Relatività


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RELATIVITA' e GRADIENTE DI COMPATIBILITA'

RELATIVITA' e GRADIENTE DI COMPATIBILITA'

Copyright © 2000

Dott. Sergio Angileri

L'immagine associata a questo documento sembra sintetizzare la relatività dell'individuo, che qui appare composto da parti eterogenee e contrapposte. Sembra sintetizzare, anche, il fatto che comunque egli riesce ad esistere poichè quelle parti, pur se eterogenee, coesistono potendosi reggere insieme grazie ai punti di compatibilità fra loro.
 In questo senso l'individuo nella sua totalità è uno e indivisibile, tuttavia è composto da più parti coese fra loro e sostanzialmente anche  molto diverse l'una dall'altra. Nell'immagine l'individuo è relativamente uomo, relativamente donna, relativamente sornione, relativamente deforme, relativamente  antico e relativamente moderno. Non è nulla esattamente di tutto questo, eppure è, relativamente, ognuna di queste cose.
Egli è.
Se tutte le parti di cui è composto non fossero relativamente compatibili  fra loro, tuttavia egli si scinderebbe , si dissolverebbe da uno a molti, perderebbe l'identità di individuo uno e indivisibile, le parti si evidenzierebbero individualmente ciascuna per sè e l'individuo così avrebbe  la possibilità di divenire più esattamente ciascuna di esse, identificandosi in modo episodico e alternante ora con l'una e ora con l'altra: in pratica la non coesione interna dell'individuo, fa oscillare lo stesso alternativamente ora identificandosi con una delle parti delle quali è composto, ora con l'altra, o l'altra ancora. Per mezzo di questa identificazione con una delle sue parti sulle altre, l'individuo si illude di non essere più relativo e multifattoriale, cioè si illude di essere solidamente coerente con una sola versione di sè. In questa condizione egli sarebbe paradossalmente meno relativo nella complessità e nella completezza, perchè  potrebbe essere, episodicamente, più in assoluto l'una o l'altra delle parti. Questa  identificazione più assoluta, anche se transitoria, con una delle parti e dunque, così, meno relativa, però avverrebbe a discapito delle altre, pur sempre presenti, anche se  diniegate nel momento in cui l'individuo è assolutamente identificato con una sola di esse: la conquista dell'assoluto, omogeneizzandosi in una sola delle parti, è una   illusoria e momentanea vittoria sul relativo, ma è anche un'importante perdita delle altre parti che si devono lasciare, in virtù dell'assoluto. Sembra dunque che per poter  essere completi nell'inclusione simultanea di tutte le parti di cui si è composti in  natura, uno e indivisibile, cioè per mantenere una completa identità non scissa, con tutte le parti in armonia, occorre arrendersi alla propria relatività intrinseca, propria  dell'individualità umana, che per sua natura è multiparcellizzata ed eterogenea. 
Sembra invece che si rischia di pagare un prezzo di scissione, di spezzettamento, se ci  si vuole assolutamente identificare, in modo omogeneo e illusoriamente statico, con  una sola parte di sè, a discapito delle altre, o peggio, diniegando le altre. Cercando una fissità  stabile in una sola delle parti di cui siamo composti, privilegiandola, e cercando  di diniegare il valore delle altre nostre parti, tentiamo idealmente di annullare la nostra relatività, inseguendo il mito di una identità omogenea, stabile e immodificabile. Il risultato che otteniamo, invece, è una inautentica e irrigidita caratterialità  scissa dalle altre parti in cui siamo pur sempre "IO". 
Oltre questo, combattendo contro la relatività dell'identità naturale e completa, cioè cercando di negarci la nostra naturale costituzione, che è eterogenea e spesso ambivalente e conflittuale già in natura, otteniamo il  risultato della continuativa frustrazione del dover constatare che, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo mai a stabilizzarci definitivamente con una sola parte di noi stessi, ma dopo un pò urge e sopravviene un'altra. Se non accettiamo questo fatto naturale della nostra imprevedibile variabilità, sentendoci in difetto tenteremmo di recuperare e mantenere la precedente, oppure, al limite, di identificarci, stavolta stabilmente ma ancora una volta illusoriamente, con la nuova parte sopravvenuta, negando la precedente, oltre tutte le altre che dinieghiamo. E così via, in un'inutile battaglia di uno contro se stesso, una battaglia presuntuosa che pretenderebbe il mutamento della natura umana. Questa è una battaglia persa sin da sempre e che finora ha soltanto provocato dolori, frustrazioni e spesso psicopatologia.
 E' evidente  che la maggiore armonia individuale la si può avere, invece, conoscendo e accettando la natura eterogenea individuale e convivendo serenamente con la fluttuazione delle varie parti di cui siamo composti e accettando l'oscillazione di identità variabile nel  tempo: in questa oscillazione vi è una continuativa variazione di desideri, di necessità, di tendenze, di attitudini e così via. Ne consegue che dunque dovremo anche sapere  accettare ed eseguire nuove scelte di vita, man mano che ci si presenta il nostro  naturale cambiamento: accettare di eseguire sempre nuove scelte di vita, anzichè combattere contro se stessi per non cambiare nessuna situazione, consente il mantenimento della coesione intrapsichica e dunque la salute psicologica.
 Il mantenimento della coesione fra le parti, che pur se diverse fra loro compongono l'identità dell'individuo, dipende, come detto, dalla relativa compatibilità di alcune loro porzioni condivisibili. Il mantenimento della coesione, come vedremo, è un fenomeno intrapsichico inconscio e tendenzialmente spontaneo, la cui dinamica non dipende dal controllo volontario della persona. Esso, però, dipende anche dall'accettazione della relatività che consegue l'assemblaggio delle parti e questa, invece, è un fenomeno mentale superiore, che deve avvenire, da parte dell'individuo, consciamente. Cerchiamo di comprendere insieme questi concetti: relatività e compatibilità.
 Relatività si riferisce al fatto che ogni cosa è relativamente se stessa, poichè sfuma  senza soluzione di continuità nelle parti contigue e un pò con esse si fonde e si  confonde.
Compatibilità si riferisce al fatto che, giusto poichè ogni cosa è relativa, l'insieme delle cose riesce a mantenere una certa coesione grazie al fatto che, nonostante la generale relatività, ciascuna cosa può essere più o meno compatibile all'altra, per qualche punto o particolare. La compatibilità rappresenta, in generale, il collante fra le cose. Quando la compatibilità fra le "cose" viene infatti  significativamente meno, le cose si scollano, la diversità fra loro si esalta evidenziandosi implacabile ed esse si separano. In pratica diminuendo la compatibilità, meno collante esiste e dunque più si evidenzia la diversità, che da  sempre comunque vi era stata. Questo è il momento in cui si evidenzia la soggettività  delle parti, cioè la loro individualità. In generale in tutte le situazioni in cui accade che, a causa del venir meno della compatibilità, si rinvigoriscono le individualità, accade anche che si esalti contemporaneamente la relatività della coesione, che comunque da sempre preesisteva al collasso della compatibilità, cioè si evidenzia la diversità fra le parti più  di quanto non fosse stato possibile prima, cioè durante il mantenimento della  coesione. 
Questo tende a provocare l'irrimediabile separazione, favorisce, cioè, la  tendenza delle parti ad allontanarsi l'una dall'altra, sia, adesso che è venuta meno la compatibilità, per evitare il mantenimento dell'evidenza della loro diversità che aumenta tanto più le parti stanno vicine e sia per tentare di rinvigorire ancora di più la neonata soggettività e unicità di ciascuna. 
L'esistenza di un significativo gradiente di compatibilità fra le parti, è dunque una  condizione irrinunciabile affinchè le parti possano legarsi fra loro, ciascuna però sbiadendo, nella propria individualità, per tutto il tempo dell'aggregazione. Ma  grazie a questo scotto da pagare, cioè lo sbiadirsi dell'individualità delle parti, si può formare un'identità più vasta composta da esse, unica, la quale però può mantenersi  tale finchè mantiene la sua caratteristica di intrinseca eterogeneità e di intrinseca relatività, necessaria conseguenza del fatto che ogni identità è il risultato di un assemblaggio fra parti più piccole, relativamente diverse fra loro e relativamente contrapposte. 
Si può dire che l'esistenza di ciascuna identità, è resa possibile dal relativo sacrificio dell'individualità di ciascuna delle identità più piccole che la compongono. Dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo, ogni identità risulta  essere complessivamente il risultato di un aggregato di identità (parti) più piccole, ciascuna delle quali è a sua volta un'identità formata dall'aggregato di parti (identità) ancora più piccole, per cui in ogni istante ciascuna identità è un soggetto unico e  contemporaneamente una particella di un altro soggetto più grande. Ciascuna  identità è tale grazie al fatto che ciascuna identità più piccola di cui è composta si sacrifica sbiadendo nell'aggregato con le altre, ma è a sua volta solo relativamente  identità soggettivizzata, poichè essendo sicuramente una parte di un'altra identità più  grande, deve mantenersi in aggregazione con altre parti alla pari, per mezzo della  quale sbiadisce un pò, sacrificando qualcosa della propria identità individuale. Tutto l'insieme è vitale perchè è costantemente instabile. L'instabilità è data  irrimediabilmente dal fatto che ciascuna identità, pur mentre rimane collegata alle altre per mezzo delle compatibilità reciproche, tende costantemente  all'individuazione, cioè allo scollarsi dall'aggregato di cui è particella, attratta dal  mito di una definitiva autonomia che non la faccia più appartenere ad un aggregato. Tuttavia lo scollarsi non è reso facilmente possibile, dall'esistenza della  compatibilità, parziale e relativa, fra le parti, che funge da forza collante e  calamitante. A causa della compatibilità, infatti, le parti si sentono attratte fra loro e  tendono così ad aggregarsi e a mantenere l'aggregazione fino a quando la compatibilità significativamente persiste. Questa condizione generale determina e  mantiene una tensione continua nel sistema, dovuta alla copresenza di due enormi forze contrapposte: da un lato la forza di aggregazione dovuta all'attrazione fra le parti data la compatibilità e dall'altra la forza di individuazione propria di ciascuna parte individuale, che ne possiede un naturale energetico istinto. Di volta in volta  vince talora la forza di aggregazione e talora la forza di individuazione e la variabile  che determina di volta in volta la tipologia della vittoria, è il continuo mutare del  gradiente di compatibilità, cioè la consistenza della compatibilità, caso per caso. Ciascuna identità dunque non può essere altro che relativamente instabile ( o relativamente stabile ), a causa del fatto che le parti di cui è composta sono continuamente in movimento cangiante, a causa delle due forze suddette: da un lato  tendono a mantenere l'aggregazione in virtù delle compatibilità esistenti e dall'altro  tendono a scollarsi e a individuarsi in virtù di un naturale istinto e bisogno di  individuazione. E ciò accade incessantemente per tutti gli aggregati, organici ed  inorganici, conosciuti in questo universo. Se applichiamo le considerazioni suddette all'individuo umano, ci accorgiamo che le parti di cui è composto sono infatti nelle condizioni descritte, a qualunque livello noi  vogliamo osservarle. Se ad esempio vediamo l'uomo dal punto di vista fisico, chimico e biologico, ci accorgiamo che le parti di cui è composto sono le particelle subatomiche, poi gli atomi, poi le molecole, poi le cellule, poi gli organi, poi gli apparati. Ciascuna di queste parti obbedisce alle condizioni di relatività e compatibilità, quindi si trovano tutte nelle condizioni di tensione e instabilità già  dette  ed è questo che rende vitale ed energetico l'organismo. Se vediamo l'uomo dal punto di vista psicologico, ci accorgiamo delle parti psicologiche di cui è composto ed è di queste parti che ora andremo ad occuparci. 
Consideriamo dunque la persona quale individuo, entità, cioè, composta da una  moltitudine di entità più piccole di lui, le quali, aggregate per vari gradienti di compatibilità, così sacrificandosi nella loro specifica soggettività, consentono l'unità  della persona. Di queste sub-parti di cui è composto l'uomo se ne occupa di volta in  volta la fisica, la chimica, la biologia, la fisiologia, l'anatomia ecc. La psicologia si occupa delle sub-parti psichiche e del totale che dall'aggregazione di queste sub-parti  ne deriva, cioè l'individuo umano inteso nel suo temperamento, nel suo carattere e  nella sua personalità. Anche nella psicologia umana ci si accorge della copresenza  delle due forze universalmente contrapposte di cui ho parlato. Ci accorgiamo, cioè, che nella mente della persona sono copresenti e contrapposti, sia la spinta a cercare di creare aggregati con altre persone e sia la spinta a realizzare il più possibile il compimento della propria autonoma ed indipendente individualità. Ripeto che queste due forze sono copresenti e contrapposte in tutto l'universo conosciuto, dall'atomo alle galassie. La persona nasce con questa naturale intrinseca ambivalenza e contrapposizione, la quale, in quanto naturale, non è nè sopprimibile, nè risolvibile. Ne consegue allora che essa può e deve essere gestita, durante la vita, da ogni individuo, in modo tale che la naturale contrapposizione e l'ambivalenza non  finiscano per essere fonte di malesseri e patologie. Una gran parte delle forme psicopatologiche risentono della insufficienza individuale  nella gestione di questa condizione che sto descrivendo. Osserviamo, per esempio, le  situazioni in cui un individuo accusa sintomi di ansia e di depressione in presenza del fatto che egli mantiene relazioni dipendenti e nel contempo conflittuali. Mi riferisco a  tutte quelle situazioni in cui una persona già adulta, da un lato accusa di star male con qualcuno, eppure non riesce a far molto per cambiare quella situazione, rimanendone prigioniero e dipendente. La situazione in quanto tale, cioè  caratterizzata dalla povertà di compatibilità reciproche, è banale e frequente, quindi  è statisticamente normale ed inoltre è anche normale secondo una previsione di  probabilità. Intendo dire che la variabilità e la relatività naturalmente intrinseca ad  ogni cosa, rende normalmente prevedibile e probabile l'impoverirsi e l'affievolirsi delle compatibilità reciproche. Il problema invece, cioè il disagio e la sofferenza di  alcuni, non può definirsi normale, nè naturalmente prevedibile, in quanto essi  dipendono dagli strumenti mentali che ogni individuo possiede per gestirsi la  relatività delle compatibilità variabili e questi strumenti a loro volta dipendono, in gran parte, dai processi evolutivi e formativi avvenuti durante gli anni dell'infanzia e  dell'adolescenza. E' opportuno, dunque, distinguere tra situazione e problema, essendo la situazione, di volta in volta, l'evento o l'accadimento in sè e, invece, il problema, ciò che la persona  esperimenta individualmente e soggettivamente, data la sua strutturazione mentale. Per cui il problema, il disagio, la sofferenza, non dipendono dalla situazione, bensì  dalla strutturazione mentale individuale. Essendo le più disparate situazioni possibili nella nostra realtà, normalmente  candidate alle più imprevedibili variazioni relative all'oscillare delle compatibilità  variabili, consegue che è naturale e normale che ciò accada, per cui un individuo, per poter dire che abbia una buona condizione mentale, deve possedere giusti strumenti  mentali di gestione della suddetta relatività. Ciò deve corrispondere al fatto che, verificandosi il cambiamento situazionale, l'individuo deve essere strutturato mentalmente in modo tale da tollerare la relatività senza scompensi e altresì essere  in grado di sapersi organizzare con nuove strategie per cercare e trovare situazioni alternative, nuove, in grado di essere spontaneamente compatibili con esso. Questa  condizione, che indica che l'individuo è ben in grado di adattamento al reale, è una condizione che clinicamente viene definita normale e sana. Invece la condizione nella  quale l'individuo, al mutare delle situazioni, non riesca a produrre elementi di adattamento, viene clinicamente definita patologica. La psicoterapia si occupa abbondantemente di questa condizione individuale, a prescindere dalla sintomatologia presentata dal paziente, quando viene a consultare  lo psicoterapeuta. Ciò significa che la componente di insufficienza nella tolleranza della relatività del reale, è ubiquitaria, a prescindere dalla forma clinica e sindromica  che assume fenomenologicamente il problema dell'individuo. In pratica, nello svilupparsi del processo della psicoterapia, quasi sempre e ben presto, con chiunque  ci si ritrova a dover trattare la componente di insufficienza nella tolleranza della  relatività reale. Variano individualmente i contenuti di questa insufficienza, ma non il  processo fondamentale. Il processo è infatti quasi sempre organizzato attorno all'idealizzazione della realtà, che a sua volta è una forma patologica di pensiero  formatasi per anomalie accadute durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza. Va  subito precisato che queste anomalie evolutive, di solito altro non sono che anomale informazioni o modalità educative che gli adulti hanno veicolato verso il cucciolo  umano. 
Per idealizzazione della realtà si intende quella condizione mentale per la quale la persona "pretende" col suo modo di pensare, che sia la realtà ad adattarsi alle sue  idee e non viceversa. Per realtà si intende tutto ciò che, in quanto reale, si presenta  spontaneamente nelle sue caratteristiche autentiche, che siano esse gradevoli o sgradevoli: poichè si presentano, esse sono reali, senza necessità di discussione, bisogna solo prenderne atto. Ovviamente un soggetto, quanto più non si è formato con un modo di pensare adatto a tollerare la variabilità e la relatività di se stesso, degli altri e del mondo, tanto più, quando gli si presenta questa relatività in una qualunque delle infinite forme possibili, andrà in crisi non essendo capace di gestirla  e tollerarla e di conseguenza entrerà nella patologia dell'idealizzazione, cioè  comincerà a pretendere da se stesso, dagli altri o dal mondo, l'adeguamento alle sue idee, non sapendo, invece, adattare le proprie idee al mondo reale. Questa ostinata pretesa di bloccare o diniegare la relatività, non coincide con la naturalezza delle cose dell'universo in cui viviamo, per cui è patologica. Infatti in  questi casi la persona soffre di vari disturbi psichici, conseguenti la sua inadeguatezza all'adattamento al reale. 
 La psicoterapia è uno degli strumenti più importanti ed efficaci per la cura di questa  condizione, in quanto rappresenta un valido processo di riformulazione delle idee, verso una maggiore tolleranza della relatività.
 
 
 
 

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-Dott. Sergio Angileri - aut. san. N.2573/95 , 7/8/95 - Ordine Psicologi Sicilia N°480-
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