
non è limitata alla logica. Sul piano dell’analisi
filosofica essa comporta, in generale, la
disintegrazione dell’"oggetto", ovvero della "cosa",
in un insieme di proprietà, ciascuna delle quali
corrisponde a una descrizione. Il mondo non si
presenta più come insieme di oggetti aventi
proprietà, ma piuttosto come insieme di eventi sulla
base dei quali vengono costruite, per mezzo di
operazioni logiche, le "cose", a cui, secondo il
linguaggio comune, ineriscono le varie proprietà.
Con queste concezioni filosofiche di Russell siamo,
come si vede agli antipodi del logicismo
platonizzante di Frege. La logica, secondo il
filosofo inglese, non scopre alcuna realtà, ma
fornisce solo gli strumenti linguistici per
descrivere una realtà scoperta per mezzo
dell’esperienza e della conoscenza scientifica.
Ludwig Wittgenstein
(1889-1951)
Opere principali Tractatus
logico-philosophicus (1921), Quaderno blu
e Quaderno marrone (composti tra il 1933 e il
1935, pubblicati postumi nel 1958), Ricerche
filosofiche (pubblicate postume nel 1953).
Il Tractatus
logico-philosophicus
Viennese, dopo aver intrapreso
studi di ingegneria, Wittgenstein si dedicò alle
problematiche filosofiche entrando in rapporti di
familiarità con il filosofo inglese Bertrand Russell
e con gli esponenti del Circolo di Vienna. Maturò la
convinzione che il tradizionale sapere filosofico
non fosse una forma di autentica conoscenza: i
problemi filosofici erano degli pseudoproblemi
generati da un uso scorretto del linguaggio. Di
conseguenza l’attività filosofica poteva essere
soltanto terapeutica, volta a mettere in luce
questi falsi problemi e a dissolverli mostrandone
l’inconsistenza.
In questa prospettiva compose
l’opera pubblicata nel 1921, il Tractatus
logico-philosophicus, uno scritto piuttosto
breve, articolato in sei enunciati principali; a
questi si accompagnano, numerose altre proposizioni
che fungono da commento o spiegazione ed altre
ancora che commentano e sviluppano queste ultime. Ne
risulta un complesso ordinamento "ramificato", in
cui ciascun enunciato è contrassegnato da alcune
cifre che ne indicano la posizione entro l’"albero".
Con gli aforismi del Tractatus Wittgenstein
era convinto di essere pervenuto a una verità
intangibile e definitiva, secondo quanto egli stesso
dichiarava nella prefazione all’opera. Essendo
persuaso di aver risolto definitivamente i
problemi filosofici, si dedicò ad altre attività,
tra cui l’insegnamento elementare, verso cui
avvertiva una specifica vocazione. Solo dopo molti
anni, quando già si era recato in Inghilterra e
aveva intrapreso l’insegnamento all’università di
Cambridge, a seguito di scambi di vedute con alcuni
amici, operò una profonda revisione del suo pensiero
ed elaborò, in quaderni di appunti pubblicati
postumi, le nuove concezioni riguardanti il
linguaggio e il significato.
Mondo e linguaggio
Le sei tesi del Tractatus
e la complessa ramificazione di proposizioni ad
esse correlate vertono tutte su quello che si
presenta come problema fondamentale: il rapporto
tra il mondo e il linguaggio. La soluzione che
viene proposta è, nelle sue linee di fondo,
piuttosto semplice: il linguaggio rappresenta i
fatti del mondo, in quanto è in grado di riprodurre
al suo interno la struttura del mondo; nella sua
natura più profonda il linguaggio è essenzialmente
"geroglifico", perché ha la stessa forma di ciò che
intende rappresentare e rispetto a cui è, in tal
modo, isomorfo. Quando il linguaggio, per un
qualsiasi motivo, smarrisce la funzione
rappresentativa che gli è propria sorgono
espressioni insensate e domande che non potranno
ricevere alcuna risposta; su queste sono stati
costruiti gli edifici della metafisica tradizionale.
Nella già citata Prefazione Wittgenstein
stesso riassume il senso del libro con le parole:
"Quanto si può dire, si può dire chiaramente; e su
ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere".
I fatti
Il linguaggio, come si è
detto, deve rappresentare il mondo. Ma che cos’è il
mondo? Risponde a questa domanda la prima
proposizione del Tractatus. "Il mondo è tutto
ciò che accade". Il mondo, detto in altre parole, è
"la totalità dei fatti". I "fatti", che
costituiscono la realtà del mondo, non sono le
"cose", ovvero gli "oggetti". Un fatto è un "stato
di cose", costituito da una o più cose in una
determinata situazione. La "cosa", al contrario, si
caratterizza per la possibilità di sussistere in una
infinità di stati differenti, rimanendo sempre
identica a se stessa. Questo infinito ventaglio di
possibilità che è proprio dell’"oggetto" viene detto
"spazio logico". Il sussistere di queste possibilità
sta a significare che il mondo dei fatti, così come
è dato, non è dovuto ad alcuna necessità, giacché i
fatti potrebbero anche accadere diversamente
da come effettivamente accadono.
Una categoria di fatti merita
attenzione particolare: si tratta di quei fatti che
hanno la capacità di raffigurare altri fatti.
Un fatto che raffigura altri fatti è detto
immagine. La raffigurazione consiste in
questo: gli elementi che costituiscono l’immagine
stanno tra loro nella stessa relazione in cui si
trovano gli oggetti che entrano a far parte dei
fatti rappresentati, come per esempio accade
allorché si rappresenta un incidente stradale con i
modellini delle automobili coinvolte.
La proposizione
Non c’è dubbio che il
pensiero sia, nel suo complesso, un’immagine dei
fatti che costituiscono il mondo. Il segno
sensibile attraverso cui viene palesato il
pensiero è la proposizione. I termini
semplici che entrano a far parte della proposizione
e che non sono ulteriormente scomponibili sono i
nomi: essi si riferiscono agli oggetti. Ma
poiché ciò che conferisce significato alla
proposizione è la sua struttura, cioè la relazione
tra i suoi costituenti, un nome non ha mai
significato da solo, ma diventa significativo solo
nella proposizione, in connessione con altri nomi.
La proposizione è "la descrizione di uno stato di
cose". Essa è vera se i fatti avvengono nel
mondo nella maniera in cui essa dichiara. E’
importante, per evitare i possibili equivoci, tenere
ben fermo il principio secondo cui la proposizione
rappresenta fatti del mondo e mai qualcosa di
diverso dai fatti.
Le costanti logiche
Entro le proposizioni occorre
operare un’importante distinzione. Alcune
proposizioni sono costituite semplicemente dalla
concatenazione di nomi per mezzo di un predicato o
di una relazione. Queste proposizioni non possono
essere scomposte in proposizioni più semplici e sono
dette proposizioni elementari. Chi conoscesse
tutte le proposizioni elementari vere, avrebbe con
ciò stesso una descrizione completa del mondo. Altre
proposizioni derivano da quelle elementari
attraverso operazioni compiute mediante quelle
"particelle", da Wittgenstein dette costanti
logiche, che non si riferiscono ad alcun
oggetto, ma servono solo a connettere tra loro altre
proposizioni. Le costanti logiche fondamentali sono
"non", "e", "o", "se...allora". La verità delle
proposizioni complesse, ottenute applicando le
costanti logiche, dipende, secondo le leggi proprie
di ciascuna costante, dalla verità delle
proposizioni elementari . In termini matematici la
verità delle proposizioni complesse è "funzione"
della verità delle proposizioni elementari.
Le tautologie
Alcune proposizioni, dette
tautologie, sono vere qualunque sia il
valore di verità delle proposizioni elementari da
cui dipendono. L’esempio più semplice di tautologia
è quello della forma "piove o non piove"; essa,
infatti, sia che in effetti piova, sia che non
piova, è in ogni caso vera. Chiaramente questa
proprietà deriva dalla particolare combinazione
delle costanti "o" e "non". I fatti del mondo non
hanno alcun rilievo nel rendere vera la tautologia,
che è vera soltanto in virtù della sua forma logica.
Essa, pertanto, nonostante la sua assoluta certezza,
non trasmette alcuna informazione riguardo al mondo
dei fatti. Al contrario le proposizioni che sono
false in virtù della loro forma, qualunque cosa
accada nel mondo, sono dette contraddizioni:
le più semplici tra esse hanno la forma "p e non-p"
("p" sta per una qualsiasi proposizione).
Logica e matematica
Poste queste basi
Wittgenstein procede ad esaminare il valore
conoscitivo delle varie scienze. La logica è
interamente costituita da tautologie, la cui
verità è necessaria, ma non reca alcun contenuto
informativo riguardante il mondo dei fatti, cioè la
realtà. Esse, afferma Wittgenstein, "non dicono
nulla" e sono analitiche nel senso kantiano.
Alla logica si connette la matematica. Questa è "un
metodo della logica", un metodo applicando il quale
trasformiamo alcune proposizioni vere in altre
proposizioni vere, come quando, sulla base di alcuni
dati, risolviamo un problema. A questo proposito la
posizione di Wittgenstein, e in genere di tutto
l’empirismo logico, differisce profondamente da
quelle espresse da Kant e dal positivismo
ottocentesco: la matematica è un metodo, sia pure
della somma importanza, che, in quanto tale, non ha
valore conoscitivo. Le sue equazioni, non avendo in
se stesse alcun valore di verità, non hanno
autentica natura proposizionale e sono soltanto
proposizioni apparenti.
Le proposizioni che non sono
né tautologie né contraddizioni e che si riferiscono
ai fatti del mondo sono indipendenti l’una
dall’altra, così come sono reciprocamente
indipendenti i fatti che costituiscono il mondo. La
fede in un nesso causale che stabilisca un vincolo
necessario tra un fatto e altri fatti è pura
superstizione. Tutto ciò che accade nel mondo è
contingente, ossia non-necessario. La necessità
sussiste solo nell’ambito della logica.
Le leggi scientifiche
Che cosa sono, allora, le
leggi scientifiche, come per esempio quelle della
meccanica? La legge scientifica è un apparato
logico che permette di formulare proposizioni
intorno ai fatti del mondo. Le leggi della meccanica
newtoniana non parlano, nella loro enunciazione
generale, dei fatti del mondo. Solo quando esse sono
applicate ai casi particolari e sono specificate
attraverso ben determinate misure, forniscono
descrizioni riferite a fatti. Le leggi scientifiche,
dunque, sebbene a motivo della loro generalità non
parlino del mondo, forniscono i materiali
fondamentali che consentono di formare proposizioni
riguardanti il mondo e di individuare con precisione
dei fatti. Esse sono paragonabili ai reticolati,
costituiti da linee e da figure arbitrarie, per
mezzo di cui possiamo descrivere una superficie su
cui sono irregolarmente distribuite delle macchie di
colore. Non c’è nessun obbligo che imponga di
descrivere la superficie ricorrendo a un reticolato
piuttosto che a un altro. Così, analogamente, una
certa teoria scientifica può essere valida quanto un
altra, purché entrambe consentano di individuare con
la stessa precisione i fatti del mondo.
La filosofia come attività
chiarificatrice
Ma allorché i segni
proposizionali non sono immagini di fatti, né,
d’altra parte, si possono ricondurre ai metodi di
ragionamento propri della matematica o alle leggi
scientifiche, essi non hanno significato, ossia sono
insensati. In essi, infatti, è venuta a
mancare quella che costituisce la funzione specifica
della proposizione: rappresentare un fatto. Questa
insensatezza si riscontra nelle proposizioni
della filosofia tradizionale: esse non sono
false, ma sono, piuttosto, prive di
significato. La filosofia del passato il più
delle volte è sorta, sostiene Wittgenstein, dalla
mancata comprensione della natura del linguaggio.
C’è, tuttavia, ancora spazio per l’attività
filosofica, a patto che si abbandoni l’atteggiamento
proprio dei filosofi tradizionali. La filosofia, che
non è una scienza, ma piuttosto un’attività
chiarificatrice, quando è intesa nell’unica
maniera corretta possibile, è "critica del
linguaggio". Quando sarà stata compiuta la corretta
analisi delle espressioni linguistiche risulterà che
ogni enigma è soltanto apparente ed è,
con ciò stesso, scomparso: i problemi
tradizionalmente considerati più profondi in realtà
non sono affatto problemi.
L’ineffabile
L’analisi che Wittgenstein
sviluppa nel Tractatus non si risolve,
tuttavia, in una pura e semplice dichiarazione di
insensatezza nei confronti della problematica
filosofica tradizionale. Accanto alla logica e a
tutto ciò che concerne il linguaggio inteso come
raffigurazione della realtà fattuale, appare
un’altra dimensione, che sfugge all’espressione
linguistica, ma che pure non è meno reale: la
dimensione dell’ineffabile. E’ questo, forse,
l’aspetto più inquietante del Tractatus.
L’ineffabile sorge all’interno delle
proposizioni stesse in quanto esse, non solo parlano
del mondo, ma esibiscono, per il semplice
fatto che esistono, la loro forma logica. La
proposizione, in altre parole, dice qual è la
struttura di un fatto del mondo, ma mostra, senza
poterlo dire, come è fatta essa stessa. E in
generale, afferma Wittgenstein, "Ciò che può essere
mostrato non può essere detto".
La presenza dell’ineffabile,
ossia di ciò che "si mostra" nel linguaggio ma
non può essere detto, diventa esplicita tutte le
volte che il discorso abbandona i fatti e investe il
mondo nella sua totalità o i limiti del mondo
stesso, per esempio quando si considera il soggetto
dell’esperienza, oppure la morte. La totalità dei
fatti è ciò che costituisce la nostra esperienza, ma
non è essa stessa un fatto. Il soggetto
dell’esperienza non si manifesta all’interno
dell’esperienza. La morte è ciò che chiude la nostra
esperienza del mondo: "La morte non è un evento
della vita. La morte non si vive".
Il mistico
Il tema dell’ineffabile
conduce in tal modo alle soglie del mistico.
A differenza dell’ineffabile, che
manifesta se stesso nella forma della proposizione,
e che, dunque, è già implicito nella dimensione
logica, il mistico si presenta come un
intuire, un sentire, dunque come
un’esperienza soggettiva. In questo senso deve
essere interpretato uno degli aforismi con cui si
chiude il Tractatus: "Sentire il mondo quale
tutto limitato è il mistico". Questa medesima
ispirazione, che spinge la logica ai confini
dell’indicibile, si avverte in un’altra celebre
proposizione, derivata probabilmente dalla mistica
tedesca dei primi secoli dell’età moderna: "Se per
eternità s’intende, non infinita durata nel tempo,
ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel
presente". Il tempo presente, infatti, è un tutto
limitato al di fuori del quale non è possibile
andare. Ma questo non può essere "detto": può essere
soltanto "vissuto". Con queste enunciazioni,
presenti soprattutto nella parte conclusiva
dell’opera, il Tractatus si conferma
un testo affascinante ed enigmatico. La ragione di
ciò si può trovare nel fatto che, sebbene siamo
necessitati a parlare del mondo per mezzo del
linguaggio e con gli strumenti della logica,
nell’esistenza stessa del linguaggio "si mostra" una
dimensione della realtà che appartiene a pieno
titolo al vissuto, ma non può essere espressa per
mezzo di parole.
Le Ricerche filosofiche:
una nuova teoria del significato
Con le Ricerche filosofiche,
il testo pubblicato nel 1953, sulla base di
appunti che Wittgenstein aveva terminato di comporre
nel 1949, le concezioni esposte nel Tractatus
sono sottoposte a una revisione profonda da cui
emergono nuove vedute destinate a segnare
profondamente l’evolversi del dibattito filosofico
più recente.
In un certo senso si può dire che
il punto di partenza della nuova indagine sia
esattamente il punto di arrivo dell’analisi condotta
nel Tractatus, ovvero l’impossibilità di
uscire dal linguaggio. Il linguaggio è
intrascendibile: tutto quello che noi diciamo, o
pensiamo, lo diciamo o pensiamo per mezzo del
linguaggio. Anche quando cerchiamo di fornire la
spiegazione o la definizione di alcune espressioni
linguistiche, compiamo questa operazione per mezzo
di altre espressioni linguistiche.
Il linguaggio non si può
trascendere
Detto in altri termini non ci
sono (al contrario di quello che si sosteneva nel
Tractatus) espressioni linguistiche privilegiate
che traggano il loro significato da un riferimento
immediato alla realtà. Il significato di
un’espressione non viene mai definito mediante un
riferimento diretto ai fatti. L’unica maniera in cui
sarebbe possibile raccordare un’espressione del
linguaggio alla realtà fattuale consisterebbe
nell’ostensione, cioè nell’atto con cui si
indica concretamente, per esempio con un gesto della
mano, la realtà concreta a cui l’espressione si
riferisce. Ma ciò, a ben guardare, non è possibile.
Quando indico un certo oggetto con la mano, non è
affatto chiaro, a chi eventualmente già non sia in
possesso del linguaggio in cui mi esprimo, se indico
l’oggetto nella sua interezza, oppure qualche sua
proprietà, o non voglia indicare, piuttosto, il
gesto stesso che compio con la mano. Attraverso il
gesto della mia mano: potrei, in fondo,
semplicemente guardarmi il polso, anziché indicare
un oggetto come potrebbe credere il mio
interlocutore.
Linguaggio scientifico e
linguaggio ordinario
Si impara, dunque, il
significato delle espressioni linguistiche, non già
perché alcune di esse ci mettano a confronto con la
realtà, ma perché a poco a poco impariamo a usare
il linguaggio, nello stesso modo in cui a poco a
poco impariamo a praticare un determinato gioco
secondo le sue regole caratteristiche, trovando
l’occasione per correggerci ogniqualvolta non le
rispettiamo. Siamo erroneamente portati a credere
che tutte le espressioni linguistiche acquistino
significato per mezzo di una definizione perché
questo in effetti accade quando vengono introdotti
nuovi termini nel linguaggio scientifico. Quando il
chimico, per esempio, introduce il termine "litio"
ne fornisce una definizione rigorosa che ne fissa in
maniera univoca il significato. Ma il linguaggio
scientifico non deve essere confuso con il
linguaggio ordinario, quello che parliamo
comunemente al di fuori della scienza. Il linguaggio
scientifico stesso è in realtà, costruito
all’interno del linguaggio ordinario: è come un
sobborgo moderno e razionale costruito alla
periferia di una vecchia città medievale, i cui
edifici e le cui vie faticano a mostrare la presenza
di un ordine razionale. Ma nondimeno senza la
vecchia città disordinata non esisterebbe nemmeno il
sobborgo moderno.
I giochi linguistici
Il significato delle
espressioni si costituisce, dunque; nell’ambito del
linguaggio ordinario. In generale il significato di
un’espressione è costituito dall’intreccio delle
regole che ne governano l’uso: il gioco
linguistico, ovvero la specifica grammatica
relativa a quella particolare espressione. Ogni
singolo gioco linguistico rinvia ad altri analoghi
giochi, in un processo che non giunge mai a termine
e che lascia la determinazione del significato per
sempre provvisoria e suscettibile di completamento.
Il quadro che ne emerge è profondamente innovativo
rispetto a quelle che fin dal Seicento erano state
le linee di fondo della filosofia moderna. Poiché
non è più possibile attingere un supporto esterno al
linguaggio su cui si fondi il suo significato, viene
troncata alla radice la problematica, ancora assai
viva nel Tractatus e in tutto l’empirismo
logico, relativa al fondamento. Vengono a
cadere le "proposizioni elementari" in cui si
sarebbero dovuti riflettere i costituenti elementari
e "atomici" della realtà stessa, ad assicurare un
fondamento certo e stabile al significato e alla
verità. Questa diventa, in ultima analisi, soltanto
la capacità di produrre, mediante l’uso di certe
espressioni linguistiche, buoni risultati nella
pratica.
Caduta ogni illusione
relativa al fondamento della conoscenza e
della verità, il compito della filosofia resta, ora
più che mai, soltanto quello terapeutico:
dissolvere i falsi problemi che possono sorgere
dall’intreccio caotico dei giochi linguistici e da
un uso delle espressioni che ignori i limiti
intrinseci alla loro "grammatica". La filosofia è
malattia in quanto distrae il linguaggio dal suo
uso ordinario e suscita problemi che il linguaggio
stesso non è in grado di risolvere. La terapia,
ossia la critica del linguaggio, riporta gli usi
linguistici nell’ambito e nei limiti del linguaggio
ordinario, accettato per quello che è, senza
pretese di raffinamenti o di correzioni.
La filosofia analitica
L’orientamento inaugurato da
Wittgenstein con le Ricerche filosofiche ha
contribuito in modo decisivo a rinnovare la
problematica filosofica contemporanea. Erede diretta
dell’ultimo Wittgenstein è la filosofia analitica
sorta in Inghilterra nei due centri universitari
di Cambridge e soprattutto, di Oxford, per altro
influenzata, oltre che dal filosofo austriaco, anche
dai precedenti sviluppi del pensiero filosofico
britannico. Esponenti di primo piano del movimento
sono, tra gli altri, John Wisdom, Gilbert Ryle,
John L. Austin. Tale movimento, in generale,
sebbene non sia affatto unitario, intende la
filosofia come analisi del linguaggio, in primo
luogo di quello comune, non scientifico. L’analisi
potrà smascherare nel linguaggio filosofico le
"espressioni fuorvianti" oppure gli errori dovuti al
fatto che spesso le strutture grammaticali non
rispecchiano fedelmente le più profonde strutture
logiche. L’evoluzione più recente di questo
indirizzo, tuttora vitale, ha esteso le procedure
dell’analisi linguistica ad ambiti che prima erano
sfuggiti all’indagine sistematica, quali sono quelli
della politica e dell’etica.
L’empirismo logico
Il circolo di Vienna
Il "circolo di Vienna"
costituì, all’inizio degli anni venti, il primo
nucleo di quel movimento filosofico noto come
"empirismo logico", "positivismo logico",
"neoempirismo" o "neopositivismo". Moritz Schlick,
Otto Neurath, Rudolf Carnap furono i principali
animatori del gruppo viennese; un gruppo analogo si
raccolse a Berlino, intorno alla figura di Hans
Reichenbach. Dalla collaborazione di questi
studiosi sorse la rivista "Erkenntnis" (la parola in
tedesco significa "conoscenza"). I nazisti
perseguitarono il movimento e giunsero a uccidere
Schlick, il primo animatore del gruppo viennese. Con
l’avvento del regime hitleriano la scuola emigrò
negli USA, ove poté continuare la propria attività
di ricerca con ancor maggiore vitalità e largo
seguito, soprattutto negli ambienti accademici.
Dalla collaborazione degli studiosi che si
riconoscevano nell’empirismo logico e in posizioni
affini nasceva in America l’Enciclopedia
internazionale della scienza unificata, un
tentativo di ricondurre a unità di linguaggio il
complesso panorama delle conoscenza scientifica
contemporanea.
Il movimento neoempirista fu
influenzato, nella sua fase costitutiva, dal fisico
e filosofo della scienza Ernst Mach, che aveva
insegnato all’università di Vienna; anche l’influsso
del primo Wittgenstein, l’autore del Tractatus
logico-philosophicus, fu molto forte, sebbene
non ci sia mai stata una totale coincidenza di
vedute tra il filosofo austriaco e gli esponenti del
neoempirismo.
Il principio di verificazione
In generale questi autori
sostengono il principio di verificazione.
Secondo questo principio il significato delle
proposizioni consiste nel metodo di
verificazione, ossia nel modo in cui può essere
accertata la loro verità o falsità. Le proposizioni
provviste di significato sono o generalizzazioni
empiriche, basate, quindi, sull’osservazione, o
tautologie, della forma "x è x",
riconducibili in ultima analisi al principio di
identità. Le proposizioni delle scienze
sperimentali sono del primo tipo, mentre le
proposizioni della matematica sono in ultima
analisi tautologie; esse sono vere per la loro forma
logica, senza bisogno di alcuna conferma
sperimentale, ma non aggiungono alcuna nuova
informazione alla nostra conoscenza.
L’insensatezza della metafisica
Le proposizioni che non
ammettono verificazione sono prive di
significato. Tali sono in particolare le
affermazioni della metafisica, in quanto essa
pretende di essere una scienza che si spinge oltre i
dati dell’esperienza. Questa radicale opposizione
alla metafisica, la quale, si noti bene, non è
"falsa", ma "insensata", è uno dei tratti più
caratteristici del neoempirismo, soprattutto nella
sua fase iniziale.
Il problema del fondamento
Il dibattito, molto ricco e
fecondo, tra gli esponenti dell’empirismo logico
riguardò soprattutto il modo in cui concretamente
possono essere verificate le proposizioni empiriche.
Ci si domandava, in particolare, se ci sia oppure no
un fondamento ultimo delle verità empiriche, e
quindi della conoscenza scientifica. Ci si
domandava, inoltre, in qual modo possano essere
individuate, al di là del linguaggio, quei dati di
esperienza che costituiscono il significato e
fondano la verità.
Nella discussione di questi
problemi riapparvero molti di quegli interrogativi
che avevano nutrito il dibattito della filosofia
tradizionale. Schlick, per esempio, trovò
nell’esperienza sensibile il fondamento ultimo della
verità. Ma questa esperienza gli appariva come
qualcosa di privato e in se stesso
inesprimibile e ciò creava problemi poiché le
affermazioni delle scienze dovevano essere
rigorosamente "pubbliche", prive, cioè, di qualsiasi
riferimento all’ambito soggettivo. Neurath,
il più rigorosamente antimetafisico tra gli
esponenti del circolo di Vienna, rifiutò ogni
appello all’esperienza soggettiva. A suo parere le
proposizioni possono essere verificate, non già ad
opera dei dati sensibili, ma solo per mezzo di altre
proposizioni. In altre parole il linguaggio, come
aveva già sostenuto Wittgenstein, non può uscire da
se stesso. Il compito di verificare le proposizioni
empiriche spetta a quelle che già Carnap aveva
chiamato proposizioni protocollari.
Queste, secondo Neurath sono resoconti immediati di
esperienze del tipo "il tale a un determinato
istante del tempo vede determinate cose". Secondo il
fisicalismo di Neurath le proposizioni
protocollari non si riferiscono all’esperienza
privata, ma a processi biologici oggettivamente
controllabili ed esprimibili in ultima analisi
mediante il linguaggio della fisica. Esse non sono
mai assolutamente certe e inconfutabili, ma possono
essere "corrette" da altre proposizioni
protocollari. Come più tardi nell’ultimo
Wittgenstein scompare, qui, la pretesa di assicurare
alla conoscenza un fondamento ultimo.
Rudolf Carnap
Il tentativo di fondare la
conoscenza empirica sulle idee primitive,
ossia sui vissuti elementari che si
presentano nell’esperienza fu compiuto da Rudolf
Carnap, il filosofo che più di ogni altro approfondì
le tematiche dell’empirismo logico. Con La
costruzione logica del mondo (1928) egli,
facendo propri i risultati che andavano emergendo
nella psicologia con Kohler e la scuola della
Gestalt, individuò le esperienze elementari, non
più nelle singole sensazioni, ma nei vissuti
complessivi che, fluendo nel corso del tempo,
costituiscono la concreta esperienza di un
determinato soggetto. Sulla base di questi vissuti
elementari e delle relazioni di somiglianza
che tra loro sussistono, Carnap "costruiva"
attraverso una rigorosa procedura logica le "cose"
del mondo fisico e le rispettive qualità.
Ma restava pur sempre nel
tentativo di Carnap il riferimento all esperienza
privata. Nelle sue elaborazioni successive il
filosofo tedesco preferì ricorrere ai protocolli,
quei resoconti linguistici sull’esperienza
immediata che possono essere interpretati in maniere
differenti (in termini di "cose" o in termini di
vissuti), ma che, in ogni caso, sono interni al
linguaggio. Il fatto essenziale rimane quello per
cui le proposizioni empiriche dotate di significato
devono essere integralmente riformulabili in termini
di protocolli.
L’attenzione di Carnap per le
problematiche connesse al linguaggio giunse a nuovi
risultati significativi con la Sintassi logica
del linguaggio (1934). In questo lavoro Carnap
sostiene che nell’ambito del metalinguaggio
possiamo individuare le regole di formazione,
ossia la sintassi, mediante cui
all’interno di un determinato linguaggio vengono
costruite le espressioni aventi significato. Sono
possibili diversi linguaggi, aventi diverse
regole . E’ questo il principio di
tolleranza. L’importante è che una certa
proposizione abbia significato all’interno di un
certo linguaggio sulla base delle regole da cui esso
è governato. Il compito del filosofo empirista è ora
quello di "raccomandare" la costruzione di
linguaggio in cui le proposizioni possano essere
ricondotte in qualche modo all’esperienza. Ma niente
esclude che il metafisico possa elaborare un
linguaggio proprio, alternativo rispetto a quello
dell’empirista.
Un’altra importante acquisizione
fu compiuta da Carnap nello scritto del 1936-37
intitolato Controllabilità e significato.
Viene a cadere ora l’esigenza di far corrispondere
ogni proposizione avente significato ai dati
dell’esperienza. Solo le proposizioni
"protocollari", infatti, possono essere direttamente
verificate per mezzo dell’esperienza. Le altre
proposizioni, in particolare le leggi delle scienze,
possono essere attestate, ossia controllate
solo indirettamente, attraverso la verifica
delle conseguenze che da esse derivano. Non c’è mai,
in tal modo, una verifica definitiva della verità
empirica, ma solo una progressiva conferma di ciò
che, in ogni caso, resta sempre un’ipotesi
più o meno confermata.
La ricerca di Carnap e degli
altri esponenti del movimento continuò anche dopo
gli anni della seconda guerra mondiale, diventando
più "tecnica" e attenta a problemi specifici
inerenti alla metodologia delle scienze induttive.
In particolare fu studiato con i metodi della logica
matematica il concetto di probabilità, intesa
come il grado di conferma, rigorosamente
quantificabile, che spetta a ciascuna singola
proposizione.
Nuove tendenze dell’epistemologia
Karl Popper
Il principio fondamentale
dell’epistemologia empiristica è quello per cui le
leggi scientifiche sono ricavate per mezzo di
procedimenti induttivi che operano
generalizzazioni sulla base di evidenze
osservative. Karl Popper (nato a Vienna nel 1902),
autore di La logica della scoperta scientifica
(1934), La società aperta e i suoi nemici
(1945), Congetture e confutazioni (1969)
prende le distanze da questa tesi fondamentale
dell’empirismo e nega che le teorie scientifiche
abbiano origine dall’induzione. Secondo il
falsificazionismo popperiano l’evidenza
osservativa non può né dare origine alle teorie
scientifiche e neppure confermarle; l’esperienza, in
realtà, può solamente confutare delle
ipotesi che vengono elaborate indipendentemente
dall’esperienza stessa.
Qualsiasi ipotesi può
essere, osserva Popper, confermata. Se, per
esempio, l’astrologo afferma che le persone nate in
un certo periodo dell’anno hanno determinate
caratteristiche, ci saranno numerosi riscontri che
confermano la sua ipotesi e che a taluni sembreranno
avvalorarne la scientificità. D’altra parte un
numero anche molto elevato di osservazioni non
consente il passaggio da una moltitudine di
enunciati particolari a una legge generale: per
esempio il fatto che tutti i cigni da noi finora
osservati siano bianchi non ci permette di
concludere che tutti i cigni sono bianchi;
può darsi che il prossimo che incontriamo sia, in
effetti, nero.
Ciò che rende "scientifica" una
determinata ipotesi, e che permette di stabilire una
rigorosa demarcazione tra scienza e non
scienza, è la possibilità della confutazione.
Quando il caso previsto sulla base di una certa
teoria non si verifica questa stessa teoria risulta
irrimediabilmente confutata e deve essere
abbandonate. Le teorie non scientifiche, quali, per
esempio, l’astrologia, la psicoanalisi, il marxismo,
non ammettono, al contrario, confutazione, poiché
tutto quello che nei fatti si verifica è compatibile
con i loro principi di fondo.
Il progresso della conoscenza
Una teoria che resiste a
tentativi di confutazione sempre più severi è una
buona teoria e risulta, ad ogni prova che essa
supera, sempre più corroborata, anche se
qualsiasi teoria scientifica, anche la migliore,
sarà prima o poi definitivamente soppiantata da
un’altra che meglio resiste alle confutazioni.
Questo è, secondo Popper, il progresso della
conoscenza scientifica, secondo un modello
interpretativo che rinvia alle idee fondamentali
dell’evoluzionismo darwiniano: lotta per l’esistenza
e sopravvivenza del più adatto.
In ogni caso le ipotesi non sono
fondate sull’osservazione. Al contrario è proprio
l’osservazione stessa che coglie nella realtà ciò
che ci è suggerito e ci è presentato come
significativo da parte di un certo sistema teorico.
Le teorie scientifiche sono liberamente prodotte
dalla ragione umana. Certamente esse non scoprono
l’essenza ultima dei fenomeni, ma non sono neppure
dei semplici strumenti con cui l’uomo opera sulla
realtà. Infatti nel suo progredire la scienza,
grazie alla selezione di teorie sempre più
attendibili, perviene a una conoscenza dei fenomeni
sempre più adeguata, anche se mai definitiva.
Società aperte e società chiuse
Il progresso scientifico è
favorito da quelle società in cui sono garantiti la
libertà del pensiero e il libero confronto delle
idee. Queste sono le società aperte. Ad esse
si contrappongono le società chiuse. In
queste ultime l’autoritarismo politico si regge su
concezioni filosofiche che sono in diretta
opposizione al razionalismo critico sostenuto
da Popper. Il totalitarismo coincide con l’idea di
una razionalità che governa la totalità dei fenomeni
e ne determina infallibilmente l’essenza. Sorge da
queste origini quello che Popper chiama
storicismo, secondo il quale il corso delle
vicende umane è predeterminato da un disegno
razionale ad esso intrinseco. Si riconduce a questa
visione storicistica, in particolare, la dottrina di
Marx, che abbandona il terreno dell’analisi
scientifica, già da lui stesso avviata, per farsi
profeta di una società nuova. Ma i padri delle
"società chiuse" e dei regimi totalitari da cui esse
sono dominate sono soprattutto, nella storia del
pensiero filosofico, Hegel e Platone, con le loro
concezioni totalizzanti della razionalità e della
storia che non ammettono il controllo da parte
dell’esperienza.
Dopo il razionalismo critico di
Popper sono apparse, negli ultimi decenni,
concezioni epistemologiche ancora più radicalmente
alternative rispetto ai principi dell’empirismo.
Dedichiamo ad alcune di esse soltanto qualche cenno
informativo. La tesi secondo cui le singole
proposizioni non possono essere né confermate né
smentite è stata proposta, dopo gli anni della
seconda guerra mondiale, dal filosofo pragmatista
statunitense Willard Van Omman Quine. Egli,
riprendendo la concezione già formulata all’inizio
del secolo da Pierre Duhem, sostiene che le varie
proposizioni scientifiche sono tra loro così
universalmente interdipendenti che ciò che viene
messo a confronto con l’esperienza non è mai una
singola proposizione, ma sempre un sistema di
assunzioni teoriche reciprocamente correlate. In tal
modo è possibile mantenere una proposizione anche
dopo un’apparente smentita, trasformando
opportunamente il sistema teorico in cui è inserita.
Thomas Kuhn
Un approccio nuovo alla
filosofia e alla storia delle scienze emerge, in
forte opposizione rispetto a quello di Popper,
appare con Thomas Kuhn (nato nel 1922), autore, tra
l’altro, di La rivoluzione copernicana (1957)
e La struttura delle rivoluzioni scientifiche
(1962). Il concetto fondamentale dell’epistemologia
di Kuhn è quello di paradigma.
Un "paradigma" è un complesso
di assunzioni teoriche fondamentali e di regole per
la loro applicazione che viene assunto sulla base di
un consenso sociale da parte di una comunità.
Non c’è, quindi, nessun criterio "oggettivo" che
imponga la scelta di un paradigma piuttosto che un
altro: le motivazioni che determinano la formazione
del consenso sono di ordine essenzialmente sociale.
Il cambiamento del paradigma è
analogo al cambiamento della Gestalt con cui
viene strutturato un certo campo percettivo. Questi
"riorientamenti gestaltici", ossia questi
cambiamenti della "forma" complessiva secondo cui
viene percepita la realtà, sono le rivoluzioni
scientifiche, per esempio la rivoluzione
copernicana. Nella storia della scienza le
rivoluzioni sono del tutto eccezionali e la comunità
scientifica cerca con ogni mezzo di ostacolarle. Di
solito prevale quel tipo di ricerca che Kuhn
chiama scienza normale e che consiste nella
deduzione delle conseguenze ricavabili all’interno
di un determinato paradigma. All’interno di questo
ci sono sempre problemi che restano insoluti e casi
particolari che smentiscono le assunzioni
particolari. Ma la scienza normale tende a
ignorare tutto ciò che potrebbe mettere in crisi il
paradigma e questi casi ribelli balzano al centro
dell’attenzione solo in occasione delle svolte
rivoluzionarie.
Il linguaggio stesso di cui fa
uso la scienza è vincolato al paradigma che essa
adotta. Ogni termine ha il suo significato
all’interno di una struttura in cui sono legati da
una stretta interdipendenza gli assunti teorici e i
fatti. La parola "elemento" non ha lo stesso
significato, osserva Kuhn, nella scienza
aristotelica e nella chimica moderna. Ne segue
quella incapacità di comunicare tra due diversi
paradigmi scientifici che da Kuhn è detta
incommensurabilità.
Imre Lakatos
Sempre su questa linea di
pensiero l’ungherese Imre Lakatos (1922-1974) pone
al centro della sua riflessione metodologica il
concetto di programma di ricerca. Questi
"programmi" sono strutture, elaborate su basi
razionali e deduttive, che guidano gli scienziati
nella ricerca di nuovi fenomeni e nello stesso tempo
escludono tutto ciò che potrebbe mettere in
discussione le assunzioni fondamentali del
programma. Un programma è "progressivo", se conduce
alla scoperta di nuovi fenomeni, oppure è
"degenerato", se non riesce in questo compito.
Paul Feyerabend
Al contrario Paul Feyerabend
(nato a Vienna nel 1924 e trasferitosi poi in
Inghilterra e negli USA), autore di Contro il
metodo (1970), sostiene contro Popper, Lakatos e
Kuhn le posizioni dell’anarchismo metodologico.
Secondo Feyerabend quando adottiamo una teoria
per spiegare un fatto il fatto stesso si presenta
diversamente una volta che è stato spiegato per
mezzo della teoria. In altre parole i fatti
dipendono dalle teorie da cui sono spiegati; non è,
dunque, in alcun modo possibile mettere a confronto
assunti teorici ed evidenze fattuali. Poiché,
inoltre, adottare una certa teoria significa
modificare i fatti, non è possibile mettere a
confronto teorie differenti nella spiegazione di un
medesimo fatto. Ne risulta che le teorie sono l’una
rispetto all’altra del tutto incommensurabili,
ossia inconfrontabili.
Non esiste alcuna procedura che
possa sottoporre a controllo le teoria scientifiche
né alcun criterio che permetta la scelta tra due
teorie concorrenti. Persino quei programmi di
ricerca che Lakatos definisce "degenerati" possono
improvvisamente ripresentarsi come attuali. Occorre,
dunque, proclamare il principio "tutto va bene" e
combattere le restrizioni che le varie epistemologie
vorrebbero imporre alla ricerca scientifica e
considerare questa come se fosse un’opera d’arte, un
prodotto libero della creatività umana. Le teorie
vengono accolte o rifiutate dalla comunità
scientifica sulla base di decisioni che nulla hanno
di razionale e che sono simili a quelle che
determinano l’affermarsi di un credo religioso o di
un gusto estetico. Non esiste, ovviamente, secondo
questa concezione, alcun vero progresso nel
succedersi dei vari "stili" che di volta in volta si
affermano nella ricerca scientifica.
GLOSSARIO
ANTINOMIA
Nella logica e nella filosofia
della matematica contemporanee il termine indica una
coppia di proposizioni contraddittorie ciascuna
delle quali segue dall’altra: si ha un’antinomia
quando dalla proposizione A segue non-A
e, viceversa, da non-A segue A. La
logica non può ammettere il sussistere di tali
antinomie in quanto ammetterebbe con ciò stesso il
sussistere al proprio interno di una contraddizione.
Come era già noto ai Medievali, e come è, d’altra
parte, comprensibile anche intuitivamente, la
possibilità di dedurre all’interno di un sistema una
contraddizione consentirebbe di dedurre all’interno
di esso qualsiasi altra proposizione insieme con la
sua negazione. La più celebre delle antinomie è
quella comunicata nel 1902 da Russell a Frege, ed è
legata alla classe R, definita come "la classe di
tutte le classi che non sono elementi di se stesse".
Ma ce ne sono numerose altre. Alcune erano note fin
dall’antichità come quella del "mentitore", in cui
si imbatte colui che dichiara "io mento". Allo scopo
di evitare il sorgere delle antinomie Russell
elaborò la teoria dei tipi(vedi Teoria dei
tipi). Alcune antinomie possono essere evitate
attraverso la distinzione tra metalinguaggio
(il linguaggio all’interno del quale si parla di un
altro linguaggio) e linguaggio-oggetto (il
linguaggio di cui si parla).
CONTROLLABILITA’
In generale è la possibilità di
controllare per mezzo dell’esperienza la verità di
un enunciato. Non tutti gli enunciati, tuttavia, si
riferiscono immediatamente a ciò che può essere
oggetto di esperienza; questo accade per gran parte
delle leggi scientifiche. In Controllabilità
e significato (1936) Carnap sostiene che tali
enunciati possono essere confermati
attraverso la verifica delle conseguenze particolari
che ne derivano. In tal modo le leggi scientifiche
non saranno, in genere, totalmente "verificate" ma
soltanto "confermate" fino a un certo grado di
probabilità che le rende, sebbene non assolutamente
certe, scientificamente affidabili.
COSTANTI LOGICHE
Nella terminologia di
Wittgenstein esse sono quelle particelle che hanno
la funzione di connettere le proposizioni. Più
comunemente vengono dette connettivi e sono,
fondamentalmente, "non". "e", "o", "se...allora".
DESCRIZIONI DEFINITE
Sono espressioni usate per
caratterizzare un soggetto generico e pronominale,
indicato con una variabile x: esse hanno significato
anche se non si riferiscono necessariamente a
oggetti esistenti, per esempio l’espressione
"l’attuale re di Francia". Attraverso la teoria
delle "descrizioni definite" Russell propone di
interpretare i "soggetti" della logica tradizionale
come "descrizioni definite". In tal modo un
enunciato come "l’attuale re di Francia è calvo"
diventa "esiste un termine c tale che, qualunque sia
x, "x è l’attuale re di Francia" equivale a "x è c",
inoltre c è calvo".
FALSIFICAZIONISMO
Quell’orientamento, rappresentato
soprattutto da Popper, secondo cui la scientificità
di un enunciato consiste nella possibilità di
falsificarlo.
FATTO
Nel Tractatus
logico-philosophicus di Wittgenstein i fatti
sono i costituenti elementari del mondo. La seconda
affermazione del Tractatus dichiara: "Il mondo è la
totalità dei fatti, non delle cose". Secondo alcuni
degli indirizzi epistemologici più recenti, per
esempio quello rappresentato da Feyerabend, il fatto
è quello che è solo all’interno di una teoria. La
teoria, dunque, modifica i fatti che spiega e le due
dimensioni, quella teorica e quella fattuale,
risultano reciprocamente interconnesse.
FILOSOFIA ANALITICA
Quella corrente del pensiero
contemporaneo che individua il compito della
filosofia nell’analisi del linguaggio, in
particolare di quello ordinario, cioè dell’uso
quotidiano "non-scientifico", allo scopo di
risolvere le oscurità e le difficoltà che sorgono al
suo interno. L’indirizzo, che si ispira in gran
parte a Wittgenstein, si è sviluppato soprattutto in
Gran Bretagna, in particolare a Oxford.
FISICALISMO
La tesi, formulata da Neurath e
accettata in seguito anche da Carnap, secondo cui
tutte le proposizioni provviste di significato
possono essere tradotte nel linguaggio della fisica.
Il fisicalismo ispirò il tentativo, compiuto negli
USA a cominciare dal 1938, volto a dar vita a una
Enciclopedia internazionale della scienza unificata.
FORMALISMO
L’orientamento che risale a
Hilbert, secondo cui la matematica è un sistema di
simboli non necessariamente interpretati e di regole
che governano l’uso di questi simboli. La matematica
è intesa dal formalismo come una sorta di "gioco",
in cui non è necessario (anche se è pur tuttavia
possibile) riferirsi a qualche entità diversa dai
simboli stessi.(vedi anche Intuizionismo e
Logicismo)
GIOCO LINGUISTICO
Nelle Ricerche filosofiche
Wittgenstein chiama "gioco linguistico" l’intreccio
delle regole che all’interno di un linguaggio
governano l’uso delle espressioni aventi
significato. Di regola tale intreccio è costituito
da una serie di rimandi che non ha termine e che non
è rigorosamente precisabile. In tal modo il
significato si risolve nel gioco linguistico, senza
più rimandare a qualche entità esterna al
linguaggio.
INCOMMENSURABILITÀ
Secondo alcuni indirizzi della
più recente epistemologia, in particolare quelli che
fanno capo a Kuhn e a Feyerabend, è l’impossibilità
di mettere a confronto teorie scientifiche
alternative. Secondo queste concezioni non sarebbe
possibile compiere "esperimenti cruciali" per
decidere quale delle teorie concorrenti sia valida,
in quanto i fatti non sono mai gli stessi
all’interno di teorie diverse; ciò che chiamiamo
"fatto" è sempre condizionato da una certa
interpretazione riconducibile ad una teoria.
INCOMPLETEZZA
Una teoria "assiomatica" (in cui
le proposizioni vere sono o gli assiomi non
dimostrati o i teoremi dedotti dagli assiomi) si
dice completa quando all’interno di essa ogni
proposizione vera può essere dedotta come teorema.
Al contrario una teoria assiomatica è incompleta
quando all’interno di essa esistono proposizione
vere che non possono essere dedotte come teoremi.
L’incompletezza dei sistemi assiomatici contenenti
al proprio interno la teoria dei numeri naturali fu
dimostrata nel 1931 da Godel, con il celebre
teorema. Ne risulta che l’aritmetica deve contenere
proposizioni verificate per tutti i possibili
numeri, ma di cui non si può dimostrare né la verità
né la falsità.
INEFFABILE
Nel Tractatus
logico-philosophicus di Wittgenstein è detto
"ineffabile" ciò che "si mostra" attraverso la forma
del linguaggio, ma che non può "essere detto", in
quanto non è un fatto del mondo a cui si possa
riferire una proposizione del nostro linguaggio.
Sono in tal senso "ineffabili" il mondo nella sua
totalità, il soggetto, la morte.
INSENSATO
In generale è detta da
Wittgenstein e dai filosofi dell’empirismo logico
un’espressione che non è né vera né falsa, ma che
non ha significato. Questa insensatezza può derivare
o dal fatto che tale "pseudoproposizione" non può
essere verificata attraverso il confronto con i
fatti, oppure perché non sono state rispettate le
regole sintattiche del linguaggio in cui è
formulata. Sono generalmente considerate insensate
le proposizioni della metafisica tradizionale: per
esempio "la realtà è spirito", oppure "la realtà è
materia".
INTUIZIONISMO
Nella filosofia della matematica
è quell’indirizzo, sviluppato soprattutto da Brouwer,
secondo cui all’interno della matematica possono
essere ammesse soltanto quelle entità che sono state
effettivamente costruite da parte della
coscienza. (vedi anche Formalismo e Logicismo)
LOGICISMO
Nella filosofia della matematica
è l’indirizzo, rappresentato, tra gli altri, da
Frege e da Russell secondo cui tutto l’edificio
della matematica è uno sviluppo della logica. Tutte
le teorie matematiche possono essere ricondotte,
infatti, all’aritmetica dei numeri naturali, questi,
a loro volta, possono essere definiti, secondo i
sostenitori di quest’orientamento, con i soli
strumenti della logica. (Vedi anche Formalismo e
Intuizionismo)
METALINGUAGGIO
E’ il linguaggio all’interno del
quale ci si riferisce ad un altro linguaggio, che è
detto linguaggio-oggetto. Una proposizione
metalinguistica è, per esempio, "io mento", in
quanto essa si riferisce a tutte le altre
proposizioni che io pronuncio. Spesso le antinomie
sorgono dalla mancata distinzione tra metalinguaggio
e linguaggio-oggetto.
METAMATEMATICA
La teoria che ha come proprio
oggetto la matematica, della quale cerca di
mostrare, soprattutto, la non-contraddittorietà. Fu
sviluppata, in particolare, da Hilbert.
OSTENSIONE
La spiegazione del significato di
un termine mediante l’indicazione gestuale
dell’oggetto o della proprietà a cui esso si
riferisce. Wittgenstein, nelle Ricerche
filosofiche, negò che i termini linguistici, in
generale, acquistino significato mediante un atto di
ostensione.
PARADIGMA
Nella terminologia di Kuhn è quel
complesso di assunzioni che in un certo periodo
storico guidano la ricerca scientifica. I paradigmi
vengono accettati e rimpiazzati sulla base di un
consenso sociale, senza che possano essere in se
stessi "verificati" o controllati per mezzo di
qualche procedura razionale.
PROGRAMMA Dl RICERCA
Secondo Lakatos è la struttura
teorica che guida gli scienziati nella ricerca e
nella scoperta di nuovi fenomeni. Può essere
"progressivo", quando riesce nei suoi compiti, o
"degenerato", quando ormai ha esaurito le sue
funzioni euristiche.
PROPOSIZIONE
In generale è l’espressione che
ha la proprietà di essere o vera o falsa. Talora
"proposizione" ed "enunciato" vengono usati come
sinonimi. Più precisamente "enunciato" viene inteso
come l’espressione linguistica avente la proprietà
sopra indicata, mentre "proposizione" viene intesa
come ciò a cui si riferiscono tutti gli enunciati
(che possono essere formulati da persone diverse e
in linguaggi diversi) tra loro sinonimi. La logica
contemporanea analizza le proposizioni complesse
nelle proposizioni semplici, o "atomiche", unite
l’una all’altra per mezzo dei "connettivi" (vedi
Costanti logiche); essa, inoltre, rispetto al
passato ha cambiato in maniera sostanziale il modo
di analizzare la proposizione in "soggetto" e
"predicato" (vedi Descrizioni definite).
PROTOCOLLO
Nel linguaggio dell’empirismo
logico indica il resoconto immediato di
un’esperienza. Varie concezioni alternative furono
avanzate a proposito del linguaggio in cui dovevano
essere espresse le proposizioni protocollari
e della possibilità di considerarle come fondamenti
indubitabili della verità fattuale.
SEMIOTICA
E’, in generale, la teoria che si
occupa dei segni e del loro uso. All’interno della
semiotica si è soliti distingue la sintassi,
che considera le regole mediante cui i segni vengono
tra loro combinati, la semantica, che
considera il significato e, in generale, il rapporto
dei segni rispetto agli oggetti, e la pragmatica,
che considera il rapporto tra i segni e chi li
usa.
TAUTOLOGIA
Una proposizione che è sempre
vera in virtù della sua forma, qualunque
interpretazione sia dia ai termini che la
compongono. Le tautologie non aggiungono nuove
informazioni alla nostra conoscenza. Secondo molte
correnti del pensiero contemporaneo la matematica è
interamente costituita da proposizioni tautologiche.
TEORIA DEI TIPI
E’ la teoria creata da Russell
per evitare l’antinomia che egli stesso aveva
individuato in riferimento alla "classe di tutte le
classi che non sono elementi di se stesse". Secondo
questa teoria le entità individuali sono di tipo 0,
le classi di individui sono di tipo 1, le classi di
classi di individui sono di tipo 2, e così via. Il
principio fondamentale della teoria è quello per cui
in ogni proposizione ben formata il predicato deve
essere di tipo superiore rispetto al soggetto.
TOLLERANZA
Il "principio di tolleranza",
sostenuto da Carnap nella Sintassi logica del
linguaggio (1934), afferma che sono possibili
molteplici linguaggi alternativi governati al
proprio interno da differenti regole sintattiche. Il
fatto che una proposizione abbia o non abbia
significato dipende, in tal modo, dalle specifiche
regole interne al linguaggio in cui essa è
costruita. |
§
IL
PENSIERO MAGICO E
L'ILLUSIONE
DELLA RAZIONALITA'
QUOTIDIANA
La magia è un
fenomeno sociale molto diffuso che,
sul piano psicologico individuale,
si innesta facilmente su una
predisposizione umana al pensiero
magico, una forma mentale che
contraddistingue il funzionamento
cognitivo infantile. Questa forma di
pensiero non abbandona mai
totalmente la mente umana, perciò
tracce del pensiero magico infantile
sono facilmente rinvenibili anche
nel pensiero adulto quotidiano.
L'analisi dei frequenti processi di
scelta basati su modalità non
razionali mette in evidenza la
natura illusoria dell'uomo logico,
un modello di perfezione creato
sulla base di prototipi astratti
della logica umana.
Pensiero
logico e pensiero magico
Comunemente
quando si parla di pensiero si fa
riferimento ad una facoltà propria
degli esseri razionali,
sottolineando come quest'abilità si
opponga all'azione impulsiva
rappresentandone l'antitesi.Questa
concezione riduttiva del pensiero si
è cristallizzata negli anni a
partire da alcune teorie
psicologiche che, se da un lato
hanno permesso di far luce su alcuni
aspetti del pensiero umano e del suo
sviluppo, dall'altro sono state
frequentemente considerate un punto
di arrivo di studi che dovrebbero,
in realtà, rappresentare un punto di
partenza per esplorare le numerose
caratteristiche che
contraddistinguono i complessi
processi cognitivi umani.Il
risultato è stato il diffondersi
dell'equazione pensiero = logica, la
quale ha fatto in modo che il
pensiero razionale, definito anche
pensiero ipotetico-deduttivo,
venisse considerato a lungo come il
pensiero umano per antonomasia.Per
comprendere come questa forma di
pensiero perfetto spesso lasci il
posto ad altre, è necessario
ricordare che il pensiero logico
consente di ragionare in modo simile
ad uno scienziato, formulando
un'ipotesi relativa ad eventi
presenti o potenziali e verificando
tali ipotesi sulla realtà, seguendo
operazioni logico-matematiche
(addizione, sottrazione,
moltiplicazione, divisione,
ordinamento, sostituzione,
inclusione in classi, relazioni) e
spazio-temporali (reversibilità,
compensazione) (Miller P. H.,
1983 ). E' facile intuire quindi
come le decisioni fondate sulla
logica ipotetico-deduttiva seguano
le leggi e i principi della
statistica e del calcolo
probabilistico.Tuttavia,
l'osservazione delle scelte in
situazioni quotidiane è stata una
preziosa fonte di studio che ha
mostrato la frequente violazione di
principi e di regole proprie della
razionalità, mettendo in evidenza il
ripetuto ricorso anche a forme di
ragionamento che rientrano nella
sfera del cosiddetto pensiero
magico, o pensiero quasi-magico. (Giusberti
F., Nori R., 2000 ).
Uno dei maggiori
contributi che ha segnato la storia
degli studi sullo sviluppo del
pensiero umano è indubbiamente
costituito dalla teoria dello
sviluppo cognitivo di J. Piaget.
Piaget (vedi
Lo sviluppo della moralità
dall'infanzia all'età adulta),
attraverso numerose osservazioni, ha
tracciato le caratteristiche dei
principali periodi o stadi
dell'evoluzione del pensiero, dalla
nascita all'età adulta, affermando
che l'ultima tappa di questa
naturale evoluzione è rappresentata
dal raggiungimento delle abilità che
appartengono alla sfera del pensiero
ipotetico-deduttivo.
Piaget è stato anche uno dei primi
studiosi del pensiero magico e, a
tal proposito, ha suggerito che
questa modalità di funzionamento
dell'apparato psichico è presente
sia nel bambino che nella mente
dell'uomo con un funzionamento di
tipo primitivo; essa scomparirebbe
poi completamente una volta
raggiunti i livelli del pensiero
operatorio concreto e formale,
lasciando il posto alla logica
ipotetico-deduttiva.
Oggi, la netta
contrapposizione tra pensiero magico
e pensiero razionale, che vedeva
opposte la cosiddetta mentalità
primitiva alla mentalità occidentale
e che scindeva l'umanità in due
tronconi, facendo per lungo tempo
pensare che l'uomo moderno, simbolo
di perfezione, fosse sempre e
soltanto un pensatore scientifico,
ha lasciato spazio ad una visione
più realistica e intermedia.
Di conseguenza,
pensiero magico e pensiero
razionale si configurano come due
strutture mentali conviventi nella
mente adulta , due forme di
pensiero in costante interazione
nella quotidiana sperimentazione
della realtà, entrambe presenti
nell'uomo occidentale come in quello
delle popolazioni primitive, sebbene
la struttura del pensiero magico
resti più evidente e facile da
studiare nelle civiltà primitive e
quella del pensiero razionale in
quelle popolazioni che vivono nei
Paesi Occidentali e più moderni (Lévy-Bruhl
L., 1966 ).
La struttura
del pensiero magico e le principali
differenze con il pensiero logico
La descrizione
della struttura e del funzionamento
del pensiero magico è importante per
poter comprendere come esso stia
alla base, tanto delle credenze
magiche più radicate, che di alcune
convinzioni e atteggiamenti che
guidano comportamenti quotidiani
comuni. La caratteristica principale
del pensiero magico è senza alcun
dubbio quella che viene definita
partecipazione.
Quest'ultima rappresenta infatti il
fulcro attorno a cui ruota tutto il
funzionamento di questa forma di
pensiero, poiché attraverso essa
viene percepito un rapporto fra due
fenomeni che in realtà è
assolutamente inesistente e non
reale . La magia operata dal
pensiero nasce poi dall'illusione
che si stabilisce in un individuo
che, più o meno inconsapevolmente,
si convince, in virtù del suddetto
rapporto fittizio, di poter
modificare la realtà.
La facilità con cui questa modalità
di funzionamento del pensiero può
essere colta nelle popolazioni
primitive è legata all'esistenza, in
questi popoli, di simboli in cui il
rapporto tra significante (simbolo
stesso) e significato (oggetto o
evento rappresentato) non è reale,
ma è stabilito dalla mente sulla
base di una relazione partecipativa
che talvolta giunge alla
consustanzialità. Il simbolo, in
questi casi, è il rappresentato ed è
sentito come l'oggetto stesso che
rappresenta, il quale viene reso
dalla partecipazione attualmente
presente.
Una conseguenza
significativa di questa modalità di
pensiero è visibile nelle pratiche
magiche, presenti in Occidente come
nel resto del mondo, in cui l'azione
sul simbolo (ad esempio un oggetto,
quale una foto o un fazzoletto, di
un soggetto che si desidera far
innamorare) è ritenuta alla pari
dell'azione sulla persona cui
l'oggetto appartiene (De Martino
E., 1948) .
L'azione magica
si ottiene quindi quando si
stabilisce una credenza di
corrispondenza piuttosto che di
simbolismo; in tal modo agire sul
simbolo è uguale ad agire sul
rappresentato e non invece come
se si agisse sul rappresentato.
La differenza risiede nella
credenza, nel sentimento, nella
certezza che si struttura alla base
dell'azione e in base alla quale si
ritiene di agire sul simbolo e
dunque, ipso facto, sul
rappresentato. La partecipazione è
una caratteristica forte in quanto è
in grado di reggere e alimentare la
strutturazione magica del pensiero,
che talvolta sostiene le scelte e la
vita intera di alcune persone,
resistendo all'esperienza che
frequentemente dimostra che
l'oggetto-simbolo non è
l'oggetto-persona/evento
rappresentato.
Tante volte infatti un evento o un
essere che si vorrebbe controllare o
raggiungere sfugge alla presa; ad
esempio, nelle tribù primitive la
pioggia non arriva nonostante
l'azione sul suo simbolo o il mimo
della sua danza, così come una
persona di cui si è innamorati non
torna se si agisce un rituale sul
suo fazzoletto o sulla sua foto.
Tuttavia il pensiero magico
sopravvive, nonostante i fallimenti
della magia, perché esso si basa
anche su un'altra caratteristica che
lo mantiene in vita: l'impermeabilità
all'esperienza.
Nelle persone in cui la mente segue
prevalentemente una modalità di
ragionamento magico, quando le
esperienze contraddicono il loro
pensiero non nasce il bisogno di
spiegare l'insuccesso. Questo è
possibile anche grazie al ricorso a
giustificazioni in base alle quali
l'accaduto è connesso all'intervento
di altri fattori che lo possono
giustificare, oppure facendo
riferimento a premesse diverse da
quelle su cui si fonda il pensiero
logico e secondo cui le potenze
invisibili che consentono la
partecipazione agiscono secondo
progetti oscuri e quindi in momenti
inattesi, imprevedibili e
incalcolabili (Jung C. G., 1942)
. Così i fallimenti di un rituale
magico possono essere attribuiti ad
un errore di memoria, ad un errore
nell'eseguire un rito, al volere
degli spiriti o ad una contro-magia
(Malinoswski B., 1925) .
La
rottura dell'organizzazione
spazio-temporale , che
rappresenta la principale differenza
tra pensiero magico e pensiero
logico, è un'altra caratteristica
basilare della modalità magica di
funzionamento del pensiero; essa
agisce rendendo possibile una
causalità artificiale, illogica e
paradossale. Rispetto alla logica
spaziale, la rottura operata dal
pensiero magico consiste nella
creazione di una coincidenza tra il
tutto e le sue parti, anche quando
essi vengono separati . Di
conseguenza, per esempio, chi
possieda anche una parte
insignificante del corpo di una
persona, ad esempio un capello o
un'unghia, può convincersi di poter
agire su di esso agendo sulla
persona.
La rottura della logica temporale,
che guida la causalità nel pensiero
razionale, è presente in tutti quei
casi in cui viene a stabilirsi un
legame, tra una causa ed un effetto,
privo di un momento temporale ben
limitato . Questo avviene, ad
esempio in alcune tribù, quando si
intende guarire una ferita agendo su
un'arma che l'ha provocata che viene
sottoposta a particolari
trattamenti. In questi casi,
infatti, il pensiero non tiene conto
che il rapporto causale è ben più di
una relazione atemporale tra cose,
essendo più precisamente un rapporto
tra cambiamenti che avvengono in
certi oggetti entro tempi stabiliti,
così come quando una lancia ferisce
un uomo incidendo un suo organo (Cassirer
E., 1967 ).
Un'altra importante distinzione tra
pensiero magico e pensiero logico
risiede nella differente concezione
dei simboli e, più precisamente, nel
pre-simbolismo persistente
nella prima forma di pensiero.
Infatti, il pensiero magico è
strettamente connesso ad uso
primitivo dei simboli. Questi
ultimi, durante lo sviluppo,
inizialmente cominciano ad essere
associati alle cose in base a
riflessi condizionati e,
successivamente, vengono staccati
dalle cose per diventare strumenti
plastici e mobili di espressione del
pensiero. La magia si situa
nell'area intermedia di questa
evoluzione dei simboli, quella in
cui i simboli sono ancora aderenti
alle cose pur essendo già
parzialmente staccati; quindi i
simboli nel pensiero magico sono
ancora concepiti come partecipi alle
cose e sono utilizzati ad uno stadio
pre-simbolico (Piaget J., 1955)
.
Il pensiero
magico nel corso dello sviluppo:
fondamenti, forme di partecipazione
e funzioni
Come è stato
accennato, il pensiero magico,
presente accanto a quello razionale
nell'uomo adulto, rappresenta un
retaggio della mentalità infantile;
esso infatti è una modalità di
ragionamento predominante
nell'infanzia in cui assume il
valore di un mezzo di adattamento
. Durante l'età evolutiva sono molte
le attività spontanee in cui questo
processo psichico si manifesta; ne
sono esempi alcune attività ludiche,
grafiche e linguistiche in cui un
bambino compensa situazioni reali
frustranti.Il pensiero magico ha una
duplice genesi, essendo basato su
due fenomeni della mentalità
infantile, uno di origine
individuale e l'altro di ordine
sociale. Si fa riferimento al primo
fenomeno adottando il termine
realismo e al secondo utilizzando il
termine animismo.
-
Il
realismo implica
l'indifferenziazione e la
confusione tra mondo interno
(Io) e mondo esterno (non Io) ed
è fondamentale affinché lo
psichico possa invadere e
permeare il fisico e viceversa,
così come avviene nella
struttura di pensiero in
questione.
-
L'
animismo comporta invece la
convinzione che gli oggetti e
gli eventi esterni siano dotati
di propri sentimenti e volontà,
che possono essere favorevoli
oppure ostili (Miller P. H.,
1983).
Il legame
partecipativo, presente nel pensiero
magico, può essere stabilito tra
gesti, oggetti, eventi, pensieri e
intenzioni, dando luogo a diverse
tipologie o forme di partecipazione.
|
FORME
DI PARTECIPAZIONE |
|
TIPO DI PARTECIPAZIONE |
CONSEGUENZA |
ESEMPIO DI PENSIERO
ASSOCIATO |
|
Partecipazione tra gesti ed
eventi. |
Una
persona che compie un gesto
ritiene di poter influire su
un evento. |
Se si
tiene in mano un oggetto
portafortuna,
l'interrogazione andrà bene. |
|
Partecipazione tra pensiero
ed eventi. |
Una
persona ritiene di poter
modificare un evento della
realtà con un pensiero. |
Se si
pensa intensamente ad una
carta desiderata, sarà
estratta dal mazzo. |
|
Partecipazione degli oggetti
tra loro. |
Si
utilizza un oggetto per
agire su un altro
oggetto-persona. |
Se si
strappano le foto dell'ex
fidanzato/a verrà
dimenticato/a. |
|
Partecipazione di intenzioni |
Intenzione di un oggetto o
di una persona possa agire
sulla volontà di un altro
oggetto o persona. |
Se si
pensa che si vuole
incontrare una persona al
supermercato, questa andrà
al negozio in questione. |
La presenza del
pensiero magico in modo predominante
nella vita mentale infantile e la
sua persistenza in età adulta è
giustificata da tre principali
funzioni , parzialmente
sovrapponibili (Bonino S., 1994)
:
|
FUNZIONI DEL PENSIERO MAGICO
|
|
Funzione difensiva ,
fondata sulla convinzione,
che tale pensiero alimenta,
di poter controllare la
realtà; tale funzione è
fondamentale in età
evolutiva per affrontare
situazioni che provocano
angoscia o insicurezza. Essa
è anche la ragione per cui
in situazioni problematiche
alcuni adulti regrediscono,
facendo ricorso a questa
forma di pensiero pur di non
accettare ed affrontare la
realtà. |
|
Funzione propiziatoria ,
fondata sulla convinzione
che ci siano forze che
regolano gli eventi, che
viene assolta in tutte
quelle condizioni in cui si
agisce in considerazione di
tali potenze. |
|
Funzione conoscitiva ,
per cui il pensiero magico
riempie i vuoti delle altre
forme di pensiero e rivela
ciò che non può essere
conosciuto secondo la
logica. |
Il pensiero
magico nella vita quotidiana
Se lo sviluppo
fosse a senso unico e la vita
psichica non fosse suscettibile di
blocchi e di regressioni, il
pensiero magico probabilmente
scomparirebbe totalmente
nell'adulto. Tuttavia, leggendo gli
esempi più frequenti delle diverse
forme di partecipazione magica, ci
si rende facilmente conto di quanto
sia facile riconoscersi
nell'utilizzo di qualcuna di esse.
Le credenze nei rituali magici e la
superstizione sono una
manifestazione di un predominio del
pensiero magico nella vita mentale,
l'espressione del ricorso frequente
o costante a capacità pre-simboliche
di pensiero, un comportamento che è
connesso ad un arresto più o meno
parziale nello sviluppo di un
simbolismo completo.Ma il pensiero
magico si attiva anche quando sono
presenti capacità simboliche
complete, essendo avviato da
particolari condizioni in cui il
pensiero logico non ha a
disposizione tutti i dati necessari
per operare. L'attività di
ragionamento del soggetto è infatti
multideterminata; ciò significa che
essa è influenzata sia da fattori
generali, quali le capacità logiche
possedute, che da fattori specifici
individuali, come la preferenza di
una modalità di pensiero piuttosto
che di un'altra, e infine, in
percentuale non meno importante, da
fattori situazionali (Bonino S.,
Reffieuna A., 1999).Di conseguenza,
è possibile individuare diversi
esempi di comportamenti guidati dal
pensiero magico che ricompaiono
in diverse circostanze che si
verificano nella vita di tutti i
giorni e che implicano
principalmente una rottura
spazio-temporale nei principi di
causalità e lo stabilirsi di una
partecipazione . Essi a volte
sono attivati nell'impossibilità di
operare una stima di probabilità,
altre volte sono accompagnati da un
errore nel giudizio relativo alla
probabilità che un evento si
verifichi.
Un primo esempio
delle condizioni in cui si attiva
facilmente la modalità di pensiero
magico è quello in cui ci si trova
ad effettuare scelte in
situazioni incerte o di rischio
, ossia in condizioni che non
consentono nessuna possibilità di
valutare la probabilità che un
evento si verifichi e che,
conseguentemente, non consentono
scelte razionali. Infatti, nelle
scelte in cui è possibile apprezzare
due alternative opposte, la logica
comporta solo di valutare la
migliore; un esempio sono le
decisioni in merito all'acquisto
dello stesso prodotto a due prezzi
diversi. Nelle situazioni in cui si
può stimare la probabilità di un
evento, le scelte sono generalmente
ancora guidate dalla logica che le
adatta alla probabilità del
verificarsi dell'evento in
questione; un esempio è
rappresentato dal caso in cui si
scommette sull'uscita del numero 2
al lancio di un dado, evento che ha
una probabilità di verificarsi
semplice da calcolare, pari a 1/6.
Tuttavia, nella maggior parte delle
scelte, le probabilità degli eventi
o sono sconosciute o sono complesse
da valutare e le scelte possono
essere orientate verso le opzioni
meno probabili. In queste condizioni
infatti si determina quasi sempre
un conflitto fra il desiderio che un
evento si verifichi e la probabilità
che ciò avvenga realmente .
L'attivazione in queste condizioni
del pensiero magico è testimoniata
dalla violazione del principio della
fissità del passato, che rappresenta
un esempio della rottura
spazio-temporale nei principi di
causalità che guidano il pensiero
logico. La violazione del principio
della fissità del passato può essere
considerato uno dei tanti
comportamenti in cui in età adulta
si manifesta ancora il pensiero
magico. Essa determina la tendenza a
considerare un evento E come
dimostrazione evidente di un
precedente evento A; in tal modo si
suppone che un'azione attuale (E)
possa causare uno stato (A) in
realtà già determinatosi in
precedenza.
|
Un
esempio di questa violazione
è riportato in una ricerca
condotta alcuni anni fa (Giusberti
F., Nori R., 2000) |
|
Ad un
gruppo di persone è stata
data notizia che uno studio
ha mostrato come una
maggiore resistenza ai
rumori sia riscontrata nelle
persone con costituzioni
fisiche più forti e dotate
di buona salute. Una volta
appresa questa notizia, in
successive condizioni di
rumorosità si è osservata,
nel suddetto gruppo, una
tendenza piuttosto diffusa a
tollerare il rumore
(giudicato sopportabile in
tutti i casi). Questa
tendenza è volta a
dimostrare a se stessi di
avere un organismo forte e
in salute, facendo ricorso
ad un pensiero magico che
inverte le relazioni
causali, illudendo che se si
resiste al rumore si ha una
costituzione fisica forte.
E' importante sottolineare
come questa tendenza non sia
stata riscontrata nei
componenti di un secondo
gruppo a cui la notizia
sullo studio in questione
non era stata riferita; essi
infatti hanno mostrato
maggiore sincerità nel
valutare il fastidio degli
stimoli rumorosi a cui sono
stati sottoposti, nonostante
fossero identici a quelli
cui sono stati sottoposti
quelli del primo gruppo. |
In condizioni di
probabilità ignota, quindi, la mente
costruisce false relazioni causali,
guidate dal desiderio di trovarsi in
una condizione ambìta ma che in
realtà è già preesistente. Le
persone in questi casi agiscono come
se potessero influenzare un
risultato che è già predeterminato
(la costituzione fisica).
Anche quando la probabilità è
calcolabile, spesso il pensiero
non segue il giudizio di
probabilità, così come avviene
in una particolare
manifestazione del pensiero
magico, costituita dal
cosiddetto pensiero desiderativo
(wishful thinking). Anche
questa modalità di pensiero si
attiva quando il desiderio
assume il controllo del
comportamento e fa in modo
che gli eventi soggettivamente
più desiderati vengano valutati
come più probabili di altri meno
desiderabili (Morlock A. H.,
1967).
|
Un
esempio tipico del
pensiero basato sul
desiderio è il seguente
|
|
Due
case produttrici
commerciali degli stessi
prodotti organizzano
entrambe un concorso a
premi. La prima mette in
palio un'automobile e la
seconda una borsa da
viaggio. Pur essendo
riportato sulle
confezioni dei prodotti
che le probabilità di
vincere la borsa sono
maggiori rispetto a
quelle di vincere
l'automobile, il
desiderio di vincere
l'auto può guidare
all'acquisto del primo
prodotto, ignorando le
scarse possibilità di
vincita. |
Questa modalità
di pensiero magico può essere
innocua la maggior parte delle volte
che si stimano come più probabili
gli eventi desiderati; essa tuttavia
può risultare particolarmente
rischiosa in quei casi in cui
vengono considerati poco probabili
(e così non è nella realtà) eventi
negativi non desiderati.
|
Un
esempio di pensiero
desiderativo pericoloso è il
seguente |
|
La
scienza medica ha verificato
con numerosi studi che,
quando si è colpiti da
infarto, esiste un maggiore
rischio di ricadute se si
continua a fumare.Diversi
infartuati tuttavia non
riescono a smettere di
fumare, sottovalutando il
rischio reale testimoniato
dai dati statistici
sull'incidenza del fenomeno
e lasciandosi guidare dal
forte desiderio di
continuare a fumare. |
Un'altra forma
molto comune di manifestazione
quotidiana del pensiero magico è
costituita dai rituali. Essi sono
costituiti da abitudini che
assumono il valore di possibilità di
controllare gli eventi reali ;
essi sono legati a tutti gli esempi
di partecipazione che sono stati
riportati in precedenza.
|
Esempi
di rituali |
|
Tutti,
più o meno, fanno ricorso a
rituali. Essi diventano più
frequenti quando ci si trova
in condizioni di ansia e
aumenta il desiderio di
controllare la realtà.Ne
sono esempi l'uso di uno
stesso vestito per fare un
esame, lo scendere dallo
stesso lato del letto ogni
mattina, l'allenarsi allo
stesso orario la settimana
prima di una gara, l'uso di
un oggetto come portafortuna
o il lasciare fuori
dall'armadio l'ombrello per
scongiurare che non si
rimetta a piovere. |
I rituali possono
non interferire con la vita di una
persona, ovviamente a patto che non
diventino, come in alcuni casi,
comportamenti rigidi e centrali.
Conclusioni
Uno dei compiti
più frequenti che ci viene richiesto
quotidianamente è quello di prendere
delle decisioni. Le scelte che sono
richieste spesso non sono tutte
ugualmente importanti; alcune sono
abituali, come quelle che riguardano
cosa mangiare a colazione, come
vestirci per andare a lavoro; altre
sono saltuarie, come quelle che
riguardano l'acquisto di un libro.
Esistono poi delle scelte di
maggiore rilevanza come quelle che
concernono l'acquisto di un
appartamento, la scelta di un corso
di studi o di un partner.Queste
importanti decisioni devono tenere
in considerazione sia aspetti
concreti, come caratteristiche o
fatti, che aspetti meno tangibili,
come i desideri, le emozioni altrui
o la probabilità che accadano
determinati eventi. La conoscenza
delle modalità di ragionamento
legate al pensiero magico può
aiutare a diventare più consapevoli
delle scelte in cui esso può essere
chiamato in causa senza rischi e
di quelle in cui questa forma di
pensiero, sostituendo le capacità di
giudizio razionali, potrebbe
divenire pericolosa.
Bibliografia
-
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Piaget J.,
1977, trad it. Adattamento
vitale e psicologia
dell'intelligenza,
Giunti-Marzocco, Firenze.
|
Fonte:
www.benessere.com
§
L'ordine dialettico e la legalità universale nel
pensiero eriugeniano
1. Introduzione

Volendo tentare di mettere in luce la
nozione eriugeniana di ordine inteso come regola interna al
ragionamento e alla costruzione del discorso fondato
rettamente, abbiamo scelto di avviare la nostra analisi a
partire dalla considerazione di alcune occorrenze
significative del termine ordo. Abbiamo,
inoltre, ristretto il campo della nostra indagine a tre
trattati di Giovanni Scoto, il De divina
praedestinatione, il Periphyseon
e le Expositiones super ierarchiam coelestem,
testi in cui si può registrare la presenza più significativa
del termine ordo, tralasciando dunque le opere eriugeniane
di traduzione, che avrebbero comportato un confronto serrato
con gli originali greci.
Sulla base di un'analisi testuale delle
occorrenze in cui ordo compare insieme a
genitivi come verborum,
sermonis o ratiocinationis o in cui, in
relazione al contesto della frase esso assume l'accezione di
ordine dell'argomentazione, abbiamo tentato di giungere ad
alcune conclusioni sulla funzione che questa nozione assume
nel pensiero eriugeniano in relazione a una molteplicità di
fattori: in primo luogo la concezione eiugeniana delle arti
liberali e della dialettica, alcuni tratti sommari della
concezione dell'ordine come ordo universalis
e soprattutto come lex, infine la relazione
e il confronto con un autore con cui Giovanni Scoto
intrattiene un costante dialogo, lo Pseudo-Dionigi.
Per favorire una maggiore fruibilità del
nostro lavoro abbiamo fornito una nostra traduzione dei
testi citati; per questi testi abbiamo impiegato le edizioni
critiche riportate nella piccola nota bibliografica: rimane
aperta, evidentemente, la questione del
Periphyseon, di cui non esiste tuttora un'edizione
critica integrale. Nella consapevolezza dei problemi che
sorgono da quest'assenza, noi abbiamo scelto di basarci
sull'edizione Jeauneau contenuta nel Corpus
Christianorum per quanto riguarda i primi tre libri,
e sull'edizione della Patrologia latina per gli ultimi due.
2. La legalità del discorso nel De
praedestinatione

Il termine ordo appare
per la prima volta nel De divina
praedestinatione nel contesto di un richiamo
all'ordine dell'argomentazione, dopo una digressione sul
libero arbitrio e la natura dell'uomo:
Quae cum ita sint, ordo rerum quas
exsequendas esse praesentis cause flagitat utilitas
consequenter postulat ut, quoniam malorum omnium quorum
deus auctor non est eius quoque necessario effectivam
causam non esse praedestinationem aperte rationis
regulis, ut opinor, confectum, ex praescientia dei
firmissima sumamus argumenta, ea scilicet monstraturi
primo quemadmodum praescientia dei peccata quae prescit
fieri non cogit, ita eius praedestinatio peccata quae
nunquam praedestinat fieri non efficit (De praed., 5,
4-12).
Stando così le cose, la successione
delle questioni richieste dall'utilità della nostra
argomentazione impone che, poiché si è arrivati alla
conclusione, seguendo le regole del ragionamento, che la
causa efficiente di tutti i mali di cui Dio non è autore
non è la predestinazione, assumiamo argomenti saldissimi
riguardo la prescienza divina, per mostrare, cioè, che
come la prescienza divina non costringe all'esistenza i
peccati che preconosce, così la sua predestinazione non
rende effettivi i peccati che predestina.
L'accezione di successione argomentativa
che qui è assunta da ordo è accentuata
ulteriormente dalla presenza di un richiamo forte alle
regole che presiedono al retto ragionamento,
regulis rationis, e che sono state impiegate nel corso
della trattazione per giungere a delle conclusioni certe e
fondate. Questa attenzione alla regola, o legge, del
ragionamento costituisce come vedremo una preoccupazione
costante nello sviluppo dell'opera eriugeniana, che va
interpretata da un lato in relazione alla concezione
eriugeniana della filosofia come vera religione e delle arti
liberali come strumenti indispensabili della deificazione,
dall'altro in relazione alla nozione di ordine come legalità
che percorre tutti e tre i trattati che stiamo esaminando.
Proprio all'inizio del De
praedestinatione, nel primo capitolo, si trova una
definizione molto netta di filosofia, funzionale a
individuare gli strumenti e il metodo di dispiegamento del
ragionamento nell'ambito del trattato: la filosofia non è
diversa dalla vera religione. «Si conclude dunque che la
vera filosofia è vera religione, e reciprocamente che la
vera religione è vera filosofia» (De praed.,
1, 1, 16-18). L'amore della sapienza coincide con la vera
religione, con cui la somma causa di tutte le cose è
indagata razionalmente e resa oggetto di culto; le regole
dell'uno sono le medesime regole dell'altra. In questo passo
fondamentale, Scoto approfondisce e radicalizza
l'affermazione agostiniana dell'identità di filosofia e
religione, mostrando una particolare attenzione da un lato
all'illustrazione delle parti di cui si compone lo studio
della sapienza (diairetica, euristica, apodittica,
analitica), dall'altro alla giustificazione dell'impiego
dell'arte della dialettica in ambito teologico.
«Affinché noi difensori della verità non
diamo l'impressione di lottare inermi contro gli assertori
del falso, non incongruamente faremo ricorso alle regole
dell'arte della disputa» (De praed., 1, 3, 45-47): la
conoscenza delle leggi che presiedono all'articolazione di
un retto discorso è indispensabile strumento di
smascheramento delle false argomentazioni, costruite
attraverso un impiego fraudolento della retorica. La prima
giustificazione del ricorso alla filosofia si dà come
esigenza apologetica di fronte alle insidie dell'eretico, il
quale deve essere svelato come colui che costruisce false
argomentazioni: nel discorso dell'eretico è contenuto un
errore di natura logica, che va individuato. Ma la
pertinenza della dialettica alla teologia, quindi alla
ricerca della verità, trova la sua più compiuta fondazione
nella sua individuazione come dono divino, cioè dato di
creazione, originario e non prodotto artificialmente
dall'uomo. Nel pensiero eriugeniano, dal De
praedestinatione alle Expositiones,
le arti liberali rivestono un ruolo assolutamente cruciale:
beneficio divino, esse sono facoltà della mente, cui sono
coeterne, necessarie al recupero di quella conoscenza di Dio
innata nell'uomo, che è stata compromessa dalla caduta.
L'insieme delle arti, archetipo eterno della perfetta
conoscenza, e allo stesso tempo facoltà interna alla mente
umana, è considerato nel De praedestinatione,
ingrediente indispensabile lungo il percorso di
avvicinamento cognitivo a Dio, strumento senza il quale il
rischio dell'eresia, e della perdizione che ne consegue,
diviene quasi inevitabile. Questa concezione delle arti come
dato di creazione, già presente nel De
praedestinatione, troverà un ben più ampio sviluppo
successivamente.
Se nelle arti liberali, e dunque nello
studio della sapienza, si incontrano regole certe e
immutabili, garanti della rettitudine del ragionamento che
si sta dispiegando, è a una nozione più ampia di legalità
che bisogna ricorrere per motivare la fondatezza di un
ordine argomentativo che si vuole infallibile. L'ordo
della trattazione non è cosa distinta da un ordine ben più
ampio, l'ordo rerum, l'ordo
dell'intera realtà. Nelle regulae della
dialettica si rispecchia una lex
universale, di cui tenteremo di mettere in luce il
carattere.
In due accezioni differenti, ma
correlate, riappare il termine ordo in 6,
3:
Quae quanquam in ordine suo recte
locata sint et suam quandam pulchritudinem peragant,
perversi tamen animi est et inordinati eis sequendi
subiici, quibus ad nutum suum ducendis potius divino
ordine ac iure praelatus est (De praed.,
6, 3, 78-81).
Queste cose sono rettamente collocate
nel proprio ordine e si ammantano di una certa propria
bellezza, tuttavia è proprio di un animo perverso e
disordinato sottomettersi ad esse, quando dovrebbe
piuttosto ridurle al proprio comando, secondo l'ordine e
il diritto divini.
La duplicità di significato che qui si
manifesta nell'uso del termine ordo, ha la
sua genesi nella parola greca táxis, che
sembra averla trasmessa alla sua corrispondenza latina: se
da un lato ordo sta a indicare
originariamente una schiera, una successione regolare, una
fila, e in maniera più ampia, quindi, una struttura ordinata
a carattere spaziale, dall'altro esso allude anche al
comando, al principio o metodo, che conferisce un assetto
ordinato, che trae cioè il reale dal caos e lo muta in un
insieme retto da una legge armonica. Il carattere spaziale
della prima accezione in cui viene impiegato il sostantivo è
accentuato dal verbo che lo accompagna, locare
in suo ordine, che si riferisce alla costituzione
esterna dell'oggetto, al suo essere collocato all'interno di
un contesto strutturato verticalmente; se all'interno di
tale contesto ogni realtà possiede un rango differente dalle
altre, il mantenersi nella propria posizione, adempiendo
alla propria funzione stabilita dal comando divino, ammanta
di bellezza la creatura (et suam quandam
pulchritudinem peragant).
Il disordine dell'animo umano consiste
nel piegarsi di fronte alla bellezza del creato, nell'assoggettarvisi
anziché ricondurla a gloria del creatore. Il peccato è
infrazione dell'ordine nei due sensi del termine,
disobbedienza alla legge divina che fonda l'ordine e
conversione di una natura superiore ad adorazione di ciò che
è ordinato sotto di lei e che essa dovrebbe governare. Si
potrebbe dire che la sregolatezza dell'animo consista
proprio nella superbia che non ha rispetto dei gradi e delle
differenti dignità secondo le quali è stata creata la
totalità, che osa tentare di sovvertire la scala gerarchica
degli esseri e dei beni. Il disordine dell'animo umano
consiste nel piegarsi di fronte alla bellezza del creato,
nell'assoggettarvisi anziché ricondurla a gloria del
creatore. Il peccato non è sostanza, non può essere
annoverato tra le realtà perché ogni realtà proviene da Dio,
né è un male l'oggetto desiderato dall'anima peccatrice
nell'insonnia della sua libido, poiché ogni
creatura ha la sua origine ultima in Dio. In questo
movimento di conversione verso ciò che è ordinato al di
sotto di sé, in questo movimento di umiliazione della
dignità dell'anima umana, creata perché permanesse nella
contemplazione delle realtà eterne, si consuma il peccato.
Il male è dunque corruzione della
bellezza, dell'onestà, dell'integrità, è diminuzione e
compromissione di tutto ciò che concorre a dar vita
all'ordine armonico del creato, stabilito e costituito nella
legge divina. Ma quale funzione riveste tale legge
nell'ambito del De praedestinatione?
La predestinazione divina è una lex: in
questa definizione si ritrova, a conclusione del trattato,
il filo di tutto il ragionamento eriugeniano. La
predestinazione fonda un ordine universale, il quale
costituisce il suo vero oggetto, in luogo dei destini
individuali dei reprobi e degli eletti; essa non è
l'intervento a carattere personale di un potere intollerante
che qualcosa sfugga al suo controllo, persino la sorte dei
malvagi. La diversificazione dei destini umani appartiene
all'ambito della responsabilità morale dell'uomo e si
mantiene all'interno di una lex che
costituisce la manifestazione propria, e mediata,
dell'onnipotente volontà divina. Lo stesso rapporto tra Dio
e l'uomo, qui chiamato in causa, non può essere astratto dal
contesto di una visione della realtà come cosmo, nel senso
pregnante del temine: esso va ripensato secondo la nozione
di legge divina e di ordine.
Come ha sottolineato Gianluca Potestà, la
concezione gotescalchiana dell'onnipotenza divina comportava
una svalutazione e relativizzazione dell'autorità e delle
gerarchie umane: la visione di un universo in cui non si dà
alcuna mediazione tra il creatore e la creatura, sulla quale
egli esercita un potere illimitato, metteva evidentemente in
crisi la funzione stessa della Chiesa.
Non a caso la questione dei sacramenti e
del loro ruolo ai fini della salvezza del cristiano
costituiva uno dei nodi centrali della controversia: uno
degli aspetti della dottrina di Gotescalco che destava nei
suoi avversari le maggiori preoccupazioni era l'affermazione
che il sangue del Cristo avesse redento tutti gli eletti una
volta per sempre. In questo caso, infatti, non solo i
reprobi, dannati per sempre alla perdizione, sarebbero
risultati del tutto esclusi dalla Chiesa, ma anche ai fini
della salvezza degli eletti i sacramenti avrebbero perso
ogni reale funzione, e con essi i loro ministri.
Si comprende bene come ciò che
distanziava Gotescalco ed Eriugena non era soltanto una
diversa concezione del rapporto tra Dio e l'uomo, ma anche
del potere e dell'autorità umana.
A partire dal XVI capitolo si ha un
incremento significativo dell'impiego del termine
ordo e delle varie forme del verbo
ordino: negli ultimi tre capitoli
ordo appare in stretta relazione con il
termine lex per sei volte,1
nel solo capitolo XVII si incontrano in successione
naturalem ordinem, ordine
universitatis, auctor et ordinator,
iustissimus ordinator,
poenarum ordinem, pulchre ordinari.2
Questi esempi rafforzano l'ipotesi per
cui al tentativo eriugeniano di fondazione di un ordine
universale è strettamente legato il ripensamento della
nozione di lex. Se in particolare nel
penultimo e nell'ultimo capitolo il termine
ordo viene impiegato in un'accezione di sapore
fortemente giuridico, che ne sottolinea il suo avere origine
nella lex e nello ius
divini, l'allusione frequente al disponere
o constituere in recto ordine fa
riferimento anche a una visione complessiva della struttura
ultima della natura e del creato, di cui il creatore è, come
il demiurgo platonico, l'ordinator iustissimus
nella misura in cui il progetto divino della creazione non
si presenta come il prodotto di un arbitrio personale, in
cui è impossibile rintracciare una legge unitaria, ma si
media scandendosi secondo un trama immutabile e
universalmente riconoscibile.
Rimane il nodo principale della
questione: la gerarchia, stabilita nella lex divina, è
definitivamente compromessa dal peccato dell'uomo,
l'integrità della natura violata, la coerenza del creato
spezzata?
La risposta di Giovanni Scoto a questo
quesito non può che essere una (De praed.,
8, 4, 67-70): i moti della volontà perversa non possono
trascendere e superare la disciplina del
creatore, sono ricondotti, anzi, entro congruis
ordinibus; la volontà dei malvagi è una volontà
frustrata, che si scontra inesorabilmente con la ferrea e
inflessibile legge che regge l'universo riconducendo a un
insieme significante un mondo pullulante di disarmonie
apparenti, disarticolato e frammentato. Ogni peccato,
qualsiasi libido agiti nel profondo la
creatura, nel suo inevitabile fallimento, nel suo
infrangersi contro l'invalicabile muro della
lex divina, è destinata a tradursi in una delle
innumerevoli voci che partecipano al coro dell'universo, che
dalle dissonanze produce l'armonia più dolce. Il supplizio
eterno, identificato come conato a vuoto della volontà
malvagia si precisa meglio come il vano movimento di fuga
dai confini naturali dell'universo definiti dalla
lex: la volontà dannata dovrà servire le
leggi a cui aveva voluto ribellarsi, la sua ribellione sarà
costretta a trasformarsi in servitù eterna, la sua superbia
in perenne umiliazione, la sua libido in
frustrazione senza fine. In questo servire contro voglia, in
questo doversi piegare, si consuma il dramma più crudele
della volontà umana. In questo, che è il peggior tormento
che l'uomo avrebbe potuto guadagnarsi con la sua caduta,
nemmeno paragonabile a quei supplizi del corpo partoriti
dall'immaginazione, ogni turpitudine, ogni corruzione, viene
riassorbita nell'onnicomprensivo ordine divino.
Se l'ordine naturale è stabilito
dall'eternità dalla lex divina, non c'è
distanza tra natura e volontà divina che vengono a
coincidere nella struttura che regge e permea tutto il
creato.
Quest'ampia digressione sulla nozione di
legge che si delinea nel corso del De praedestinatione
acquista senso nell'ambito della nostra ricerca solo se la
questione della dialettica e del suo ordo
viene ricondotta all'interno del quadro sin qui delineato,
che oltretutto non investe solo il primo trattato
eriugeniano, bensì costituisce una vera e propria costante
nello sviluppo successivo del suo pensiero.
Solo in relazione a questa attenzione
così viva alla problematica della lex e della sua
immutabilità, si comprende può comprendere a fondo tutta la
portata che assume l'argomentazione di Giovanni Scoto sulla
natura umana e sul mantenimento del libero arbitrio
nell'uomo anche dopo il peccato originale: ammettere che
l'integrità della natura sia stata compromessa dal peccato
dell'uomo comporterebbe l'ammissione di una permanenza
eterna del male all'interno dell'universo e di una sconfitta
perenne del bene. Ma soprattutto insinuerebbe un elemento di
intrinseca debolezza nella volontà divina, che non sarebbe
più in grado di garantire l'ordine naturale che con essa si
identifica. Il tema delle conseguenze della caduta, in
rapporto alla necessità di garantire la salvaguardia
dell'ordine universale a dispetto del tentativo di suo
sovvertimento attuato dall'uomo, avrà un lungo sviluppo nel
Periphyseon: l'errore lascia una
traccia nella natura dell'uomo, basti pensare alla lunga
riflessione eriugeniana, contenuta nel quarto libro del
Periphyseon, sulla divisione in sessi
come conseguenza del peccato originale, sulla scorta del
De hominis opificio di Gregorio di
Nissa. La capacità di conoscenza e dunque di partecipazione
all'illuminazione divina è inevitabilmente compromessa
dall'assunzione di un corpo corruttibile e soggetto al
divenire, creato da Dio per l'uomo in previsione della sua
caduta; ma ciò che non può in nessun modo essere ammesso è
che la facoltà di conoscenza, la volontà, il libero arbitrio
siano stati distrutti sin nella radice dal peccato: essi
devono, infatti, mantenersi anche nell'uomo caduto, perdendo
tuttavia la propria efficacia.
L'ordine dialettico, nelle cui strutture
portanti si rispecchia l'ordine universale stesso stabilito
dalla e nella invalicabile lex divina, in
questo contesto appare più chiaramente come lo strumento
indispensabile di recupero delle facoltà cognitive
dell'uomo, compromesse, ma non distrutte dal peccato; la
capacità di impiego delle arti liberali si identifica con la
capacità di lettura dell'ordine del reale, e dunque con la
capacità di interpretazione e adeguazione al comando divino.
La successione delle argomentazioni nella costruzione del
retto ragionamento, nel suo rispondere e rispecchiare una
lex ben più ampia, scandisce il percorso
interiore dell'uomo, che è un percorso di purificazione e
progressivo avvicinamento alla verità, ma al contempo un
intimo percorso di recupero delle facoltà cognitive perdute
nella caduta.
3. L'ordo dialettico come struttura del
trattato nel Periphyseon

La contestualizzazione della questione
dell'ordo dialettico in relazione alla
nozione di lex uiversalis, che abbiamo
tentato di compiere nel caso del De
praedestinatione, mantiene tutta la sua validità
anche per il Periphyseon. I punti di
contatto, infatti, tra il complesso di concezioni in merito
alla legalità della creazione, al peccato e alla pena,
elaborato per la prima volta nel De
praedestinatione, e il Periphyseon
sono numerosi: in particolar modo proficuo è, in questa
direzione, il confronto tra il primo trattato eriugeniano e
la prospettiva escatologica espressa nel V libro del
Periphyseon. Ciò che è chiamato in
gioco è, qui come nel De praedestinatione,
la questione dell'origine del male, che postula la
formulazione di una dottrina del peccato e del castigo
escludente ogni responsabilità divina e idonea a garantire
la sostanziale positività del creato.
quis nisi amens dixerit, naturalia
bona causarum peccandi acceptiva esse posse, vel ab eis
peccatum oriri? Si enim acceptiva sunt, naturalis in eis
pulchritudo corrumpitur, dignitas minuitur,
immutabilitas vacillat, ordo titubat (Periphyseon,
PL, V, 974.35-39).
Chi, se non qualcuno privo di senno,
potrebbe affermare che i beni naturali possano contenere
in sé le cause del peccato o che da essi il peccato
abbia origine? Se infatti le contengono, la loro
naturale bellezza ne è corrotta, la dignità menomata,
l'immutabilità vacilla e l'ordine barcolla.
L'ammissione che il peccato dell'uomo
abbia potuto in qualche modo comportare una diminuzione o
una corruzione nei beni naturali, o che dall'essere abbia
potuto avere origine il peccato, metterebbe in crisi
l'immutabilità del mondo, la sua positività originaria:
l'ordine stesso della totalità del creato sarebbe messo in
discussione. Ordo è accostato a
pulchritudo, dignitas,
immutabilitas, attributi indivisibili
dell'essere.
Una precedente definizione della natura
del peccato, che richiamava anch'essa la teoria espressa nel
De Praedestinatione, si trova già nel
IV libro:
Ordo itaque divinae legis erat,
primum Creatorem cognoscere ejusque ineffabilem
pulchritudinem, deinde creaturam rationabili sensu
mentis nutibus obtemperante considerare, totamque ipsius
pulchritudinem, sive interius in rationibus, sive
exterius in formis sensibilibus, ad laudem Creatoris
referre. Hunc autem divinae legis ordinem superbiendo
spernens, Creatoris sui amorem et cognitionem materialis
creaturae exteriori pulchritudini postposuit, ac per hoc
periculum divinae indignationis incurrit, mortemque
corporis et animae totiusque naturae perditionem incidit,
quia divinae legis justissimam pulcherrimam seriem
servare neglexit (Periphyseon, PL,
IV, 843.32-45).
Il comando della legge divina era, in
primo luogo, di conoscere il Creatore e la sua
ineffabile bellezza, poi di considerare la creatura con
il senso razionale sottomesso agli ordini della mente, e
di ricondurre tutta la sua bellezza, sia quella che si
genera interiormente nei ragionamenti, sia esteriormente
nelle forme sensibili, a lode del Creatore. L'uomo,
disprezzando nella sua superbia quest'ordine della legge
divina, pose la conoscenza e l'amore del suo Creatore
dopo la bellezza esteriore della creatura materiale, e
perciò sperimentò l'indignazione divina e cadde nella
morte del corpo e nella perdizione dell'anima e
dell'intera natura, poiché non volle osservare il
giustissimo e bellissimo ordine della legge divina.
Il termine ordo viene
impiegato due volte con il significato di comando impartito
dalla legge, ma in modo da sottolineare il contenuto
positivo della legge stessa nella prima occorrenza e invece
il senso imperativo, in connessione con l'atto di
disubbidienza, nella seconda. Nel primo caso infatti esso
regge una frase dichiarativa che precisa il precetto
stabilito dalla e nella legge divina, nel secondo caso
invece è l'oggetto del verbo sperno (il cui
soggetto è l'uomo), che esprime l'atto estremo di disprezzo,
appunto, compiuto dall'uomo nei confronti della successione
gerarchica stabilita nel comando divino.
Il peccato si configura, infatti, come un
assoggettamento della volontà alla bellezza sensibile, un
godimento cieco e fine a se stesso delle bellezze create
originariamente perché conducessero anagogicamente l'anima
alla contemplazione del Creatore. Il godimento per sé del
bello sensibile recide il legame significante, che fa, nella
prospettiva della teologia negativa, di ogni oggetto
sensibile una teofania, e della bellezza sensibile una
effusione del Bello soprasostanziale di cui essa è rimando e
significazione. L'atto di disprezzo del peccatore si traduce
in tentativo sovversivo nella misura in cui esso è
sottrazione all'ordine che sottomette l'esteriore materiale
all'interiore intellettivo, ed è mancato adempimento alla
propria funzione e al proprio ordine interiore stabiliti
originariamente nella creazione.
L'oggetto della punizione divina non può
essere, dunque, un prodotto della fecondità creatrice di
Dio; al contrario, la pena, pur consumandosi entro e non al
di fuori dei limiti della natura creata, avrà come oggetto i
moti della volontà perversa, che non sono naturali e dunque
non sono creati. La volontà sarà tormento a se stessa, i
desideri libidinosi, concepiti in questa vita, saranno fonte
rinnovata di supplizio nell'altra.
Se tutto ciò che è stato prodotto dai
moti irrazionali della creatura non è riconducibile al
creatore, e dunque non comporta una sua responsabilità
nell'esistenza del male, allo stesso tempo non può essere
concepito al di fuori dei confini determinati dalla divina
provvidenza: ritorna anche nel Periphyseon
quello che può essere considerato uno dei temi dominanti
della prima opera eriugeniana, l'impossibilità di evasione
dai confini stabiliti nella lex universale.
Et jam, ni fallor, intelligis, non
solum omne, quod ab uno Deo creatum est, verum etiam
omne, quod irrationabilis motus rationabilis et
intellectualis creaturae supermachinatus est, et nunc
intra ordinem divinae providentiae contineri, et tunc
post universalis creaturae in suas causas reditum inque
ipsum Deum ordinandum fore, quando totius universitatis
conditae plenissima perficietur pulchritudo. Neque hoc
mirum, dum nulla natura aliam naturam punire, nullum
vitium virtutem, qua continetur, possit corrumpere; et
non solum hoc, sed ex his omnibus intra divinas leges
ordinatis omnium plenitudo naturarum et formositas
complebitur, omnium visibilium et invisibilium consona
absque ulla dissonante harmonia modulabitur (Periphyseon,
PL, V, 965.19-34).
E già, se non mi sbaglio, comprendi
come, non solo tutto ciò che dall'unico Dio è stato
creato, ma anche tutto ciò che il moto irrazionale della
creatura razionale e intellettuale ha artificialmente
congegnato, è ora contenuto entro l'ordine della divina
provvidenza, e allora, dopo il ritorno dell'universo
creato nelle sue cause e in Dio stesso, sarà ordinato,
quando sarà condotta a perfezione la pienissima bellezza
della totalità creata. Né questo è strano, quando
nessuna natura potrebbe punirne un'altra, nessun vizio
corrompere la virtù dalla quale è contenuto; e non solo,
ma dall'insieme di tutto ciò che è ordinato entro le
leggi divine sarà colmata la pienezza e la bellezza
delle nature, sarà modulata l'armonia concorde, priva di
dissonanze, di tutte le cose visibili e invisibili.
I prodotti delle macchinazioni umane sono
contenuti entro l'ordine della provvidenza divina, come
saranno ordinati dopo il reditus
dell'intera natura: l'impiego del termine lex,
retto dal participio perfetto del verbo ordino,
rafforza la sfumatura giuridica assunta da ordo
e ordino, accentuandone l'aspetto cogente.
La permanenza entro le divinas leges è
garanzia, inoltre, della dimensione estetica della natura,
poiché fonda l'armonica conciliazione delle creature
visibili e invisibili e il raggiungimento di una piena
formositas.
All'interno dell'onnicomprensivo disegno
divino, infatti, tutto ciò che appare malvagio, turpe o
empio è costretto a mutarsi nel proprio opposto nella
prospettiva dell'universalità della natura, è costretto a
cozzare contro i limiti della lex, che
obbliga ciò che voleva scagliarsi contro la natura stessa a
mutarsi in una delle disparate voci concorrenti a dar vita
al coro dell'universo.
È certamente significativo che si possa
registrare un incremento sensibile dell'impiego del termine
lex proprio nel contesto della trattazione
sul destino dell'umanità dopo la morte; l'insistenza con cui
Giovanni Scoto sottolinea il nesso tra i supplizi riservati
agli empi e le leggi divine che li regolamentano, testimonia
la necessità di riassorbire entro una concezione legalitaria
dell'universo, tutto ciò che potrebbe comportare una
contraddizione nell'economia generale della creazione. Si
tratta di un nucleo speculativo già presente nel
De praedestinatione, che non investe
soltanto la prospettiva escatologica dominante nel V libro
del Periphyseon, ma getta luce sulla
più generale concezione eriugeniana dell'ordine della natura
e, conseguentemente, dell'ordine dialettico.
Non solo in un numero di testi abbastanza
consistente ordo compare per indicare
l'ordine dell'argomentazione o della costruzione del
discorso, ma è proprio in questa accezione, come nel
De praedestinatione, che il termine
fa la sua prima apparizione all'interno del
Periphyseon:
Recte aestimas. Sed quo ordine
ratiocinationis via tenenda sit, hoc est de qua specie
naturae primo discutiendum, tuo arbitrio committo (Periphyseon,
I, 40-43).
Giudichi rettamente. Ma secondo quale
ordine del ragionamento sia da tenere la strada, cioè di
quale specie della natura si debba discutere prima, lo
affido al tuo giudizio.
L'ordine del ragionamento segna la via da
seguire nella scelta della successione degli argomenti da
trattare. I testi in cui il termine compare in contesti di
richiamo all'ordine del discorso o di scelta degli argomenti
da affrontare sono abbastanza numerosi. Se in alcuni di essi
la scelta sembra essere affidata all'arbitrio del maestro (Periphyseon
I, 3062; I, 3240-3241; II, 575), e comunque interna a un
rapporto pedagogico con il discepolo, in diversi altri testi
i verbi utilizzati, exigo,
pono, expeto, presuppongono un ordine
cogente, che va seguito nell'articolazione del trattato (Ibidem,
I, 3476-3478; II, 40; II, 2324-2325; III, 2421). In alcune
occorrenze, infine, la presenza del genitivo
rerum, retto da ordo, testimonia la
stretta corrispondenza tra l'articolazione del discorso e la
struttura intima della realtà:
Non aliter ordo rerum exigit (Periphyseon,
II, 26).
De his omnibus quae tibi, ut dicis,
non clare patescunt alium disserendi locum ordo rerum
expetit (Periphyseon, II,
570-571).
Riguardo a tutte queste cose che,
come dici, non ti risultano chiare, l'ordine delle cose
esige un altro luogo di discussione.
Sed quia pars sensibilis mundi maxima
est corpus humanum, non mole sed dignitate rationalis
animae, qua formatur et vivificatur et regitur et
continetur, de ipsius reditu tractare ordo rerum exigit
et disputationis series, ni fallor (Periphyseon,
PL, V, 898.38-43).
Ma poiché la parte più importante del
mondo sensibile è il corpo umano, non per la mole, ma
per la dignità dell'anima razionale da cui è formato,
vivificato, retto e contenuto, l'ordine delle cose e la
successione dell'argomentazione richiede che si tratti
del suo reditus, se non sbaglio.
Il richiamo all'ordine
dell'argomentazione costituisce, come si è visto, una
preoccupazione sempre abbastanza presente in Eriugena, che
sembra fare mano a mano il punto della trattazione; questa
frequenza pone evidentemente la questione, lo avevamo già
detto, della struttura interna del
Periphyseon.
Le interpretazioni degli studiosi in
merito sono alquanto discordi; secondo il Cappuyns, ad
esempio, la divisione della natura in quattro specie mal si
accorda con la dialettica ascendente e discendente che
costituisce la nervatura del trattato, essendo troppo
statica e costringendo l'autore a dare molto più spazio alla
divisione che al reditus.3
È vero che l'assenza di una edizione
critica integrale del testo rende ancora più difficile la
lettura di una struttura, già complessa, ma in più
complicata dalla stratificazione delle tre recensioni
successive, derivate dall'incorporazione nel testo primitivo
di una serie di note marginali. Tuttavia il Jeauneau4
legge anche nelle numerose e lunghissime digressioni un
piano coerente dell'opera, che rivelerebbe una traiettoria
elicoidale, in cui a ogni tappa successiva si incontrano i
medesimi temi già affrontati, ma in una prospettiva
differente e sempre più approfondita. Giovanni Scoto,
dunque, sembrerebbe voler ricreare l'universo, non solo
rimodellando, ma anche rifondando tutto il materiale
concettuale che egli giunge a toccare; una ricreazione che
seguirebbe il doppio movimento di discesa e risalita entro i
due poli metastorici rappresentati dalle cause primordiali e
dalla riunificazione finale.
Ci sembra interessante riportare anche la
chiave interpretativa proposta dall'Allard,5
secondo il quale il Periphyseon si
presterebbe a tre differenti prospettive di lettura, tra di
loro interconnesse, che egli definisce come ordine logico,
pedagogico ed epistemologico. Secondo la prima prospettiva è
possibile tracciare un metodo di articolazione dell'indagine
che parte dalla divisione dell'ousia in quae
sunt et quae non sunt, che costituirebbe il momento
statico dello sguardo all'essenza, per tornare al momento
dinamico della divisione in quattro, inquadrata
nell'ulteriore divisione della processio e
della reversio. L'ordine epistemologico si
baserebbe, invece, sul presupposto che punto di partenza del
ragionamento debba essere ciò che presenta la maggiore
oscurità e difficoltà di comprensione: l'articolazione del
ragionamento procede dunque dall'oscuro a ciò che è via via
più manifesto, dall'ousia alle sue
teofanie, gli accidenti. Non a caso, prima di affrontare la
quadripartizione della natura e i suoi momenti, il Maestro
pone come prima e ineludibile divisione, quella dell'ousia
in quae sunt e quae non sunt, essere e non-essere; il
motivo di questa scelta della successione
dell'argomentazione si fonda sulla maggiore oscurità e
difficoltà di questa distinzione. Quest'ordine
epistemologico è anch'esso rispecchiamento dell'ordine del
reale, poiché lo stesso movimento discendente e degradante
dal principio creativo alla molteplicità si configura come
un movimento di progressivo svelamento, di progressiva
manifestazione di Colui che non è manifestabile. In questo
movimento tutto si tiene nell'essere rimando significante al
Principio, in cui il tutto si fonda; ma nella discesa verso
il molteplice il grado di accessibilità del significato
aumenta in proporzione esattamente inversa al grado di
complessità, e dunque di vicinanza al Creatore, della
teofania.
L'ordine pedagogico comporterebbe, per
concludere, una coerenza interna al rapporto tra maestro e
discepolo, che spiegherebbe le frequenti ripetizioni e le
digressioni amplificanti, come strumenti finalizzati a
consentire allo spirito di abituarsi progressivamente alla
luce accecante della verità.
La questione del rapporto tra il
Nutritor e l'Alumnus non
ha importanza secondaria nella comprensione
dell'articolazione del trattato. In primo luogo la forma
dialogica scelta dall'Eriugena, se da un lato rimanda per
analogia alla scrittura dei dialoghi platonici, dall'altro
lato proprio in questo rimando segna una distanza e una
differenza che è utile cercare di cogliere. Possiamo partire
dalla considerazione del fatto che il Discepolo del
Periphyseon è un soggetto attivo
all'interno del dialogo: egli pone domande sempre più
roventi, definisce insieme al Maestro l'ordine della
trattazione, chiede chiarimenti, imponendo al Maestro
digressioni continue, continui ritorni sul già detto,
suscitando anche reazioni spazientite, contesta le
affermazioni del Maestro, impegnandolo in un costante sforzo
di chiarimento, di argomentazione, giunge autonomamente ad
alcune conclusioni, a volte errando a volte anticipando,
almeno apparentemente, il Maestro stesso. In questo senso
quello che viene definito da Allard come ordine pedagogico è
fortissimamente un ordine dialogico, laddove il dialogo si
impone come interlocuzione tra due soggetti distinti e non
identificabili. L'andamento stesso del trattato sarebbe in
parte largamente incomprensibile se si prescindesse da
queste considerazioni, e dalla considerazione dell'intreccio
che vive nel Periphyseon tra un
ordo dialettico e un ordo
dialogico.
Per tornare alla concezione eriugeniana
della dialettica, che sembra assumere un carattere sempre
più definito, il D'Onofrio, in un intervento al convegno di
Montréal, ha messo in luce i diversi piani in cui va
considerata la questione della dialettica, (logico
ontologico e metafisico) e il loro stretto legame.6
La dialettica, concepita come arte della
definizione e della divisione, strumento contro l'eresia,
via di purificazione dell'anima e di ascesa alla verità
divina, riflette nei suoi momenti di divisione e
riunificazione, l'ordine stesso della natura. La stessa
natura, o ousia, corrisponde a quei
concetti noetici puri e immediatamente evidenti, che
costituiscono i punti di partenza della divisione
dialettica: essa è la categoria suprema concepibile
dall'intelletto. Da essa inizia il tentativo di seguire una
divisione dialettica che metta in luce l'articolazione
propria dell'universo, attraverso la sua quadripartizione
che dovrà essere poi essere riassorbita in unità
nell'analisi. La progressiva divisione della natura segna le
tappe fondamentali di una dialettica discendente che
rappresenta la parte più cospicua del trattato; in questo
senso si può dire che nella descrizione del rapporto tra Dio
e mondo, che costituisce la nervatura vera e propria del
trattato, sia la problematica della derivazione del
molteplice dall'uno a dominare: la derivazione del sensibile
dall'intelligibile, delle cause primordiali dalla semplicità
del Verbo, della molteplicità degli effetti dalle cause.
L'andamento stesso del Periphyseon si
sforza, dunque, di rispecchiare il movimento di produzione
della realtà a partire dal principio creativo, scandendosi
nei momenti successivi della degradazione e della
dispersione dell'essere nel molteplice.
Il punto di partenza stesso della
riunificazione è la predicazione, l'unione semantica di due
termini: per questo motivo bisognerà seguire le regole della
dimostrazione logica per individuare i passaggi necessari,
che la ragione deve compiere sulla via dell'unità. Così
trova giustificazione il gusto eriugeniano per le leggi
della logica e l'uso dei suoi strumenti, dalla
conversio, al quadratum oppositionis,
al sillogismo.
Nella legalità del discorso costruito
attraverso il ricorso alle arti liberali, immagine più
immediata e vicina a Dio all'interno della natura, si
riconosce la traccia della legalità interna al processo
creativo, che nel linguaggio è svelata.
4. Lex ierarchica e lex
ratiocinationis nelle Expositiones

Nelle Expositiones,
l'impiego di ordo in stretto nesso con la
nozione di lex, che, come abbiamo visto
rappresenta un filo conduttore a partire dalla prima opera
eriugeniana e attraverso l'intero suo pensiero, si
arricchisce di ulteriori approfondimenti alla luce del suo
legame con l'ordinamento gerarchico, che riveste in
quest'opera un'importanza a dir poco centrale: in questo
senso lo stesso rapporto con il testo dionisiano dovette
rivelarsi proficuo per Eriugena. Infatti, se la gerarchia
dionisiana può essere definita come una costituzione
ordinata in cui si incarna la lex divina,
sarà utile approfondire come questo nodo speculativo venga
assunto ed eventualmente approfondito da Giovanni Scoto,
prima di affrontare più da vicino il nodo dell'ordo
dialettico.
Il termine che Dionigi impiega per
indicare la legge in riferimento alla gerarchia celeste non
è nómos, termine profano, bensì
thesmós, che sottolinea la sua origine
sacra: Giovanni Scoto traduce abitualmente
thesmós con lex.
Ciò che presiede alla effusione
dell'illuminazione divina, è una legge di origine sacra, una
costituzione perfetta che determina la partecipazione di
ordine in ordine alla scienza di Dio:
Propterea, inquit, divina agalmata,
purgatissimi videlicet animi qui primitus et immediate
divinam suscipiunt claritatem, non aliter eam
inferioribus se ordinibus declarant nisi secundum
divinas leges (Expos., III,
128-130).
E le divine immagini, dice, sono
riempite dapprima del glorioso splendore della bellezza
divina, e quella luce, di cui prima partecipano
largamente, di nuovo manifestano ed effondono in quelle
che seguono, cioè negli ordini che sono sotto di loro,
secondo la distribuzione stabilita dalle leggi divine.
Le leggi che presiedono alla
distribuzione dei doni divini sono i confini stessi in cui
si muove tutto ciò che viene operato all'interno della
gerarchia; si ritrova anche nelle
Expositiones il tema continuamente ribadito
dell'invalicabilità della lex divina e
universale, dell'impossibilità che qualcosa venga agito al
di fuori dei suoi confini, dell'identità tra la
trasgressione della legge, il tentativo di evasione
dall'ordine gerarchico e il disprezzo del comando divino. Ma
in quest'opera è possibile riconoscere in modo evidente la
matrice dionisiana di questo nodo speculativo fondamentale
nel pensiero eriugeniano.
Lo splendore divino non consente il
turbamento delle leggi divine, realizzate nell'ordinamento
gerarchico che esse governano e in cui si identificano. In
questi testi il termine ordo è impiegato
nel significato di grado o rango, cui ognuno deve adeguarsi
per non violare la lex, ma troviamo anche
un testo in cui ordine e legge appaiono connessi in maniera
ancora più evidente, e si tratta di un testo dionisiano (CH,
180.46-181.4):
Docet autem et hoc sapienter
theologia per angelos eam in nos provenire, tamquam
divino legali ordine illud legaliter ponente, hoc est
per prima secunda in divinum reduci (Expos.,
IV, 500-503).
La sapiente scrittura, dice, insegna
che essa (la teofania) attraverso gli angeli giunge a
noi, secondo il divino ordine della legge, che
legalmente ha stabilito che i secondi siano ricondotti
al divino attraverso i primi.
Divino legali ordine,
traduce correttamente nel testo eriugeniano il greco
tês theonomikês táxeos, letteralmente
appunto ordine della legge proveniente da Dio: questo
testo conferma ciò che stavamo sostenendo, e cioè che il
nesso speculativo tra ordine e legge, che è presente
nell'intero pensiero eriugeniano, trova nell'ordine
gerarchico la sua incarnazione, ma al tempo stesso rivela,
se non una matrice dionisiana, certamente un significativo
rispecchiamento in alcuni elementi fondamentali della
dottrina dionisiana della ierarchia universalis.
Una certa distanza, invece, con il
pensiero di Dionigi è segnata dal trasferimento di questo
elemento fortemente legalitario sul piano
dell'organizzazione del discorso e del ragionamento. L'idea
di una legalità interna al discorso, che si rispecchia anche
nella scelta della successione dell'argomentazione nella
stesura di un trattato, risale agli inizi stessi del
pensiero dell'Eriugena. Già nel De
praedestinatione, infatti, si trova un significativa e
famosa definizione di dialettica, che porta addirittura
all'identificazione tra la vera dialettica, cioè la
filosofia, e la vera religione; questo elemento, come
abbiamo visto, ripreso e ulteriormente approfondito nel
Periphyseon, ricompare adesso anche
nelle Expositiones. La formula
ordo verborum7
ricorre ben 16 volte nel corso di quest'opera, e solitamente
indica il metodo di traduzione o di esposizione adoperato;
molto spesso, infatti, precede le perifrasi utilizzate da
Giovanni Scoto per chiarire dei passaggi oscuri del testo
dionisiano, o per adattare la struttura del periodo greco al
periodare latino. Essa rivela dunque una grande attenzione
alla lettera del testo, accentuata dalla consapevolezza
delle difficoltà insite nell'arte del tradurre. Accanto a
questa formula incontriamo, con la medesima funzione, due
volte ordo dictionum;8
una volta, invece, si incontra ordo rerum
in riferimento all'ordine dell'argomentazione:
Hoc est: ordo rerum exigit, ut
arbitror, priusquam ad expositionem dissimilium
symbolorum... primum explanare qualem speculationem, id
est qualem diffinitionem, iudicamus esse omnis ierarchie,
id est universalis ierarchie (Expos.,
II, 25-30).
L'ordine delle cose esige, come
penso, che, prima di esporre i simboli dissimili,
attraverso i quali l'animo umano è introdotto alla pura
visione delle virtù celesti, spieghiamo quale pensiamo
sia la contemplazione, cioè definizione, di ogni
gerarchia, vale a dire della gerarchia universale.
In questa glossa, Scoto sostituisce con
la formula ordo rerum, che evidentemente
reputa ancora più esplicativa, l'oportet
che aveva utilizzato nella traduzione. Il contesto è
comunque quello della scelta della successione degli
argomenti da trattare, e l'impiego del genitivo
rerum testimonia lo stretto legame che per Scoto
sussiste tra il discorso costruito rettamente, secondo le
leggi, e la struttura intima del reale.
Infine, in una occorrenza si trova
ordo, accompagnato dall'aggettivo
naturalis, a indicare l'andamento
dell'analisi da seguire:
Dum hec, inquit, que prediximus,
consequenti naturalique ordine fuerint considerata,
oportet dicere quales divinas formationes sanctorum
eloquiorum sacra descriptio, hoc est sancta formarum
assimilatio ad celestes ordines significandos figurant
atque conformant... (Expos., II,
48-52).
Quando, ciò che abbiamo detto prima
sarà stato considerato secondo l'ordine conseguente e
naturale, sarà opportuno dire quali divine formazioni
plasmi e adegui alla rappresentazione degli ordini
celesti la sacra descrizione, cioè la santa simulazione
delle forme, delle sacre scritture...
L'impiego dell'aggettivo
naturalis è significativo della convinzione eriugeniana
che una corretta analisi debba rispecchiare l'andamento
naturale della realtà, e che nella struttura del discorso
sia possibile leggere le leggi stesse del creato. Tale
convinzione si fonda, come abbiamo già detto, sull'alta
considerazione nutrita da Scoto per le arti liberali,
riunite sotto il nome di dialettica. Sull'incidenza di tale
considerazione delle arti anche nel testo delle
Expositiones è un saggio del Roques a
fornirci alcuni elementi analitici importanti.9
Egli prende l'avvio da una singolare
traduzione di Scoto, il quale rende l'avverbio
atéchnos, che nel testo dionisiano è riferito alla
semplicità delle Sacre Scritture, con il suo esatto opposto,
valde artificialiter (Expos.,
I, 124-128), trasformando l'alfa privativo in un
rafforzativo. Questa scelta di traduzione non sarebbe
sintomatica, secondo Roques, di un semplice errore di
interpretazione, ma sarebbe riconducibile all'impossibilità,
per Giovanni Scoto, di riconoscersi in un testo che nega
chiaramente qualsiasi pertinenza delle arti liberali alla
Sacra Scrittura. Ora, un'opposizione di fatto tra Scrittura
e arti è per Scoto del tutto inconcepibile, in particolar
modo se affermata da un testo che godeva all'epoca di un
enorme prestigio e, soprattutto, di una grande autorità.
Non solo per l'Eriugena la Scrittura si
serve delle arti per guidare il credente alla piena
comprensione della verità divina: non sarebbe nemmeno
pensabile il darsi di una Scrittura che evada dalle arti
liberali e non sia contenuta nei loro confini: «Nulla enim
sacra scriptura est que regulis liberalium careat
disciplinarum» (Expos., I, 560-561).
Nella concezione eriugeniana, le arti
liberali, essendo coeterne all'intelligenza in cui
sussistono in unità, sussistendo eternamente nelle cause
primordiali, essendo un oggetto originario della creazione
divina, sono l'immagine più elevata e più perfetta di Dio
entro la natura, e perciò possiedono maggiore dignità sia
della Scrittura che del mondo degli effetti, i due ambiti
della rivelazione.
Sia la Scrittura che la natura sono due
fonti insufficienti di conoscenza, se non vi si immette la
ratio naturalis con cui esse vanno
interpretate. L'intelligenza umana non completamente
decaduta, può ancora trovare la verità divina, nella misura
in cui essa ritrova se stessa nell'attività del
nous e delle proprie arti.
«Il nostro animo illuminato con una sacra
varietà di simboli dalla stessa disciplina, che dai Greci è
chiamata analytiké, è ricondotto
all'altezza della celeste deificazione. Due sono le parti
della dialettica, di cui una è denominata
diairetiké, l'altra analytiké» (Expos.,
VII, 575-580).
Si comprende bene, per concludere, come
la questione dell'ordine del ragionamento e del discorso,
non solo rivesta ancora una volta un ruolo centrale nel
pensiero eriugeniano, ma investa anche la possibilità stessa
di un percorso di avvicinamento al divino e di recupero
della dignità perduta.
5. Nota bibliografica

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Roma, 1978.
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intellettuale europeo, a cura di M. Fattori e M.
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a cura di H.J. Floss, in Patrologia Latina, ed. Migne,
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Copyright © 2000
Cinzia Arruzza
Cinzia Arruzza. «L'ordine dialettico e la
legalità universale nel pensiero eriugeniano»,
Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in
linea], anno 2 (2000) [inserito il 14 febbraio 2000],
disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>,
[64 KB], ISSN 1128-5478.
Note
- De praed., 17, 3, 49-51;
18, 6, 126-128; 18, 6, 132-134; 18, 9, 215-217; 18,
10, 224-227; 18, 10, 242-246.

- De praed., 17, 1, 18; 17,
2, 24; 17, 5, 91-92; 17, 5, 97-98; 17, 6, 118; 17,
7, 123; 17, 6, 2, 64-68.

- M. Cappuyns, Jean Scot Érigène,
sa vie, son œuvre, sa pensée, Paris-Louvain,
1933.

- E. Jeauneau, «L'homme et l'œuvre», in
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- G.H. Allard, «Quelques remarques sur la "disputationis
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- G. D'Onofrio, «"Disputandi disciplina". Procédés
dialectiques et «logica vetus» dans le langage
philosophique de Jean Scot», in Jean
Scot écrivain, Montréal, 1983.

- Expositiones, I, 225; I,
431; IV, 433; IV, 453; VI, 73; VII, 57; VII, 101;
VII, 341; VIII, 256; VIII, 329; IX, 214; IX, 335;
XIII, 529; XV, 129; XV, 196; XV, 804.

- Expos., IX, 605; XI, 78.

- R. Roques, Libres sentiers vers
l'érigénisme, Roma, 1975.

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