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Nel mio lavoro clinico di psicoterapeuta, incontro quotidianamente la sofferenza
dell'individuo, relativa al fatto di sentirsi colpevole dei propri disturbi, disagi,
incertezze, paure. Egli si accusa sostanzialmente di essere se stesso così come è. I
clinici, psicologi e psichiatri, specialmente se non esercitano la psicoterapia, ma
soltanto la psicofarmacoterapia, tendono a trattare l'autocolpevolizzazione come un
sintomo dello stato morboso della persona, per esempio, dello stato depressivo.
Nel mio lavoro e in un libro che sto sviluppando, io non mi limito a considerare
l'autocolpevolizzazione come un sintomo, ma la considero nella sua consistenza di processo
cognitivo. In pratica chi si accusa, si denigra e si autocolpevolizza, per farlo, sta
pensando e sta pensando i suoi pensieri, di cui è proprietario a causa della sua
formazione culturale. I pensieri si formano nel tempo, dalla nascita in poi, specialmente
negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza. Essi, sia nei contenuti che nei processi,
dipendono in gran parte, dai contenuti e dai processi propri delle persone che hanno
caratterizzato l'ambiente sociale ed umano dell'individuo, durante quegli anni di
crescita. I pensieri si formano, in quegli anni, nel cervello umano, sia per mezzo
dell'INDUZIONE che gli altri propongono o impongono al soggetto giovane e sia per la
DEDUZIONE che attua il giovane soggetto stesso. Tuttavia va considerato che la deduzione,
sarà compiuta utilizzando i precedenti elementi indotti, per cui la ipotetica libertà
deduttiva del soggetto, è in realtà il margine che l'induzione consente.
Del resto, a secondo ciò che pensiamo e come lo pensiamo, ecco che sentiamo le
nostre emozioni. Le emozioni sono la conseguenza di ciò che noi ci diciamo dentro, cioè
pensiamo, sia consapevolmente, che inconsapevolmente. Dunque, se sentiamo i nostri stati
d'animo ed emozioni a secondo l'interpretazione cognitiva che facciamo della realtà e se
questa interpretazione, cioè pensiero, non la abbiamo mai scelta, ma si è formata nella
nostra mente, quando eravamo bambini e adolescenti, per quei processi induttivi e
deduttivi che ho detto, come possiamo sentirci giustificatamente colpevoli delle nostre
emozioni, specialmente quando esse sono limitative, come la paura e l'angoscia? E dato che
poi le nostre scelte di comportamento sono subordinate a come ci sentiamo emotivamente,
come possiamo colpevolizzarci dei nostri comportamenti limitati e inceppati dalla nostra
paura e angoscia?
Il lavoro terapeutico di
decolpevolizzazione, tuttavia incontra di solito degli
ostacoli, nel fatto che l'individuo normalmente non rinuncia facilmente all'illusione di
avere molto più potere e molto più libero arbitrio. Accettare gli automatismi della
propria formazione psicologica, significa attribuire alla casualità molto più potere di
quanto si immaginava e questo viene di solito vissuto come una forte ferita narcisistica.
Fa bene capire che non si ha colpa di essere se stessi, in quanto non si è mai scelto
alcunchè per esserlo, ma fa anche molto male capire che, poichè è così, il senso della
propria individualità e identità sembra repentinamente impoverirsi rispetto
all'illusione precedente. A volte, nel lavoro psicoterapeutico, sembra assistere a
resistenze alla guarigione, dovute propio alla difficoltà a rinunciare all'illusione di
avere più potere di scelta. Il paziente spesso mantiene questa illusione, mantenendo la
sua patologia e la sua colpa: "finchè posso giustificarmi che è giusto sentirmi in
colpa, posso continuare ad illudermi che posso scegliere e quindi ho la colpa di scegliere
in modo errato. Se smetto di sentirmi in colpa, posso assolvermi e sentirmi meglio per
questo, ma mi sentirò male perchè non potrò più credere nella ampiezza del mio potere
di scelta".
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